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Una canzone per Bobby Long: il romanzo e il film

2 Lug

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Una canzone per Bobby Long è il romanzo di Ronald Everett Capps, uscito nel 2004 con il titolo originale di Off Magazine Street  e pubblicato in Italia nel 2008 dalla casa editrice Mattioli 1885, con la traduzione di Sebastiano Pezzani.

In breve la trama: nel Sud degli Stati Uniti, in una New Orleans non ancora distrutta dall’uragano Katrina, due intellettuali di mezz’età che hanno deciso di vivere da emarginati aiutano una ragazza senza arte né parte a terminare gli studi liceali e ad accedere a una prestigiosa università.

Che cosa mi piace di questo libro?

– l’ambientazione a New Orleans, città di cui viene evocato il fascino; non ho mai avuto un particolare interesse per questi luoghi, ma dopo aver letto Una canzone per Bobby Long, la Big Easy o Sin City, come New Orleans è chiamata, mi incuriosisce e vorrei leggere altri romanzi che vi sono ambientati; una curiosità: Magazine Street, la via dove si svolge gran parte del romanzo, fa parte del Garden District, uno dei quartieri di New Orleans meglio conservati;

– i due protagonisti, che, nonostante siano alcolisti, infatti bevono vodka allungata con aranciata come se fosse acqua, riescono a mantenere una loro dignità e trasmettono ad Hanna il valore dell’istruzione;

– il mistero che circonda il passato dei due protagonisti, e da cui deriva l’interesse che suscitano nel lettore: Bobby Long e Byron Burns avevano tutto per essere uomini felici (bella professione, bella moglie, bei figli) e lo hanno gettato via; perché? Essenzialmente perché non erano in grado di dominare la loro sete di libertà e il loro desiderio di vita;

–  l’importanza data alla letteratura, che viene vista dai due uomini come qualcosa che cambia la vita, le persone; basta pensare al discorso che Byron fa ad Hanna sul drammaturgo Tennessee Williams; e infatti dopo questo romanzo, vorrei leggere gli autori citati, tutti accomunati dall’ essere del Sud degli USA e dall’ aver dato voce agli ultimi, ai diversi, a chi non è accettato, tra di loro per esempio viene citata spesso Carson McCullers, autrice di Invito a nozze e Il cuore è un cacciatore solitario, e Flannery O’Connor, autrice di numerosi racconti;

– la musica, che gioca un ruolo importante: spesso Bobby e Byron cantano antiche ballate, come Lord Randal o Barbara Allen, accompagnandosi con l’ukulele; su youtube è disponibile la bella colonna sonora . Una parte delle canzoni è stata scritta e interpretata dal figlio dello scrittore, Grayson Capps;

Che cosa non mi piace di questo romanzo:

– le situazioni e i dialoghi tendono a ripetersi, non vi sono grandi avvenimenti, è più un romanzo di atmosfera che di azione, la trama non è ben costruita, tant’è vero che la fine lascia delusi, non si può concludere un romanzo come viene concluso questo, si ha quasi l’impressione che lo scrittore si sia stancato, che arrivato a un certo punto non abbia avuto più voglia di spremersi le meningi e di impegnarsi ancora per qualche pagina;

– trovo che Hanna manchi di carattere e di spirito di iniziativa: d’accordo, viene da una situazione famigliare disastrosa, però mi sembra un personaggio passivo, tutti i suoi problemi vengono risolti, a volte in modo non proprio onesto, da Bobby e Byron;

– il dialoghi dei due protagonisti tendono a ripetersi e vertono sugli stessi argomenti, a volte rischiando di essere volgari. Avrei preferito che Bobby e Byron avessero parlato più spesso di letteratura, perché quando lo fanno sono davvero dei grandi.

 

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La lettura di questo romanzo mi ha spinta a vedere l’omonimo film, per la regia di Shainee Gabel, con John Travolta, Scarlett Johansson e Gabriel Macht (aneddoto: come ho scoperto in quest’intervista è stato Grayson Capps a sottoporre a Shainee Gabel il romanzo, all’epoca ancora inedito, del padre e lei ne ha tratto il soggetto per un film e così è nato A lovesong for Bobby Long). Questo è uno dei casi in cui il film è decisamente migliore del libro. La trama, che in parte è diversa, è costruita meglio e risulta più accattivante. Scarlett Johansson dà spessore e carattere al personaggio di Hanna (che però nel film si chiama Purslane), ma è soprattutto John Travolta a distinguersi: la sua interpretazione di Bobby Long è indimenticabile.

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John è bravo non solo a recitare, ma anche a cantare:

Periodicamente Una canzone per Bobby Long viene trasmesso in televisione, quindi quando questo capita, se finora non ne avete avuta l’occasione, guardatelo,  ne rimarrete affascinati.

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21 Mar

 

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Vincent Van Gogh, Rami di mandorlo in fiore, Amsterdam Rijksmuseum Van Gogh, febbraio 1890

 

Haiku di Yamaguchi Seishi (1901-1994)

Ragazza  felice  di  trovarsi  così

Ad  occhi  chiusi

In  un  giorno  primaverile

 

L’haiku è un genere poetico giapponese composto di diciassette sillabe che possono essere distribuite in tre gruppi, rispettivamente di cinque, sette e cinque sillabe.

