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Personaggi femminili nella narrativa di fine Ottocento: lettura di “Venere in pelliccia” di Leopold von Sacher-Masoch

27 Nov

(Ho letto il romanzo Venere in pelliccia nella traduzione di Giulio De Angelis e Maria Teresa Ferrari, edizioni ES)

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Leopold von Sacher-Masoch fu uno scrittore austriaco vissuto dal 1836 al 1895. Diventò celebre per il romanzo Venere in pelliccia (1878): vi si narrano le vicende di un uomo che decide di sottomettersi a una donna, accettandone tutte le volontà, anche quelle più abbiette. Masoch diede il nome al disturbo psichico, appunto masochismo, caratterizzato dal provare piacere nella sofferenza fisica e morale.

Già con la citazione in apertura al lettore viene suggerito il tema al centro del romanzo: “Dio lo ha punito e lo ha dato in mano a una donna” Giuditta, XVI, 7 (un libro della Bibbia è intitolato Giuditta, così si chiama una donna ebrea che fa innamorare di sé un generale assiro, Oloferne, e dopo averlo ubriacato, lo decapita). E anche il sogno che apre il romanzo contiene tutti gli elementi del romanzo: l’io-narrante è al cospetto della dea dell’Amore la quale viene descritta nei minimi dettagli, si dice per esempio che è “rannicchiata” in un’ampia pelliccia, e che è intenta a enunciare la filosofia al centro delle vicende: più la donna sarà crudele e infedele, più tratterà male l’uomo, giocando malvagiamente e senza misericordia, più lo infiammerà e ne sarà amata.

Risvegliatosi da questo sogno l’io-narrante  si reca dall’amico, il signor Severin. Questi gli rivela di aver vissuto anni prima nella realtà l’incontro che l’amico ha solo sognato. Gli consegna perciò un diario in cui ha in cui ha riportato quell’esperienza. Ha così inizio la narrazione della vicenda centrale: in una piccola città termale dei Carpazi il giovane Severin incontra la principessa Wanda Dunajew e ne diventa lo schiavo. Severin la segue nei spostamenti andando fino a Firenze e a Venezia. Deve accettare le sue infedeltà: come il flirt che la donna ha con un giovane greco dalla bellezza perfetta. Culmine di questa relazione insana che lega Severin alla crudele donna è la firma del contratto con il quale il giovane suggella la sua totale sottomissione alla donna. Un tale legame non può durare e dopo numerose vessazioni Severin si allontana da Wanda  per ritornarsene alla casa natia. Dopo qualche tempo riceve una lettera in cui l’ex-amante lo aggiorna sulle sue vicende e spera che, grazie alla storia vissuta con lei, Severin sia guarito dal disturbo che lo spingeva a cercare nella sottomissione la felicità.

Di questo romanzo ho apprezzato l’atmosfera di fine Ottocento ottenuta attraverso dettagliate descrizioni degli abiti indossati da Wanda, degli ambienti, degli arredi, delle opere d’arte. Sono interessanti anche i dialoghi filosofici all’inizio del romanzo, leggendo i quali si comprende la psicologia dei due protagonisti. Poi le situazioni e i dialoghi tendono a ripetersi, col rischio di annoiare il lettore.

Wanda prelude ai personaggi femminili “decadenti” della letteratura di fine secolo, così come Severin prelude alle varie figure di inetto di tanti romanzi moderni.

Ora metterò in evidenza alcune pagine che trovo particolari e importanti.

Innanzitutto, come ho detto, l’arte gioca un ruolo fondamentale nel rapporto tra Severin e Wanda: Severin è innamorato del dipinto di Tiziano “Venere allo specchio”

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In questo dipinto, esposto alla Dresdener Galerie, egli trova rappresentata la sua idea di donna perfetta :  “La gelida civetteria con cui la stupenda donna avvolge le proprie grazie nello zibellino scuro, la forza e la durezza che traspaiono dal volto marmoreo mi incantano e al tempo stesso i fanno fremere di orrore”; questa perfezione il protagonista del romanzo la troverà incarnata in Wanda. Nell’ammirare tale quadro il giovane non vede l’ora di incontrare una donna simile che faccia di lui il proprio trastullo. E appunto la troverà in Wanda, la cui bellezza è così perfetta da assomigliare a una statua.

