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Letture noir: “La ragazza dei cocktail” di James M. Cain

2 Ott

“ (…) se mi andava, avrei potuto avere quell’uomo ai miei piedi, trasformarlo in un burattino e costringerlo a fare tutto quello che volevo. E mi sono detta: allora fallo. Lui ha tutto ciò che desideri, non solo per te ma anche per tuo figlio. Allora sfrutta la situazione, anzi sfrutta lui, vai avanti.”

Così parla Joan Medford, la protagonista di La ragazza dei cocktail, il romanzo postumo di James M. Cain (1892-1977), scrittore americano attivo soprattutto tra gli anni ’40 e ’50, e famoso per avere scritto Mildred Pierce e Il postino suona sempre due volte.

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Joan Medford è una giovane donna che si ritrova vedova a 21 anni e con un figlio piccolo da crescere. Su di lei pende l’accusa, mai del tutto provata, di aver in qualche modo causato la morte del marito in un incidente d’auto. Decisa a rifarsi una vita e a riappropriarsi del figlio che per mancanza di soldi ha dovuto affidare alle cure della cognata, Joan trova lavoro come cameriera in un locale. Lì conosce due uomini profondamente diversi tra loro e che daranno alla sua vita una svolta decisiva fino al susseguirsi di colpi di scena negli ultimi capitoli del romanzo.

Mi soffermo sugli elementi che mi sono piaciuti:

– il titolo: bello e azzeccato. Vi si cela un doppio senso che al lettore viene svelato nelle ultime pagine;

– la narrazione in prima persona: Joan affida a un registratore le sue memorie con l’intento di ripulire il suo nome da tutto il fango che le è stato gettato addosso. È quindi Joan a raccontare, dal suo punto di vista, quanto accaduto, e così alla fine, dopo aver chiuso il libro, il lettore rimane con alcuni dubbi: si chiede se quello che la protagonista del romanzo racconta sia vero, o se abbia appositamente tralasciato dettagli a suo sfavore che avrebbero potuto gettare sulla storia una luce diversa;

– i capitoli iniziali e quelli finali del romanzo: i miei preferiti. I primi perché sono quelli in cui il personaggio della protagonista emerge con maggiore intensità, e anche perché in quelle pagine è centrale la descrizione del locale dove Joan lavora. Come viene spiegato nella postfazione, Cain ha curato con particolare attenzione l’ambientazione in quel microcosmo notturno dove si muovono personaggi con vite e destini diversi. Gli ultimi capitoli mi piacciono perché sono quelli in cui tutti i nodi si sciolgono in un susseguirsi di colpi di scena;

– e infine la protagonista: Joan Medford: donna sensuale, determinata, che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Tuttavia la sua ossessione per i soldi in alcune occasioni la fa diventare antipatica, anche se Joan si giustifica dicendo che quello che fa in nome del denaro, lo fa per il figlio.

Leggete questo bel romanzo noir e confrontate le vostre impressioni con le mie, lasciando commenti che sono sempre graditi.

 

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Letture noir: “La camera azzurra” di Georges Simenon

18 Set

Nel romanzo La camera azzurra di Georges Simenon si narra la storia di una passione sensuale che porta alla rovina i due amanti, Tony e Andrée.

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La camera azzurra del titolo è la stanza d’albergo dove i due amanti si incontrano, è lo spazio della passione, contrapposto alla casa, al focolare domestico.

Narrato in terza persona, il romanzo mostra la vicenda dal punto di vista di Tony.

Non viene seguito un ordine cronologico. Il lettore è tenuto all’oscuro del dramma avvenuto, ma avverte fin dall’inizio che qualcosa di grave è stato commesso.

L’evento tragico è svelato solo nelle ultime pagine e si arriva a esso attraverso le risposte di Tony alle domande che gli vengono poste durante gli interrogatori.

Questo romanzo mi è piaciuto oltre che per questa particolare tecnica narrativa, anche per i due personaggi protagonisti.

Tony per alcuni aspetti mi ricorda il protagonista de Lo straniero di Albert Camus: anche se tra Tony e Meursault c’è una differenza fondamentale che non posso svelare qui per non dirvi troppo sul romanzo, Tony come Meursault si trova coinvolto in una vicenda violenta senza rendersene quasi conto. Questo aspetto è forse più marcato nel personaggio ideato da Simenon, che si rivela essere debole, non capace di mettere in chiaro le cose né con Andrée né con chi lo interroga. Anche lui, come Meursault, viene giudicato colpevole perché in certi frangenti si dimostra impassibile. Viene accusato di insensibilità e cinismo.