(Riferimento bibliografico: Haiku, a cura di Leonardo Vittorio Arena, BUR Rizzoli, Milano, 1995)

“Le fanciulle si nascondono dietro una maschera di impassibilità che le aiuta a difendersi” (Nicoletta Ceccoli)

14 Mar
“Il sentimento che si scopre più spesso sul viso delle tue fanciulle è la malinconia. Talvolta, benché le ragazze siano esposte a situazioni pericolose o ansiogene, non trapela dai loro volti né paura né collera, come se fossero apatiche, disconnesse dal loro ambiente… è forse un modo per attenuare il lato oscuro di certe opere?”
“Quell’espressione imperturbabile permette loro di porre una distanza tra sé e gli altri. È un modo per proteggersi dalle emozioni, per non lasciarsi turbare dagli eventi dolorosi e assurdi che le circondano. Le fanciulle si nascondono dietro una maschera di impassibilità che le aiuta a difendersi. Nelle mie opere le principesse dall’aria fragile non aspettano di essere salvate dal principe azzurro. Chiuse nei loro castelli e nei loro labirinti, affermano la propria forza e indipendenza… Ma anche la propria solitudine (…)”
(Dall’intervista a Nicoletta Ceccoli realizzata da Fanny Giniès e pubblicata sul volume Daydreams, Logos edizioni, 2014)
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The Ice Princess (acrilici su carta, 2008, Nicoletta Ceccoli)

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Rose Red (acrilici su carta, 2009, Nicoletta Ceccoli)

Ho scelto questo stralcio di intervista come incipit dell’articolo su Nicoletta Ceccoli perché le parole in esso contenute sono una perfetta chiave per iniziare il percorso di avvicinamento all’opera di questa artista. La Ceccoli  ha illustrato molti libri, ha esposto i suoi lavori nelle più prestigiose gallerie d’arte in tutto il mondo, nonché alla Fiera del Libro per ragazzi di Bologna. Ha vinto numerosi premi, tra cui il Premio Andersen come migliore illustratrice nel 2001. Recentemente ho preso in prestito in biblioteca tre volumi con le  illustrazioni di questa artista che stimo molto e nelle cui opere trovo una sensibilità affine alla mia:
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Letture: rivista Hypnos n. 7

5 Mar

Un genere che intendo approfondire è il fantastico. L’anno scorso ho partecipato al premio letterario indetto dalla casa editrice Hypnos, specializzata in questo genere. E il mio racconto è stato segnalato. Era un tentativo di realizzare un testo con caratteristiche appartenenti al genere fantastico, ed essendo uno dei primi tentativi vi erano varie pecche, devo ammetterlo. Per migliorare devo leggere. E così recentemente ho letto la rivista Hypnos n. 7 uscita lo scorso autunno.

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Mi sono piaciuti in particolare due racconti in cui ho trovato un genere fantastico affine ai miei gusti, che sono lontani dall’horror o dal fantastico “scientifico”. I due racconti sono “Il labirinto” (1954) dello scrittore inglese C.H.B. Kitchin (1895-1967), e “Tra i pini” (1973) di Karl Edward Wagner, scrittore americano vissuto tra il 1945 e il 1994.

Nel racconto “Il labirinto”  il fantastico  prende la forma di un racconto di fantasmi e si intreccia a una realtà concreta, domestica, quella di un ménage famigliare nell’Inghilterra del secondo dopoguerra. Il fantasma è un fantasma buono, legato all’unico vero amore della protagonista, giovane donna che vive un matrimonio infelice. Molto efficace e d’effetto la scelta dell’ambientazione: una casa di atmosfera gotica che ha un giardino decorato da un labirinto. Il labirinto è un luogo protetto dalla realtà, è il regno dell’amore e dell’affetto (in contrasto con una realtà arida), è il regno dell’infanzia, infatti è lì che gioca Daisy, la figlia, e soprattutto è il luogo dove il fantasma appare. Bella, struggente, è la scena del matrimonio infantile improvvisato su un tronco d’albero che diventa come un altare druidico al centro del labirinto. Così come altrettanto bello è il sogno della protagonista Catherine verso la fine del racconto, sogno che la porta a rivelare tutto sulla sua storia d’amore e le sue conseguenze. Quindi per riassumere l’elemento chiave è proprio il connubio tra fantastico calato in una realtà famigliare insoddisfacente, cioè il massimo dell’anormalità e il massimo della quotidianità.

Anche nell’altro racconto, “Tra i pini” (1973) di Karl Edward Wagner, il fantastico si insinua in un rapporto di coppia, qui giunto al capolinea. In breve: una coppia in crisi cerca di recuperare il rapporto cambiando aria e prendendo in affitto una casa in una località in montagna, un tempo alla moda, ora in abbandono. Nello chalet il protagonista trova un dipinto che lo turba: raffigura una seducente donna, che dapprima appare nei suoi sogni, poi prende vita, fino di fatto a diventare una rivale della moglie. Questo fantasma- donna-vampiro, come in passato ha condotto alla rovina vari uomini, così porta alla rovina il protagonista del racconto, che oppone una debole resistenza e sembra voglia essere trascinato in una spirale di eros e thanatos.

Molto ben fatti sono i due articoli che accompagnano questi racconti: Andrea Vaccaro firma l’articolo dedicato a Karl Edward Wagner, Claudio Di Vaio quello dedicato a “Il labirinto”.

 

Letture

26 Feb

Che cosa ho letto in questo primo periodo dell’anno?

Mi sono dedicata ai classici e così ho riletto Alice nel paese delle meraviglie, edito da Rizzoli, nella traduzione di Masolino D’Amico e con le splendide illustrazioni di Rebecca Dautremer. E ho rivisto la versione cinematografica di Tim Burton.

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Poi ho riletto Romeo e Giulietta e Amleto, nell’edizione BUR, traduzione di Gabriele Baldini.