Sin dai primi incontri Wanda non è ipocrita, si mostra a Severin per quella che è: espone la sua fede in un edonismo che nega il codice dei valori cristiani, lei si ritiene una greca, una pagana e vuole essere felice come lo erano gli antichi greci, e va oltre:  “Io non sono buona. Non mi lascio assoggettare e non permetto che mi si renda amara la vita, neppure per un’ora sola”. Severin si sottomette a questa donna e spiega: “Io posso amare solo ciò che è al di sopra di me” e spiega la sua attrazione per il dolore così: “La vita è sofferenza, il piacere una sua temporanea sospensione, che sempre condurrà a nuove torture, Non è dunque preferibile cercare il piacere nella sofferenza, come i fachiri dell’India, e così trionfare sulla vita e sulla morte?” E per essere efficace tale comportamento deve essere corredato da un look specifico: la donna deve indossare la pelliccia (questa ossessione di Severin per la pelliccia risale all’infanzia). Numerose sono le descrizioni di Wanda e del suo abbigliamento, “Mi guardai attorno. Sul suo letto, circondato da un fluttuante drappo bianco simile a una nuvola, c’era una Kazabaika di velluto rosso fuoco con ricche e sontuose guarnizioni di velluto”, “Era lì, nella sua giacca guarnita di ermellino e con in testa un cappello da cosacco alto e tondo, anch’esso di ermellino, come amava portarne la grande Caterina” “Il fuoco canta sommessamente nel camino, sulla mensola un gatto fa le fusa e la neve bussa monotona alle finestre. Wanda giace sui morbidi cuscini dell’ottomana e io, ai suoi piedi, le parlo del mio amore, di questa tenera follia che mi consegna, privo di volontà, al suo dolce potere.” “Per il viaggio aveva indossato una sorta d’amazzone, un vestito di stoffa nera e una giacca corta dello stesso tessuto guarnita di pellicci scura che le modellavano il corpo snello mettendone in risalto le infinite grazie. E sopra a tutto portava una pelliccia da viaggio anch’essa scura. Sui capelli, raccolti in una crocchia secondo l’uso antico, posava una piccola berretta di pelliccia scura da cui scendeva un velo nero”, “Stivaletti russi di velluto viola guarniti di ermellino, un abito dello stesso tessuto, con bande sottili e coccarde sempre di ermellino, un cappotto corto e attillato, anch’esso riccamente guarnito e foderato della stessa pelliccia, un berretto alto nello stile di Caterina II, con una aigrette di airone fissata da un fermaglio di brillanti, i capelli rossi sciolti sulle spalle” “Wanda era nella loggia, i gomiti appoggiati alla balaustrata e la testa tra le mani. Indossava la grande pelliccia di zibellino scuro da cui il suo capo, col bel volto luminoso e i capelli ramati raccolti in una semplice crocchia, emergeva come dalla penombra di un quadro di Rembrandt. La pallida luce lunare creava magici riflessi argentati attorno alle statue allineate contro la parete, dietro di lei” “Al mio apparire la principessa si alza dall’ottomana di damasco rosso su cui giaceva. Tutto l’addobbo della camera, tappezzeria, tende, portiere, baldacchino, tutto è in damasco rosso, mentre il soffitto è decorato con un affresco stupendo, raffigurante Sansone e Dalila. Wanda mi riceve in un seducente déshabillé, la veste di raso bianco le modella con leggerezza incantevole il corpo snello e lascia scoperti braccia e seno che si intravedono morbidi, accarezzati dalla grande pelliccia di zibellino scuro. I capelli rossi, solo in parte fermati da fili di perle bianchi, le scendono lungo la schiena, sino alla vita. “Venere in pelliccia” dissi istintivamente cadendo ai suoi piedi.”

E ora qualche dettaglio relativo alla genesi dell’opera.