Rimane impressa nel lettore anche la figura di Andrée: lei che a Tony ai tempi della scuola sembrava una statua fredda, altera, ora è una donna passionale e che in nome di questa passione è capace di tutto. Sarà per il fatto che di lei si dice che abbia una voce sensuale, roca, ho pensato che per una nuova trasposizione cinematografica di questo romanzo, il ruolo di Andrée troverebbe l’interprete ideale in Anna Mouglalis.

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Era da tanto che non leggevo un romanzo che sapesse parlare così della passione. Difficile scegliere un brano che sia un esempio della bravura di Georges Simenon.  Uno potrebbe essere quello dell’incontro tra Tony e Andrée, dopo tanti anni dai tempi della scuola, un incontro “fortuito”, ma che di fortuito ha ben poco, secondo me tra le righe Simenon lascia a intendere che è stata la diabolica Andrée ad architettarlo:

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Letture rosa: “L’amore è una favola” di Annarita Briganti

11 Set

A volte mi capita di leggere un libro perché sono stata incuriosita dalla personalità di chi l’ha scritto. È il caso del romanzo rosa L’amore è una favola che ho letto dopo aver iniziato a seguire i twitter e poi il profilo instagram dell’autrice, la giornalista e scrittrice Annarita Briganti. Trovando simpatici e interessanti i suoi messaggi e le foto che in genere hanno a che fare con i libri, la cultura ma anche con cose più leggere, come i locali trendy di Milano o la moda, ho deciso di leggere il suo romanzo più recente. L’ho letto in meno di due giorni e l’ho trovato una lettura piacevole.

Questi i dati “tecnici”:  titolo: L’amore è una favola; autrice: Annarita Briganti; casa editrice: Cairo; anno di pubblicazione: 2015; pagine: 188; costo: 13 euro.

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L’amore è una favola è il seguito del romanzo Non chiedermi come sei nata, ma anche senza aver letto il primo episodio si riesce a seguire la trama.

Scritto in prima persona, ambientato tra Milano e Napoli, vi si narrano le vicende di Gioia Lieve che di lavoro fa la giornalista culturale freelance e la scrittrice. Reduce da una storia d’amore finita male, la protagonista gira l’Italia per le sue interviste ed è così che incontra… ma non dico di più. Dico solo che, come si evince dal titolo, al centro del romanzo c’è l’amore, ma si parla anche di altro: si parla della precarietà del lavoro; si parla di stalker; si parla dell’amicizia tra donne, e infatti le uscite di Gioia con il gruppo di amiche denominate “il cerchietto magico” ricoprono un ruolo fondamentale nella vita della protagonista; si parla di cultura. A questo proposito l’ambientazione in luoghi legati al giornalismo, all’editoria e all’arte, è uno degli aspetti che mi ha intrigata maggiormente. Anzi, da lettrice, avrei voluto che Annarita Briganti avesse dedicato ancora più spazio a queste tematiche perché si capisce che l’autrice le conosce molto bene e ne sa parlare con cognizione di causa e con sincerità.

L’unico aspetto che non mi ha convinta è la presenza di alcune scene, molto brevi, di sesso, che stonano con il tono generale del romanzo. Non lo dico per pruderie, ma a mio parere non c’entrano niente, se ne poteva fare a meno, non danno niente in più.

Infine vorrei sottolineare che questo romanzo presenta una figura molto positiva di donna: Gioia Lieve da sola riesce a vivere in una grande città come Milano e, nonostante le difficoltà, riesce a tenersi ben stretto il suo lavoro di giornalista e scrittrice, facendosi strada con il suo talento e con la sua totale dedizione alla professione, senza cercare scorciatoie. Ecco anche per questo L’amore è una favola merita di essere letto.

In conclusione, considerati tutti questi aspetti, L’amore è una favola è un romanzo rosa che consiglio.

Per chi volesse seguire Annarita Briganti su Instagram, questo è il link. E questa è la sua pagina Twitter.

Letture: Candido ovvero l’ottimismo

24 Ago

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Recentemente ho letto Candido nell’edizione Grandi Classici BUR, con un’introduzione di Italo Calvino, traduzione di Piero Bianconi.