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Ho acquistato su Internet, non avendolo trovato nei negozi, il dvd della prima stagione della serie televisiva Girls, scritta, diretta e interpretata da Lena Durham, serie che era stata trasmessa in Italia in televisione qualche anno fa, ma che io non ho visto. Sembra interessante, visto che si svolge a New York e parla di una ragazza “wannabe writer”. Finora non ho avuto tempo di vedere il dvd, mi riprometto di farlo al più presto, e magari di dedicarci un post.

Perché leggo Emily Brontë

15 Feb

La settimana prossima sul numero 8 di Intimità, in edicola mercoledì 21 febbraio, potrete leggere il mio romanzo “Il vento della brughiera”. In questo romanzo vi è un mio omaggio a Emily Brontë di cui quest’anno ricorre il bicentenario della nascita. La scrittrice inglese nacque infatti il 30 luglio 1818.

Perché ha senso leggere ancora oggi il romanzo e le poesie di Emily Brontë?

Io trovo affascinante il contrasto tra la sua esistenza, povera di eventi, e la ricchezza della sua vita interiore, dominata da una forte indipendenza di pensiero. I temi più frequenti nelle poesie di Emily Brontë sono infatti l’aspirazione alla libertà assoluta; l’amore per la natura; la predilezione per la notte, tempo in cui l’immaginazione è più libera; la fantasia, che guida e aiuta a dimenticare il mondo oscuro della realtà e a sognare un mondo diverso; la certezza dell’eternità; il desiderio di liberarsi misticamente dalla prigione del corpo grazie all’amata solitudine della notte per vivere nella libertà dello spirito  e infine una stoica volontà di vivere senza attendersi nulla dalla vita se non la morte e la vita futura.

 

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E poi trovo affascinante il mistero della famiglia Brontë vissuta in una piccola località, Haworth, lontana dal centro culturale di allora, Londra, e ciononostante in grado di “produrre” ben tre geni, tre scrittrici.  Oltre a Emily, come dimenticare Charlotte e Anne? Per non parlare del fratello Branwell, che sperperò il suo fine talento di artista nel laudano e nell’alcol. Come scrive Silvio Raffo nell’introduzione al libro Anne, Charlotte, Emily Brontë: Poesie (Mondadori, 2004), “il caso delle sorelle Brontë è uno di quei fenomeni di preziosa, inestimabile rarità che costellano il sacro cielo della letteratura proprio come effetti di un misterioso deragliamento di pianeti e profetiche comete. Effrazioni alla norma in più di un senso, ma soprattutto per la chiarezza lancinante e l’unicità della loro vocazione. La scrittura, o meglio la riscrittura, della vita è il loro unico strumento di giustificazione, o legalizzazione, della vita stessa. L’ ”essere per morire” dell’esistenzialismo è da queste tre straordinarie creature anticipato e modificato in un “essere per scrivere” (…)”. E a proposito del talento di Emily, interessante è anche scoprire come la sua natura gelosa di sé e chiusa  si manifestò anche nella sua ritrosia alla pubblicazione. Nell’autunno 1845 Charlotte scoprì un quaderno di versi di Emily, probabilmente quello dei “Gondal Poems” e ne rimase colpita; prese forma in lei la decisione di pubblicare un loro volume di versi. Emily reagì con sdegno all’intrusione della sorella nella sua privacy poetica, e solo a fatica si riuscì a convincerla a pubblicare le sue poesie, purché il libro uscisse con uno pseudonimo. Il libro uscì a fine maggio 1846 con il titolo: Poems by Currer, Ellis and Acton Bell. Il libro ricevette tre critiche favorevoli e vendette due copie.

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Come ipotizza Muriel Spark nel suo saggio Emily Brontë. La vita, “il fatto che (Emily) tenesse nascosto a Charlotte quello che scriveva non significa che non intendesse far conoscere la sua opera al mondo. Anne, ad esempio, era a conoscenza almeno di quello che lei scriveva per Gondal. Sembra che Emily sia stata un critico severo della propria opera, se è vero che ne distrusse la maggior parte. La riluttanza a mostrare le proprie opere nel 1845 può significare semplicemente che non considerava il suo lavoro ancora pronto per essere pubblicato. (…)”

E ancora Muriel Spark ha messo in luce un altro aspetto affascinante di Emily Brontë: nell’ultima parte della sua vita Emily era posseduta “dalla fissazione di essere dotata di particolari poteri, il primo sintomo forse di una qualche grave malattia mentale. (…). Emily Brontë “non esprimeva a parole le sue fissazioni bensì le viveva (…) era più che umana; in un certo senso era una mistica, strana, scontrosa, monolitica.(…)”.

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Per tutti questi motivi la lettura delle opere di Emily Brontë mantiene intatto il suo fascino anche dopo duecento anni.

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(Le fotografie sono state scattate da me durante il mio soggiorno a Haworth nell’agosto 2015)

Letture, Natale

18 Dic

Sto leggendo Le onde di Virginia Woolf nella traduzione di Nadia Fusini. Questo volume è stato pubblicato da Einaudi nella collana Scrittori tradotti da scrittori. Un libro impegnativo, ne leggo poche pagine per volta, di solito di sera prima di dormire. Sono arrivata a questo romanzo dopo aver letto le pagine a esso dedicate da Eugenio Borgna nel suo saggio “Di armonia risuona e di follia”.

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Non so se nei prossimi giorni avrò tempo e occasione/motivo di aggiornare il mio blog, perciò vi auguro già da ora un Buon Natale. A presto e… tante buone letture durante le vacanze natalizie!