Il romanzo Venere il pelliccia fu pubblicato per la prima volta nel 1870. Questo romanzo faceva parte di un ambizioso ciclo narrativo che avrebbe dovuto affrontare alcune questioni cruciali della civilizzazione (il titolo del ciclo era Il retaggio di Caino”). Venere in pelliccia si inseriva nella sezione dedicata al tema dell’amore. L’autore consapevole della letterarietà del suo scritto lo sottopose a una profonda revisione che uscì in un’edizione modificata e accresciuta nel 1878. Oltre a interventi di carattere stilistico, sono presenti modifiche dell’intreccio. Soprattutto è il personaggio di Wanda, la protagonista, a cambiare: assume una fisionomia più enigmatica: è lei a prendere l’iniziativa, guidando Severin nel terreno della perdizione. Nell’edizione che ho letto vi è un’appendice in cui si spiegano gli elementi autobiografici presenti nel testo: lo scrittore Leopold von Masoch per descrivere questa relazione malsana tra Severin e Wanda si ispirò alla storia che lui ebbe con ebbe una relazione con una certa Fanny Pastor: tra i due fu stipulato un contratto che servì poi da modello per il romanzo.

E infine qualche immagine dei dipinti dell’artista Franz von Stuck le cui donne che ritrae mi ricordano la protagonista di Venus im Pelz

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Vampire contemporanee: “Le vampire di Praga Danse Macabre” di Andrea Carlo Cappi

22 Nov

Recentemente ho letto il romanzo “Le vampire di Praga Danse Macabre” di Andrea Carlo Cappi, casa editrice edizioniAnordest, I edizione gennaio 2014.

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Questo romanzo si svolge prevalentemente a Praga e narra la storia di Rhona, una vampira che, braccata da una squadra speciale di polizia privata, lotta per la sopravvivenza. L’autore è Andrea Carlo Cappi, scrittore molto versatile i cui numerosi romanzi e racconti spaziano dal thriller all’horror al mystery; questa sua versatilità è evidente in Le vampire di Praga dove eros, horror e azione creano un bel mix. Nella trama si alternano tre situazioni che inizialmente sembrano separate, ma poi si intrecciano. Vi è la storia di Vlad, principe della Valacchia e vampiro, vissuto alla fine del XV secolo, che ritorna in azione nell’Inghilterra dell’Ottocento; la vicenda di Rhona, che è la principale; e le vicende di un gruppo di militari statunitense specializzato nella caccia ai vampiri. Consiglio questo libro a chi ama i romanzi horror e di azione, in ogni pagina succede qualcosa che lascia il lettore con la curiosità di sapere che cosa succederà nel capitolo successivo e quindi la lettura prosegue spedita. Bella è la copertina, di cui però non sono riuscita a trovare l’autore. La  fine del romanzo lascia alcune questioni aperte e fa pensare a un seguito, come d’altronde è specificato nel retrocopertina dove si parla di una trilogia. Se anche voi avete letto questo romanzo, potete lasciare qua sotto il vostro commento che leggerò con piacere.

Letture: “Carmilla” di Joseph Sheridan Le Fanu

20 Nov

Ho letto Un oscuro scrutare (titolo originale In a glass darkly, di Joseph Sheridan Le Fanu), nella traduzione di Luca Manini e Fabrizio Ferretti, Miraviglia editore.

Le Fanu (1814-1873) nacque a Dublino da una famiglia di origini ugonotte. È famoso per i suoi racconti caratterizzati da descrizioni evocative e  da elementi soprannaturali. Le Fanu insiste molto sui fattori psicologici e sulle motivazioni subconscie che spingono all’ azione i protagonisti delle sue storie.

In a glass darkly (1872) è una raccolta di cinque storie la cui cornice è fornita  dal Dottor Hesselius  specializzato in malattie mentali: egli introduce ogni racconto in cui sono presenti sia elementi soprannaturali sia elementi psicologici. Questa raccolta fonde elementi tipici della tradizione del romanzo gotico con elementi della narrativa psicologica di fine ottocento.

Il racconto più celebre di In a glass darkly è Carmilla: con questo racconto Le Fanu inventa il vampiro femmina. Laura, l’io-narrante, riceve nel suo solitario castello una misteriosa e sensuale ospite, Carmilla, che si rivela essere un vampiro.

Qui di seguito ne riporto la trama e i brani più belli.

 

La prima volta che Laura viene visitata da Carmilla è durante l’infanzia. Lei pensa che sia un sogno, invece la vista di questo strana giovane donna è reale e preannuncia il loro incontro anni dopo.

Era il viso di una giovane donna che, inginocchiata, teneva le mani sopra il copriletto. La guardai con una meraviglia che era mista a piacere e smisi di frignare. Lei mi carezzò e si distese accanto a me, sul letto, e poi mi attrasse a sé, sorridendo: provai un immediato senso di deliziosa rilassatezza e mi addormentai. Mi destò la sensazione che due aghi, nel medesimo istante, stessero penetrandomi, profondamente, nel petto e allora gridai forte. La donna si ritrasse bruscamente, tenendo gli occhi fissi su di me, poi scivolò sul pavimento e, pensai, si nascose sotto il letto.