Candido ovvero l’ottimismo è un racconto filosofico di Voltaire, pubblicato nel 1759.

Voltaire lo scrisse in risposta alla lettera del Rousseau sulla provvidenza; questo celebre testo è anche una critica di Leibniz e del suo discepolo Wolf, i quali sostengono che “tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili”. Nel racconto queste teorie sono incarnate dal precettore di Candido, Pangloss che, nonostante tutte le disgrazie che colpiscono lui, Candide e gli altri personaggi del racconto, mantiene intatto il suo ottimismo. Candide e i suoi amici e parenti vengono sballottati da una parte all’altra del mondo e trovano riposo solo quando, arrivati nelle vicinanze di Costantinopoli, si dedicano alla coltivazione del loro giardino. La morale che Voltaire esprime in questo racconto filosofico è che l’uomo non deve cercare di comprendere ciò che lo trascende, ma accettare la propria condizione e dedicarsi al lavoro.

E infatti ecco come si conclude Candido ovvero l’ottimismo:

(…) e a volte Pangloss diceva a Candide: «Tutti gli eventi sono concatenati nel migliore dei mondi possibili; perché insomma, non t’avessero cacciato da un bel castello a pedate nel sedere per amore di madamigella Cunégonde, non fossi caduto nelle mani dell’Inquisizione, non avessi percorso l’America a piedi, non avessi dato un colpo di spada al barone, non avessi perduto tutte le pecore del buon paese di Eldorado, non saresti qui a mangiar cedro candito e pistacchi…»

«Ben detto» rispose Candide «ma dobbiamo coltivare il nostro orto.»

Letture: Al caffè degli esistenzialisti di Sarah Bakewell

21 Ago

Quest’estate ho letto un saggio di carattere divulgativo sull’esistenzialismo, il titolo è Al caffè degli esistenzialisti, l’autrice è Sarah Bakewell e l’editore è Fazi, prima edizione: novembre 2016.

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Come ho avuto modo di dire in altre occasioni (vedi il mio articolo dell’aprile 2016) l’esistenzialismo è un periodo letterario che mi ha sempre interessata, forse perché in casa circolavano libri di Sartre e Camus ( ho testi “vintage” di questi due autori), forse perché al primo esame di letteratura francese, che richiedeva l’approfondimento di uno scrittore del Novecento, decisi di portare Jean-Paul Sartre. Avevo vent’anni e da quel momento l’interesse per quel periodo non è mai sparito. Ho sempre affrontato l’esistenzialismo principalmente dal punto di vista letterario, però da qualche tempo mi è venuta la curiosità di capirne qualcosa di più, di averne una visione più generale, anche dal punto di vista filosofico. E così ho letto questo testo che con un linguaggio in genere semplice ne spiega, tra le altre cose, anche la matrice filosofica. Naturalmente la Bakewell parla anche delle opere di narrativa dei principali esponenti dell’esistenzialismo e per rendere più leggero il tutto, a volte affronta anche i lati più “gossip”, come la relazione amorosa tra Sarte e la de Beauvoir, o i litigi tra Sartre e Camus.  Interessanti sono anche le pagine dedicate all’influenza dell’esistenzialismo su autori non francesi, per esempio sull’inglese Colin Wilson, scrittore di cui a essere sincera fino ad ora non conoscevo l’esistenza. Wilson nel 1956, a venticinque anni, pubblicò un saggio, dal titolo The Outsider. Interessanti sono i dettagli che la Bakewell ci dà sulla genesi di quest’opera a pagina 328-329: “Nel 1954 (Wilson) trascorse un’intera estate senza un soldo, accampato a Hampstead Heath, dormendo in una piccola tenda con due sacchi a pelo, mentre di giorno scendeva in bicicletta fino alla biblioteca del British Museum, qui lasciava lo zaino nel guardaroba, dopodiché si metteva a lavorare a un romanzo nella sala di lettura circolare. Quell’inverno Wilson prese in affitto una stanza a New Cross e trascorse da solo il periodo di Natale, leggendo Lo straniero di Camus. Affascinato dalla vita che conduceva Meursault  a “fumare, fare l’amore e ridere sotto il sole”, Wilson decise di scrivere anche lui un libro sugli “stranieri” (outsiders) della vita moderna – tutti quei giovani che si affliggevano ai margini della filosofia e delle arti, in cerca di un significato o di qualcos’altro, e trovando un senso nell’assurdo.”