 

Personaggi femminili nella narrativa di fine Ottocento: lettura di “Venere in pelliccia” di Leopold von Sacher-Masoch

27 Nov

(Ho letto il romanzo Venere in pelliccia nella traduzione di Giulio De Angelis e Maria Teresa Ferrari, edizioni ES)

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Leopold von Sacher-Masoch fu uno scrittore austriaco vissuto dal 1836 al 1895. Diventò celebre per il romanzo Venere in pelliccia (1878): vi si narrano le vicende di un uomo che decide di sottomettersi a una donna, accettandone tutte le volontà, anche quelle più abbiette. Masoch diede il nome al disturbo psichico, appunto masochismo, caratterizzato dal provare piacere nella sofferenza fisica e morale.

Già con la citazione in apertura al lettore viene suggerito il tema al centro del romanzo: “Dio lo ha punito e lo ha dato in mano a una donna” Giuditta, XVI, 7 (un libro della Bibbia è intitolato Giuditta, così si chiama una donna ebrea che fa innamorare di sé un generale assiro, Oloferne, e dopo averlo ubriacato, lo decapita). E anche il sogno che apre il romanzo contiene tutti gli elementi del romanzo: l’io-narrante è al cospetto della dea dell’Amore la quale viene descritta nei minimi dettagli, si dice per esempio che è “rannicchiata” in un’ampia pelliccia, e che è intenta a enunciare la filosofia al centro delle vicende: più la donna sarà crudele e infedele, più tratterà male l’uomo, giocando malvagiamente e senza misericordia, più lo infiammerà e ne sarà amata.

Risvegliatosi da questo sogno l’io-narrante  si reca dall’amico, il signor Severin. Questi gli rivela di aver vissuto anni prima nella realtà l’incontro che l’amico ha solo sognato. Gli consegna perciò un diario in cui ha in cui ha riportato quell’esperienza. Ha così inizio la narrazione della vicenda centrale: in una piccola città termale dei Carpazi il giovane Severin incontra la principessa Wanda Dunajew e ne diventa lo schiavo. Severin la segue nei spostamenti andando fino a Firenze e a Venezia. Deve accettare le sue infedeltà: come il flirt che la donna ha con un giovane greco dalla bellezza perfetta. Culmine di questa relazione insana che lega Severin alla crudele donna è la firma del contratto con il quale il giovane suggella la sua totale sottomissione alla donna. Un tale legame non può durare e dopo numerose vessazioni Severin si allontana da Wanda  per ritornarsene alla casa natia. Dopo qualche tempo riceve una lettera in cui l’ex-amante lo aggiorna sulle sue vicende e spera che, grazie alla storia vissuta con lei, Severin sia guarito dal disturbo che lo spingeva a cercare nella sottomissione la felicità.

Di questo romanzo ho apprezzato l’atmosfera di fine Ottocento ottenuta attraverso dettagliate descrizioni degli abiti indossati da Wanda, degli ambienti, degli arredi, delle opere d’arte. Sono interessanti anche i dialoghi filosofici all’inizio del romanzo, leggendo i quali si comprende la psicologia dei due protagonisti. Poi le situazioni e i dialoghi tendono a ripetersi, col rischio di annoiare il lettore.

Wanda prelude ai personaggi femminili “decadenti” della letteratura di fine secolo, così come Severin prelude alle varie figure di inetto di tanti romanzi moderni.

Ora metterò in evidenza alcune pagine che trovo particolari e importanti.

Innanzitutto, come ho detto, l’arte gioca un ruolo fondamentale nel rapporto tra Severin e Wanda: Severin è innamorato del dipinto di Tiziano “Venere allo specchio”

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In questo dipinto, esposto alla Dresdener Galerie, egli trova rappresentata la sua idea di donna perfetta :  “La gelida civetteria con cui la stupenda donna avvolge le proprie grazie nello zibellino scuro, la forza e la durezza che traspaiono dal volto marmoreo mi incantano e al tempo stesso i fanno fremere di orrore”; questa perfezione il protagonista del romanzo la troverà incarnata in Wanda. Nell’ammirare tale quadro il giovane non vede l’ora di incontrare una donna simile che faccia di lui il proprio trastullo. E appunto la troverà in Wanda, la cui bellezza è così perfetta da assomigliare a una statua.