E così, anni dopo, quando Laura è ormai diciassettenne , in una notte in cui la luna brilla più intensamente del solito (segno questo, secondo  la governante Mademoiselle De Lafontaine, di un’intensa attività spirituale; e che vari erano gli influssi della luna piena quand’essa scintilla così. Aveva influssi sui sogni, influssi sulla pazzia, influssi sulle persone nervose; e aveva sorprendenti effetti fisici sulla vita.…) Carmilla entra nella vita di Laura. La prima impressione che Laura ha della sconosciuta è la bellezza della voce, “una voce dolcissima e lamentosa”. Viene inoltre detto che Carmilla è di salute delicata e molto nervosa, è soggetta a delle crisi.

Dopo qualche ora di riposo, Laura va a trovare Carmilla nella camera da letto: “A fianco del letto erano accese delle candele. Ella era seduta; la sua snella e graziosa figura era avvolta nella soffice vestaglia di seta che sua madre le aveva messo sui piedi mentre giaceva a terra; era decorata con ricami a fiori e orlata d’una spessa fascia di seta trapunta”.

Laura però ha un’intuizione: riconosce in quel volto quel volto che l’aveva visitata quella notte di molti anni prima: “aveva la stessa malinconica espressione”. Carmilla rivela di aver avuto anche lei da piccola la stessa visione e riconosce in Laura la giovane donna che l’aveva visitata di notte:  Mi chiedo se anche voi vi sentite stranamente attratta da me come io da voi; non ho mai avuto un’amica… forse la troverò ora?” sospirò e i suoi occhi scuri mi fissarono con passione.

Laura si sente attratta dalla nuova conoscenza, ma nello stesso tempo prova repulsione: “Era una sensazione ambigua, ma l’attrazione prevalse subito. Quella ragazza m’interessava e mi vinse; era così bella e così stranamente affascinante!” Infatti la nuova venuta ha un indubbio fascino: “Io ero lusingata dall’evidente, anche se immeritato, affetto che lei mi mostrava. Mi piaceva la confidenza con cui mi aveva subito ricevuta. Era certa che saremmo diventate grandi amiche.”

Viene spesso sottolineata l’eccezionale bellezza di Carmilla: “Alla luce del sole non perdeva nulla della propria avvenenza; era senza dubbio la creatura più bella che avesse mai visto (…).” A pag. 381 viene detto: Era più alta della media delle donne (…). Era meravigliosamente snella e aggraziata; se non fosse stato per i suoi movimenti, che erano languidi… molto languidi, non c’era nulla nel suo aspetto che lasciasse sospettare che fosse malata. La sua carnagione era colorita e brillante; i lineamenti minuti e meravigliosamente modellati; gli occhi erano grandi, scuri e lucenti; i capelli erano bellissimi: non avevo mai visto capelli così splendidamente folti e lunghi quando li lasciava sciolti sulle spalle. (…). Erano squisitamente fini e soffici, e di un castano scuro con sfumature dorate. “

Tuttavia vi sono dei lati di Carmilla che non piacciono a Laura; uno di questi è l’estrema riservatezza: “(…) mi accorsi presto che lei manteneva un riserbo, mai assopito, riguardo a se stessa, a sua madre, alla sua storia, a tutto ciò che riguardava la sua vita, i suoi progetti, la gente che frequentava (…) Mi sembrava che ci fosse una freddezza, insolita in una della sua età, in quel suo persistente e malinconico, anche se gentile, rifiuto di concedermi sia pure soltanto un raggio di luce”. Carmilla si accorge della contrarietà che suscita nella nuova amica il suo riserbo ed è abile nel saper far passare il cattivo umore in Laura: Mi gettava le braccia al collo e mi attirava a sé, poggiando la guancia contro la mia e mormorando, con le labbra premute contro il mio orecchio: Mia cara, il tuo piccolo cuore è ferito; non giudicarmi crudele perché obbedisco all’inflessibile legge della mia forza e della mia debolezza. Se il tuo piccolo cuore è ferito, anche il mio cuore selvaggio sanguina assieme al tuo. (…).