E il testo di Wilson, The Outsider, è un libro che vorrei leggere, ma l’altro giorno ero alla Feltrinelli di Piazza Duomo, dove si trova praticamente tutto, ma questo titolo non c’era; una volta a casa ho cercato sul sito del sistema bibliotecario della mia zona, ma tra i testi di quest’autore non c’era The Outsider.

In conclusione, considerato tutto questo, il saggio Al caffè degli esistenzialisti di Sarah Bakewell è un testo che consiglio. Tra l’altro fornisce una bella bibliografia che può essere utile a chi vuole approfondire gli argomenti trattati.

P.S.: tra gli articoli di giornale che nel tempo ho ritagliato e conservato, ne ho trovato uno proprio su Colin Wilson, pubblicato su La lettura del 15 maggio 2016, scritto da Emanuele Trevi, che non mi ricordavo neppure di avere. Tra le altre cose vi si dice che nel 2016 è stata pubblicata la nuova edizione italiana del saggio di Wilson col titolo L’outsider, Edizioni di Atlantide traduzione di Thomas Fazi.

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Letture: The Sinner di Amanda Stevens

18 Ago

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In questi giorni ho letto il romanzo The Sinner della scrittrice americana Amanda Stevens. The Sinner è il più recente episodio apparso in Italia della serie La Signora dei Cimiteri, pubblicato dalla HarperCollins nella collana BlueNocturne. Di questa serie ho già letto The Restorer e The Visitor.

In questo episodio la protagonista, Amalia Gray, mentre sta restaurando il cimitero a Seven Gates, si imbatte nel ritrovamento del cadavere di una giovane sepolta viva. Come sempre succede, Amalia si occupa in modo ufficioso delle indagini e si trova coinvolta in  una fitta rete di misteri, fino alla soluzione e alla scoperta del colpevole.

Di solito non leggo romanzi del genere paranormal, ma con la Stevens faccio un’eccezione.

Premetto che non è di certo la trama il punto forte di questi romanzi. Infatti a volte ho avuto la netta sensazione che la scrittrice rallentasse il ritmo degli eventi narrati giusto per non arrivare subito alla conclusione. Il fascino di questi romanzi è dato dall’atmosfera. La Stevens, che scrive molto bene, è brava a creare un’atmosfera di mistero, grazie  alle descrizioni e dialoghi  ben costruiti.  Merito di questo va anche alla traduttrice, la brava Barbara Piccioli. Altro elemento forte è la protagonista Amalia Gray: è un personaggio femminile ben delineato e interessante. Insieme a Smilla, la protagonista di Il senso di Smilla per la neve, è uno dei personaggi femminili di autori contemporanei che preferisco.

Navigando su Internet ho scoperto che purtroppo la casa editrice HarperCollins ha deciso di eliminare la collana BlueNocturne, in cui sono stati pubblicati i romanzi della Stevens. Spero che cambino idea perché mi piace andare in edicola e curiosare tra i volumi dalle copertine particolari di questa collana.

Questo è il link al sito della HarperCollins Italia

3 Giu

Per qualche tempo ho reso “privato” il blog perché cercavo una nuova veste grafica, che non ho trovato. Per il momento lascio quella solita. Vi informo che ho aperto un blog dedicato a Etty Hillesum (in realtà l’ho aperto da qualche mese, ma non ne ho mai parlato). In questo blog riporto le frasi tratte dal diario dell’intellettuale olandese di origine ebraica che più mi hanno colpita e in cui trovo descritte sensazioni, riflessioni in cui mi sono identificata.

Letture: “Le buone intenzioni” di Kate Tempest

26 Apr

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Kate Tempest, Le buone intenzioni, traduzione di Simona Vinci, Frassinelli, I edizione marzo 2017, 325 pagine.

In questo romanzo sono narrate le vicende di alcuni giovani intorno ai venticinque anni che, a loro modo, nei modi a loro consentiti dalla sorte, cercano la felicità. Lo sfondo su cui si muovono è quello dei quartieri nella zona sud-est di Londra, soprattutto Deptford, dove il lavoro precario, la disoccupazione, la mancanza cronica di denaro, sono i problemi più assillanti.