Sin dai primi incontri Wanda non è ipocrita, si mostra a Severin per quella che è: espone la sua fede in un edonismo che nega il codice dei valori cristiani, lei si ritiene una greca, una pagana e vuole essere felice come lo erano gli antichi greci, e va oltre:  “Io non sono buona. Non mi lascio assoggettare e non permetto che mi si renda amara la vita, neppure per un’ora sola”. Severin si sottomette a questa donna e spiega: “Io posso amare solo ciò che è al di sopra di me” e spiega la sua attrazione per il dolore così: “La vita è sofferenza, il piacere una sua temporanea sospensione, che sempre condurrà a nuove torture, Non è dunque preferibile cercare il piacere nella sofferenza, come i fachiri dell’India, e così trionfare sulla vita e sulla morte?” E per essere efficace tale comportamento deve essere corredato da un look specifico: la donna deve indossare la pelliccia (questa ossessione di Severin per la pelliccia risale all’infanzia). Numerose sono le descrizioni di Wanda e del suo abbigliamento, “Mi guardai attorno. Sul suo letto, circondato da un fluttuante drappo bianco simile a una nuvola, c’era una Kazabaika di velluto rosso fuoco con ricche e sontuose guarnizioni di velluto”, “Era lì, nella sua giacca guarnita di ermellino e con in testa un cappello da cosacco alto e tondo, anch’esso di ermellino, come amava portarne la grande Caterina” “Il fuoco canta sommessamente nel camino, sulla mensola un gatto fa le fusa e la neve bussa monotona alle finestre. Wanda giace sui morbidi cuscini dell’ottomana e io, ai suoi piedi, le parlo del mio amore, di questa tenera follia che mi consegna, privo di volontà, al suo dolce potere.” “Per il viaggio aveva indossato una sorta d’amazzone, un vestito di stoffa nera e una giacca corta dello stesso tessuto guarnita di pellicci scura che le modellavano il corpo snello mettendone in risalto le infinite grazie. E sopra a tutto portava una pelliccia da viaggio anch’essa scura. Sui capelli, raccolti in una crocchia secondo l’uso antico, posava una piccola berretta di pelliccia scura da cui scendeva un velo nero”, “Stivaletti russi di velluto viola guarniti di ermellino, un abito dello stesso tessuto, con bande sottili e coccarde sempre di ermellino, un cappotto corto e attillato, anch’esso riccamente guarnito e foderato della stessa pelliccia, un berretto alto nello stile di Caterina II, con una aigrette di airone fissata da un fermaglio di brillanti, i capelli rossi sciolti sulle spalle” “Wanda era nella loggia, i gomiti appoggiati alla balaustrata e la testa tra le mani. Indossava la grande pelliccia di zibellino scuro da cui il suo capo, col bel volto luminoso e i capelli ramati raccolti in una semplice crocchia, emergeva come dalla penombra di un quadro di Rembrandt. La pallida luce lunare creava magici riflessi argentati attorno alle statue allineate contro la parete, dietro di lei” “Al mio apparire la principessa si alza dall’ottomana di damasco rosso su cui giaceva. Tutto l’addobbo della camera, tappezzeria, tende, portiere, baldacchino, tutto è in damasco rosso, mentre il soffitto è decorato con un affresco stupendo, raffigurante Sansone e Dalila. Wanda mi riceve in un seducente déshabillé, la veste di raso bianco le modella con leggerezza incantevole il corpo snello e lascia scoperti braccia e seno che si intravedono morbidi, accarezzati dalla grande pelliccia di zibellino scuro. I capelli rossi, solo in parte fermati da fili di perle bianchi, le scendono lungo la schiena, sino alla vita. “Venere in pelliccia” dissi istintivamente cadendo ai suoi piedi.”

E ora qualche dettaglio relativo alla genesi dell’opera.

Il romanzo Venere il pelliccia fu pubblicato per la prima volta nel 1870. Questo romanzo faceva parte di un ambizioso ciclo narrativo che avrebbe dovuto affrontare alcune questioni cruciali della civilizzazione (il titolo del ciclo era Il retaggio di Caino”). Venere in pelliccia si inseriva nella sezione dedicata al tema dell’amore. L’autore consapevole della letterarietà del suo scritto lo sottopose a una profonda revisione che uscì in un’edizione modificata e accresciuta nel 1878. Oltre a interventi di carattere stilistico, sono presenti modifiche dell’intreccio. Soprattutto è il personaggio di Wanda, la protagonista, a cambiare: assume una fisionomia più enigmatica: è lei a prendere l’iniziativa, guidando Severin nel terreno della perdizione. Nell’edizione che ho letto vi è un’appendice in cui si spiegano gli elementi autobiografici presenti nel testo: lo scrittore Leopold von Masoch per descrivere questa relazione malsana tra Severin e Wanda si ispirò alla storia che lui ebbe con ebbe una relazione con una certa Fanny Pastor: tra i due fu stipulato un contratto che servì poi da modello per il romanzo.

E infine qualche immagine dei dipinti dell’artista Franz von Stuck le cui donne che ritrae mi ricordano la protagonista di Venus im Pelz

Vampire contemporanee: “Le vampire di Praga Danse Macabre” di Andrea Carlo Cappi

22 Nov

Recentemente ho letto il romanzo “Le vampire di Praga Danse Macabre” di Andrea Carlo Cappi, casa editrice edizioniAnordest, I edizione gennaio 2014.

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Questo romanzo si svolge prevalentemente a Praga e narra la storia di Rhona, una vampira che, braccata da una squadra speciale di polizia privata, lotta per la sopravvivenza. L’autore è Andrea Carlo Cappi, scrittore molto versatile i cui numerosi romanzi e racconti spaziano dal thriller all’horror al mystery; questa sua versatilità è evidente in Le vampire di Praga dove eros, horror e azione creano un bel mix. Nella trama si alternano tre situazioni che inizialmente sembrano separate, ma poi si intrecciano. Vi è la storia di Vlad, principe della Valacchia e vampiro, vissuto alla fine del XV secolo, che ritorna in azione nell’Inghilterra dell’Ottocento; la vicenda di Rhona, che è la principale; e le vicende di un gruppo di militari statunitense specializzato nella caccia ai vampiri. Consiglio questo libro a chi ama i romanzi horror e di azione, in ogni pagina succede qualcosa che lascia il lettore con la curiosità di sapere che cosa succederà nel capitolo successivo e quindi la lettura prosegue spedita. Bella è la copertina, di cui però non sono riuscita a trovare l’autore. La  fine del romanzo lascia alcune questioni aperte e fa pensare a un seguito, come d’altronde è specificato nel retrocopertina dove si parla di una trilogia. Se anche voi avete letto questo romanzo, potete lasciare qua sotto il vostro commento che leggerò con piacere.

Letture: “Carmilla” di Joseph Sheridan Le Fanu

20 Nov

Ho letto Un oscuro scrutare (titolo originale In a glass darkly, di Joseph Sheridan Le Fanu), nella traduzione di Luca Manini e Fabrizio Ferretti, Miraviglia editore.