Questi slanci e sbalzi di umore sono poco chiari a Laura: Debbo riconoscere che cercavo sempre di liberarmi da questi folli abbracci, che, a dire il vero, non erano molto frequenti; ma le forse sembravano abbandonarmi: le sue parole, mormorate così, mi risuonavano all’orecchio come una ninnananna e piegavano la mia resistenza (…)” , gradualmente Laura si indebolisce: non si sa ancora il perché (ossia che Carmilla ne succhia di notte il sangue, indebolendola).

  1. 384: Era l’ardore di un innamorato e questo m’imbarazzava; era una sensazione odiosa, eppure travolgente. Si avvicinava a me con occhi colmi di bramosia e le sue labbra mi riempivano le guance di baci. E poi sussurrava, quasi singhiozzando: “Tu sei mia, tu sarai mia. Io e te saremo unite per sempre”. Poi si lasciava cadere di nuovo sulla sedia, portando le piccole mani davanti agli occhi e lasciandomi tremante.
  2. 385: A parte questi momenti di strana esaltazione, Carmilla si comportava sempre in modo molto femminile, e c’era sempre un languore in lei del tutto incompatibile con le caratteristiche ce deve avere una persona strana.

Scendeva molto tardi, di solito non prima dell’una, e prendeva una tazza di cioccolata, ma senza mangiare nulla; poi uscivamo per una passeggiata, che era di soli due passi perché lei sembrava subito esausta. Allora tornavamo allo schloss oppure ci sedevamo su una delle panchine sistemate qua e là tra gli alberi. La sua mente non condivideva il languore del suo corpo, infatti la sua conversazione era sempre brillante e intelligente.

 

In alcuni frangenti Carmilla non riesce a celare la sua vera natura, come quando commenta il funerale di una ragazza morta in modo misterioso (“convinta che qualcosa la stringesse alla gola, mentre era a letto, fino a strangolarla”. Il lettore poi capirà che la colpevole di questa, come di altre misteriose morti nella zona intorno allo schloss è la stessa Carmilla.). Ecco la reazione di Carmilla (p.386): Sedette e il suo volto subì una trasformazione che mi allarmò e mi spaventò per un momento: s’incupì, facendosi orribilmente livido, ed ella strinse i denti e le mani e serrò duramente le labbra mentre, con gli occhi bassi, fissava il terreno. Tremava come scossa da continui brividi, come se fosse stata colta da un attacco di febbre. Sembrò raccogliere tutte le sue energie per evitare che una crisi la soffocasse. Poi emise un gemito di sofferenza isterica e si calmò.

 

Il padre di Laura fa restaurare i quadri dello schloss e uno di questi che rappresenta un’ava della madre di Laura, ha una straordinaria rassomiglianza con Carmilla, la quale rivela di essere una discendente, anche molto alla lontana, dei Karnstein, di cui la stessa Laura per parte di madre discende. Dopo questa rivelazione Carmilla invita Laura a una passeggiata al chiaro di luna e in questa occasione si rivela l’attaccamento della misteriosa Carmilla nei confronti di Laura: “Non sono mai stata innamorata di nessuno e mai lo saròa meno che non si tratti di te”. E Laura pensa che Carmilla sia molto bella al chiar di luna.

“Timido e strano era il suo sguardo quando, in fretta, nascose il viso contro il mio collo, affondandolo tra i miei capelli, con profondi sospiri che sembravano singhiozzi, stringendo la mia con una mano che tremava. La sua morbida guancia contro la mia. “Cara, cara” mormorò “io vivo in te; e tu morirai per me perché io ti amo così tanto!”

Carmilla parla del suo languore: “Non c’è nulla che non va in me, solo una certa debolezza. La gente dice che sono languida; non posso fare sforzi; le mie passeggiate possono durare quanto quelle di un bambino di tre anni; ogni tanto poi le mie poche forze mi abbandonano e allora mi accade come questa sera(…)”.

 

Riserbo di Carmilla che dice a Laura: “Hai tutti i diritti di chiedermi questo e qualsiasi altra cosa. Non sai quanto mi sei cara, altrimenti non penseresti che ci siano delle confidenze troppo grandi per te. Ma sono legata a tali promesse, ben più terribili d’una monaca, che non oso raccontare la mia storia, nemmeno a te. Ma è vicino il momento in cui saprai tutto. Mi giudicherai crudele, egoista, ma l’amore è sempre egoista; più è ardente, più è egoista. Non immagini quanto io sia gelosa. Tu devi venire con me, amarmi fino alla morte; oppure odiarmi, ma dovrai pur sempre venire con me, odiandomi nella morte e anche oltre. Non esiste la parola indifferenza nella mia apatica natura.”.