Pur narrando di stili di vita che non approvo, di esistenze ai margini della legalità (non c’è uno dei protagonisti che abbia una vita normale), ho letto questo romanzo in pochi giorni. Ciò che ha reso la lettura scorrevole è innanzitutto la trama. Il romanzo si apre con le due protagoniste, Becky e Harry, in fuga; segue un lungo flash-back, nelle ultime pagine si ritorna al presente e poi si arriva a un finale, che poi veramente finale non è, nel senso che il lettore rimane con alcune domande senza risposta.

Anche i dialoghi vivaci contribuiscono a rendere molto scorrevole la lettura. Originale è lo stile: quella di Kate Tempest è una scrittura ricca di immagini insolite. Mi piacerebbe leggerlo in originale. Inoltre pur trattando di argomenti a volte delicati, l’autrice non è mai volgare.

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Kate Tempest è nata nel 1985 a Brockley, sud-est di Londra. Kate è una rapper e una poetessa, molto apprezzata nei poetry slams. Nel 2013 ha vinto il prestigioso premio Ted Hughes Award per l’opera teatrale Brand New Ancients. Nel 2014 ha pubblicato l’album Everybody down che è stato nominato per il Mercury Prize (premio musicale al miglior album britannico dell’anno). Nel 2016 ha pubblicato l’album Let them eat chaos. Le buone intenzioni (The Bricks that built the house, 2016) è il suo primo romanzo.

Mentre leggevo il libro ho ascoltato questa canzone (le protagoniste sono proprio Becky e Harry, le cui vicende sono al centro di Le buone intenzioni)

Su youtube sono disponibili anche i video relativi al dramma Brand new ancients, ecco la prima parte:

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Letture

27 Mar

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Scrittrici italiane e il genere weird, leggendo la raccolta di racconti Strane visioni, edizioni Hypnos

27 Feb

La casa editrice Hypnos dal 2013 ogni anno indice un premio letterario dedicato al genere weird (per una definizione di questo genere si vedano due  interviste ad Andrea Achille Vaccaro, fondatore e direttore di Hypnos: qui e qui).

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Nel dicembre 2016 questa casa editrice milanese ha pubblicato un’antologia che raccoglie i migliori racconti che hanno partecipato al premio. Si tratta di diciotto testi, due dei quali sono scritti da donne ed è su questi che vorrei soffermare la mia attenzione: “Le invisibili” di Giulia Cocchella e “Sangue bianco” di Federica Leonardi.

Nel racconto “Le invisibili” una tragedia avvenuta secoli fa in un monastero tormenta un ignaro turista.

Nel racconto “Sangue bianco”, in cui si possono cogliere echi del mito di Euridice, una donna è condannata all’immortalità dall’amore del marito.

Nel primo si alternano due voci narranti, una appartenente al passato, l’altra al presente. Giulia Cocchella è abile nel creare l’impressione di un legame di causa-effetto fra gli eventi che accadono nelle due diverse sfere temporali, per cui sul monastero aleggia un’atmosfera cupa determinata dalla tragedia avvenuta secoli prima. Mi piace molto lo stile: una scrittura ricca di immagini originali, come nel seguente brano: La notte, quando non posso dormire, tendo le orecchie al fiume e immagino di essere sul ponte. L’acqua scorre bianca sotto di me e mi attrae verso il basso, ma non mi decido a buttarmi. A questo punto il pensiero si trasforma in sogno e il desiderio in fantasia: dall’acqua affiorano lentamente decine di corpi bianchi, esangui, che tendono le mani verso di me. Vengo trascinata nell’acqua e di colpo mi sveglio.

Anche nel racconto di Federica Leonardi si alterna la narrazione di fatti passati a quella di fatti che si svolgono nel presente, ma qui la voce narrante è una sola. In una situazione che solo apparentemente è normale (un ménage famigliare di una giovane coppia) gradualmente si accumulano dettagli, particolari che mettono in allarme il lettore, facendogli intuire che la situazione poi così normale non è.

Un altro elemento in comune fra i due racconti è il sogno come elemento narrativo che catapulta il lettore in una realtà continuamente minacciata da forze appartenenti al fantastico, al mistero, al weird appunto.

Per concludere, questi due racconti testimoniano della presenza in Italia di valide scrittrici capaci di lasciare un segno in un genere letterario, quello del weird, dominato, fino ad ora, da voci maschili.

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