Le Fanu (1814-1873) nacque a Dublino da una famiglia di origini ugonotte. È famoso per i suoi racconti caratterizzati da descrizioni evocative e  da elementi soprannaturali. Le Fanu insiste molto sui fattori psicologici e sulle motivazioni subconscie che spingono all’ azione i protagonisti delle sue storie.

In a glass darkly (1872) è una raccolta di cinque storie la cui cornice è fornita  dal Dottor Hesselius  specializzato in malattie mentali: egli introduce ogni racconto in cui sono presenti sia elementi soprannaturali sia elementi psicologici. Questa raccolta fonde elementi tipici della tradizione del romanzo gotico con elementi della narrativa psicologica di fine ottocento.

Il racconto più celebre di In a glass darkly è Carmilla: con questo racconto Le Fanu inventa il vampiro femmina. Laura, l’io-narrante, riceve nel suo solitario castello una misteriosa e sensuale ospite, Carmilla, che si rivela essere un vampiro.

Qui di seguito ne riporto la trama e i brani più belli.

 

 

La prima volta che Laura viene visitata da Carmilla è durante l’infanzia. Lei pensa che sia un sogno, invece la vista di questa strana giovane donna è reale e preannuncia il loro incontro anni dopo.

Era il viso di una giovane donna che, inginocchiata, teneva le mani sopra il copriletto. La guardai con una meraviglia che era mista a piacere e smisi di frignare. Lei mi carezzò e si distese accanto a me, sul letto, e poi mi attrasse a sé, sorridendo: provai un immediato senso di deliziosa rilassatezza e mi addormentai. Mi destò la sensazione che due aghi, nel medesimo istante, stessero penetrandomi, profondamente, nel petto e allora gridai forte. La donna si ritrasse bruscamente, tenendo gli occhi fissi su di me, poi scivolò sul pavimento e, pensai, si nascose sotto il letto.

E così, anni dopo, quando Laura è ormai diciassettenne , in una notte in cui la luna brilla più intensamente del solito (segno questo, secondo  la governante Mademoiselle De Lafontaine, di un’intensa attività spirituale; e che vari erano gli influssi della luna piena quand’essa scintilla così. Aveva influssi sui sogni, influssi sulla pazzia, influssi sulle persone nervose; e aveva sorprendenti effetti fisici sulla vita.…) Carmilla entra nella vita di Laura. La prima impressione che Laura ha della sconosciuta è la bellezza della voce, “una voce dolcissima e lamentosa”. Viene inoltre detto che Carmilla è di salute delicata e molto nervosa, è soggetta a delle crisi.

Dopo qualche ora di riposo, Laura va a trovare Carmilla nella camera da letto: “A fianco del letto erano accese delle candele. Ella era seduta; la sua snella e graziosa figura era avvolta nella soffice vestaglia di seta che sua madre le aveva messo sui piedi mentre giaceva a terra; era decorata con ricami a fiori e orlata d’una spessa fascia di seta trapunta”.

Laura però ha un’intuizione: riconosce in quel volto quel volto che l’aveva visitata quella notte di molti anni prima: “aveva la stessa malinconica espressione”. Carmilla rivela di aver avuto anche lei da piccola la stessa visione e riconosce in Laura la giovane donna che l’aveva visitata di notte:  Mi chiedo se anche voi vi sentite stranamente attratta da me come io da voi; non ho mai avuto un’amica… forse la troverò ora?” sospirò e i suoi occhi scuri mi fissarono con passione.

Laura si sente attratta dalla nuova conoscenza, ma nello stesso tempo prova repulsione: “Era una sensazione ambigua, ma l’attrazione prevalse subito. Quella ragazza m’interessava e mi vinse; era così bella e così stranamente affascinante!” Infatti la nuova venuta ha un indubbio fascino: “Io ero lusingata dall’evidente, anche se immeritato, affetto che lei mi mostrava. Mi piaceva la confidenza con cui mi aveva subito ricevuta. Era certa che saremmo diventate grandi amiche.”

Viene spesso sottolineata l’eccezionale bellezza di Carmilla: “Alla luce del sole non perdeva nulla della propria avvenenza; era senza dubbio la creatura più bella che avesse mai visto (…).” A pag. 381 viene detto: Era più alta della media delle donne (…). Era meravigliosamente snella e aggraziata; se non fosse stato per i suoi movimenti, che erano languidi… molto languidi, non c’era nulla nel suo aspetto che lasciasse sospettare che fosse malata. La sua carnagione era colorita e brillante; i lineamenti minuti e meravigliosamente modellati; gli occhi erano grandi, scuri e lucenti; i capelli erano bellissimi: non avevo mai visto capelli così splendidamente folti e lunghi quando li lasciava sciolti sulle spalle. (…). Erano squisitamente fini e soffici, e di un castano scuro con sfumature dorate. “

Tuttavia vi sono dei lati di Carmilla che non piacciono a Laura; uno di questi è l’estrema riservatezza: “(…) mi accorsi presto che lei manteneva un riserbo, mai assopito, riguardo a se stessa, a sua madre, alla sua storia, a tutto ciò che riguardava la sua vita, i suoi progetti, la gente che frequentava (…) Mi sembrava che ci fosse una freddezza, insolita in una della sua età, in quel suo persistente e malinconico, anche se gentile, rifiuto di concedermi sia pure soltanto un raggio di luce”. Carmilla si accorge della contrarietà che suscita nella nuova amica il suo riserbo ed è abile nel saper far passare il cattivo umore in Laura: Mi gettava le braccia al collo e mi attirava a sé, poggiando la guancia contro la mia e mormorando, con le labbra premute contro il mio orecchio: Mia cara, il tuo piccolo cuore è ferito; non giudicarmi crudele perché obbedisco all’inflessibile legge della mia forza e della mia debolezza. Se il tuo piccolo cuore è ferito, anche il mio cuore selvaggio sanguina assieme al tuo. (…).