Carmilla è esausta e va a letto: “Era sdraiata, con le minuscole mani seppellite tra i folti capelli ondulati, sotto le gote,e la testolina sul guanciale, mentre i suoi occhi lucenti mi seguivano mentre mi muovevo, con uno strano, timido sorriso che non riuscii a decifrare.”

 

Quella stessa notte Laura fauno strano sogno: vede una strana bestia nera ai piedi del suo letto e sente un dolore acuto,come se due grossi aghi la penetrassero nel petto. Si sveglia con un grido e vede una figura femminile ai piedi del letto “indossava un lungo vestito nero. I capelli erano sciolti e le ricadevano sulle spalle. Un masso non sarebbe potuto essere più immobile. Non aveva il minimo segno del respiro (…)”

 

Da quella notte Laura cambia: al risveglio si sente spossata; sente un languore che l’opprime per tutto il giorno. Si sente cambiata. Una strana malinconia si insinua in lei. Contemporaneamente Carmilla “diventa più affettuosa nei miei confronti e i suoi strani parossismi di languida adorazione per me divennero più frequenti. (…). Senza saperlo, ero ormai in uno stato avanzato della più strana malattia che possa colpire un essere umano. V’era, nei suoi primi sintomi, un fascino tanto inspiegabile che mi riconciliava con gli effetti debilitanti di questo stadio della malattia. Questo fascino continuò a crescere fino a quando non raggiunse un punto in cui al fascino si mescolò l’orrore. (…). Certe vaghe e strane sensazioni cominciarono a visitare i miei sonni. La sensazione più ricorrente era il freddo (…) A questa s’aggiunsero presto sogni interminabili e confusi (…) lasciavano un’orribile sensazione, un senso di stanchezza, come se per lungo tempo fossi stata sottoposta a uno sforzo mentale o a un pericolo. (…). A volte invece mi sembrava che una mano mi accarezzasse con dolcezza il viso e il collo. Altre volte erano delle labbra calde che mi baciavano, a lungo e con ardore, fino a quando non raggiungevano la mia gola, dove si soffermavano. Il cuore mi batteva più forte, respiravo con affanno; un singulto, che cresceva tanto da darmi la sensazione di strangolarmi, giungeva a diventare una dolorosa convulsione, durante la quale i miei sensi mi abbandonavano e perdevo conoscenza.”

Una notte Laura ha una visione: le sembra di vedere ai piedi del suo letto Carmilla macchiata di sangue; spaventata si sveglia e va a cercarla, ma la camera dell’amica è vuota. La ragazza ricompare come se nulla fosse il giorno seguente.

Il padre preoccupato per la salute di Laura decide di consultare un medico e dopo questa visita senza spiegare nulla alla figlia, le dice che insieme devono recarsi a Karnstein presso le rovine del castello degli antenati della madre. Durante il viaggio incontrano il Generale, un vecchio amico: gli è morta da poco l’adorata nipote e si sta recando anch’egli alle rovine del castello di Karnstein perché intende dissotterrare alcune tombe dei nobili lì sepolti per liberare la terra di quelle zone dai mostri che la infestano. Si mette così a spiegare tutta la storia.(p. 423).

A un ballo il Generale che vi aveva accompagnato la  nipote è avvicinato da una signora mascherata, con un’aria solenne, che gli affida per qualche settimana la bella figlia dal nome Millarca. Il Generale è incerto, ma le insistenze della nipote lo spingono ad accettare l’incarico. Di questo si pente  in fretta perché Mircalla si rivela essere un vampiro.

Mentre narra questi eventi giunge la giovane Carmilla e riconoscendo in lei la terribile Millarca subito il Generale cerca di colpirla, ma Carmilla lo blocca senza sforzo con la sua delicata mano e poi svanisce. Il generale non ha più dubbi e in attesa di una certa persona va al castello con Laura e suo padre.