Questi slanci e sbalzi di umore sono poco chiari a Laura: Debbo riconoscere che cercavo sempre di liberarmi da questi folli abbracci, che, a dire il vero, non erano molto frequenti; ma le forse sembravano abbandonarmi: le sue parole, mormorate così, mi risuonavano all’orecchio come una ninnananna e piegavano la mia resistenza (…)” , gradualmente Laura si indebolisce: non si sa ancora il perché (ossia che Carmilla ne succhia di notte il sangue, indebolendola).

  1. 384: Era l’ardore di un innamorato e questo m’imbarazzava; era una sensazione odiosa, eppure travolgente. Si avvicinava a me con occhi colmi di bramosia e le sue labbra mi riempivano le guance di baci. E poi sussurrava, quasi singhiozzando: “Tu sei mia, tu sarai mia. Io e te saremo unite per sempre”. Poi si lasciava cadere di nuovo sulla sedia, portando le piccole mani davanti agli occhi e lasciandomi tremante.
  2. 385: A parte questi momenti di strana esaltazione, Carmilla si comportava sempre in modo molto femminile, e c’era sempre un languore in lei del tutto incompatibile con le caratteristiche ce deve avere una persona strana.

Scendeva molto tardi, di solito non prima dell’una, e prendeva una tazza di cioccolata, ma senza mangiare nulla; poi uscivamo per una passeggiata, che era di soli due passi perché lei sembrava subito esausta. Allora tornavamo allo schloss oppure ci sedevamo su una delle panchine sistemate qua e là tra gli alberi. La sua mente non condivideva il languore del suo corpo, infatti la sua conversazione era sempre brillante e intelligente.

 

In alcuni frangenti Carmilla non riesce a celare la sua vera natura, come quando commenta il funerale di una ragazza morta in modo misterioso (“convinta che qualcosa la stringesse alla gola, mentre era a letto, fino a strangolarla”. Il lettore poi capirà che la colpevole di questa, come di altre misteriose morti nella zona intorno allo schloss è la stessa Carmilla.). Ecco la reazione di Carmilla (p.386): Sedette e il suo volto subì una trasformazione che mi allarmò e mi spaventò per un momento: s’incupì, facendosi orribilmente livido, ed ella strinse i denti e le mani e serrò duramente le labbra mentre, con gli occhi bassi, fissava il terreno. Tremava come scossa da continui brividi, come se fosse stata colta da un attacco di febbre. Sembrò raccogliere tutte le sue energie per evitare che una crisi la soffocasse. Poi emise un gemito di sofferenza isterica e si calmò.

 

Il padre di Laura fa restaurare i quadri dello schloss e uno di questi che rappresenta un’ava della madre di Laura, ha una straordinaria rassomiglianza con Carmilla, la quale rivela di essere una discendente, anche molto alla lontana, dei Karnstein, di cui la stessa Laura per parte di madre discende. Dopo questa rivelazione Carmilla invita Laura a una passeggiata al chiaro di luna e in questa occasione si rivela l’attaccamento della misteriosa Carmilla nei confronti di Laura: “Non sono mai stata innamorata di nessuno e mai lo saròa meno che non si tratti di te”. E Laura pensa che Carmilla sia molto bella al chiar di luna.

“Timido e strano era il suo sguardo quando, in fretta, nascose il viso contro il mio collo, affondandolo tra i miei capelli, con profondi sospiri che sembravano singhiozzi, stringendo la mia con una mano che tremava. La sua morbida guancia contro la mia. “Cara, cara” mormorò “io vivo in te; e tu morirai per me perché io ti amo così tanto!”

Carmilla parla del suo languore: “Non c’è nulla che non va in me, solo una certa debolezza. La gente dice che sono languida; non posso fare sforzi; le mie passeggiate possono durare quanto quelle di un bambino di tre anni; ogni tanto poi le mie poche forze mi abbandonano e allora mi accade come questa sera(…)”.

 

Riserbo di Carmilla che dice a Laura: “Hai tutti i diritti di chiedermi questo e qualsiasi altra cosa. Non sai quanto mi sei cara, altrimenti non penseresti che ci siano delle confidenze troppo grandi per te. Ma sono legata a tali promesse, ben più terribili d’una monaca, che non oso raccontare la mia storia, nemmeno a te. Ma è vicino il momento in cui saprai tutto. Mi giudicherai crudele, egoista, ma l’amore è sempre egoista; più è ardente, più è egoista. Non immagini quanto io sia gelosa. Tu devi venire con me, amarmi fino alla morte; oppure odiarmi, ma dovrai pur sempre venire con me, odiandomi nella morte e anche oltre. Non esiste la parola indifferenza nella mia apatica natura.”.

Carmilla è esausta e va a letto: “Era sdraiata, con le minuscole mani seppellite tra i folti capelli ondulati, sotto le gote,e la testolina sul guanciale, mentre i suoi occhi lucenti mi seguivano mentre mi muovevo, con uno strano, timido sorriso che non riuscii a decifrare.”

 

Quella stessa notte Laura fauno strano sogno: vede una strana bestia nera ai piedi del suo letto e sente un dolore acuto,come se due grossi aghi la penetrassero nel petto. Si sveglia con un grido e vede una figura femminile ai piedi del letto “indossava un lungo vestito nero. I capelli erano sciolti e le ricadevano sulle spalle. Un masso non sarebbe potuto essere più immobile. Non aveva il minimo segno del respiro (…)”

 

Da quella notte Laura cambia: al risveglio si sente spossata; sente un languore che l’opprime per tutto il giorno. Si sente cambiata. Una strana malinconia si insinua in lei. Contemporaneamente Carmilla “diventa più affettuosa nei miei confronti e i suoi strani parossismi di languida adorazione per me divennero più frequenti. (…). Senza saperlo, ero ormai in uno stato avanzato della più strana malattia che possa colpire un essere umano. V’era, nei suoi primi sintomi, un fascino tanto inspiegabile che mi riconciliava con gli effetti debilitanti di questo stadio della malattia. Questo fascino continuò a crescere fino a quando non raggiunse un punto in cui al fascino si mescolò l’orrore. (…). Certe vaghe e strane sensazioni cominciarono a visitare i miei sonni. La sensazione più ricorrente era il freddo (…) A questa s’aggiunsero presto sogni interminabili e confusi (…) lasciavano un’orribile sensazione, un senso di stanchezza, come se per lungo tempo fossi stata sottoposta a uno sforzo mentale o a un pericolo. (…). A volte invece mi sembrava che una mano mi accarezzasse con dolcezza il viso e il collo. Altre volte erano delle labbra calde che mi baciavano, a lungo e con ardore, fino a quando non raggiungevano la mia gola, dove si soffermavano. Il cuore mi batteva più forte, respiravo con affanno; un singulto, che cresceva tanto da darmi la sensazione di strangolarmi, giungeva a diventare una dolorosa convulsione, durante la quale i miei sensi mi abbandonavano e perdevo conoscenza.”

Una notte Laura ha una visione: le sembra di vedere ai piedi del suo letto Carmilla macchiata di sangue; spaventata si sveglia e va a cercarla, ma la camera dell’amica è vuota. La ragazza ricompare come se nulla fosse il giorno seguente.

Il padre preoccupato per la salute di Laura decide di consultare un medico e dopo questa visita senza spiegare nulla alla figlia, le dice che insieme devono recarsi a Karnstein presso le rovine del castello degli antenati della madre. Durante il viaggio incontrano il Generale, un vecchio amico: gli è morta da poco l’adorata nipote e si sta recando anch’egli alle rovine del castello di Karnstein perché intende dissotterrare alcune tombe dei nobili lì sepolti per liberare la terra di quelle zone dai mostri che la infestano. Si mette così a spiegare tutta la storia.(p. 423).

A un ballo il Generale che vi aveva accompagnato la  nipote è avvicinato da una signora mascherata, con un’aria solenne, che gli affida per qualche settimana la bella figlia dal nome Millarca. Il Generale è incerto, ma le insistenze della nipote lo spingono ad accettare l’incarico. Di questo si pente  in fretta perché Mircalla si rivela essere un vampiro.

Mentre narra questi eventi giunge la giovane Carmilla e riconoscendo in lei la terribile Millarca subito il Generale cerca di colpirla, ma Carmilla lo blocca senza sforzo con la sua delicata mano e poi svanisce. Il generale non ha più dubbi e in attesa di una certa persona va al castello con Laura e suo padre.

Arriva dunque un esperto di vampiri, il barone Vonderbug, e insieme la compagnia – tranne Laura – torna alle rovine di Karnstein dove tra i rovi viene ritrovata la tomba della contessa Mircalla. Quando viene aperta, al suo interno non vi si trova uno scheletro, bensì la bellissima Carmilla integra nella sua immortale bellezza intinta nel sangue. “La tomba della Contessa Mircalla fu scoperchiata e il Generale e mio padre riconobbero la loro perfida e bella ospite in quel volto ora visibile. I lineamenti, nonostante fossero trascorsi centocinquant’anni dal suo funerale, possedevano ancora il colore caldo della vita. I suoi occhi erano aperti e dalla bara non esalava alcun odore di cadavere. I due dottori, uno in veste di medico, l’altro come promotore dell’inchiesta, attestarono che, straordinariamente, c’era una debole, ma chiara respirazione e una corrispondente azione del cuore. Le membra erano perfettamente flessibili, la pelle elastica; e nella bara di piombo v’erano circa sette pollici di sangue, nel quale era immerso il corpo. C’erano tutti i segni del vampirismo.”. Così la creatura viene giustiziata: le si conficca un paletto nel cuore, viene decapitata e le sue spoglie sono bruciate.

Laura non assiste alla fine atroce dell’amata amica, ma conosce i raccapriccianti particolari grazie al resoconto della Commissione Imperiale.

Il barone Vonderbug infine svela gli arcani di questo caso a partire dal nome della vampira: Carmilla e Millarca sono semplicemente anagrammi del nome della contessa Mircalla. Duecento anni prima un suo antenato della Moravia arrivò in quella zona della Stiria dove conobbe e s’innamorò della giovane Contessa Mircalla, ma la cagionevole fanciulla morì presto. Il barone aggiunge anche che i vampiri originali prendono vita quando giovani persone muoiono in situazioni drammatiche attaccandosi al mondo terreno e questo temeva fosse il caso di Mircalla. Il suo antenato conosceva bene come venivano uccisi i vampiri e per evitare che la sua amata subisse lo stesso trattamento ne nascose la tomba. Soltanto nella vecchiaia ripensò a ciò che aveva fatto e così scrisse un resoconto sul caso di Mircalla e su come ritrovare la sua tomba. Così dopo duecento anni, in cui Mircalla, Millarca o Carmilla aveva seminato morte per restare eternamente giovane, il demonio viene ucciso. Laura tuttavia non riuscirà mai a dimenticare la cara amica.

 

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