Arriva dunque un esperto di vampiri, il barone Vonderbug, e insieme la compagnia – tranne Laura – torna alle rovine di Karnstein dove tra i rovi viene ritrovata la tomba della contessa Mircalla. Quando viene aperta, al suo interno non vi si trova uno scheletro, bensì la bellissima Carmilla integra nella sua immortale bellezza intinta nel sangue. “La tomba della Contessa Mircalla fu scoperchiata e il Generale e mio padre riconobbero la loro perfida e bella ospite in quel volto ora visibile. I lineamenti, nonostante fossero trascorsi centocinquant’anni dal suo funerale, possedevano ancora il colore caldo della vita. I suoi occhi erano aperti e dalla bara non esalava alcun odore di cadavere. I due dottori, uno in veste di medico, l’altro come promotore dell’inchiesta, attestarono che, straordinariamente, c’era una debole, ma chiara respirazione e una corrispondente azione del cuore. Le membra erano perfettamente flessibili, la pelle elastica; e nella bara di piombo v’erano circa sette pollici di sangue, nel quale era immerso il corpo. C’erano tutti i segni del vampirismo.”. Così la creatura viene giustiziata: le si conficca un paletto nel cuore, viene decapitata e le sue spoglie sono bruciate.

Laura non assiste alla fine atroce dell’amata amica, ma conosce i raccapriccianti particolari grazie al resoconto della Commissione Imperiale.

Il barone Vonderbug infine svela gli arcani di questo caso a partire dal nome della vampira: Carmilla e Millarca sono semplicemente anagrammi del nome della contessa Mircalla. Duecento anni prima un suo antenato della Moravia arrivò in quella zona della Stiria dove conobbe e s’innamorò della giovane Contessa Mircalla, ma la cagionevole fanciulla morì presto. Il barone aggiunge anche che i vampiri originali prendono vita quando giovani persone muoiono in situazioni drammatiche attaccandosi al mondo terreno e questo temeva fosse il caso di Mircalla. Il suo antenato conosceva bene come venivano uccisi i vampiri e per evitare che la sua amata subisse lo stesso trattamento ne nascose la tomba. Soltanto nella vecchiaia ripensò a ciò che aveva fatto e così scrisse un resoconto sul caso di Mircalla e su come ritrovare la sua tomba. Così dopo duecento anni, in cui Mircalla, Millarca o Carmilla aveva seminato morte per restare eternamente giovane, il demonio viene ucciso. Laura tuttavia non riuscirà mai a dimenticare la cara amica.

 

Personaggi femminili nella narrativa di fine Ottocento: “Eva” di Giovanni Verga

13 Nov

Avevo incontrato due volte quella donna – non era più bella di tutte le altre, né più elegante, ma non somigliava a nessun’altra. – Nei suoi occhi c’erano sguardi affascinanti, come il corruscare di un’esistenza procellosa ch’era piena di attrattive.- (…) – Era bionda, delicata, alquanto pallida, di quel pallore diafano che lascia scorgere le vene sulle tempie e ai lati del mento come sfumature azzurrine; aveva gli occhi cerulei, grandi, a volte limpidi, quando non saettavano uno di quegli sguardi che riempiono le notti di acri sogni; aveva un sorriso che non si poteva definire – sorriso di vergine in cui lampeggiava l’immagine di un bacio. Ecco che cosa era quella donna, (…)

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“Edera” di Tranquillo Cremona

Ho acquistato l’e-book reader quasi un anno fa, ma a dire la verità l’ho usato poco, preferisco i libri cartacei. Tuttavia se c’è un motivo valido per acquistarne uno, è quello di poter leggere, a volte gratuitamente, testi di difficile reperibilità. Recentemente infatti ho letto un’opera minore di Giovani Verga, il romanzo Eva in cui si possono ritrovare le atmosfere decadenti di fine Ottocento che io trovo sempre interessanti. Soprattutto mi rimarrà in mente la figura femminile al centro delle vicende narrate, appunto Eva.

Questo romanzo fu pubblicato nel 1873 dall’editore milanese Treves. È preceduto da una prefazione che rappresenta una dichiarazione di intenti, una sorta di manifesto: lo scrittore dichiara di voler ritrarre una società, quella di fine ottocento, prettamente edonistica, frivola perché compito dell’artista è quello di “gettare in faccia”  al pubblico ipocrita la realtà.

Dopo questa introduzione inizia il vero e proprio romanzo:  l’io-narrante, di cui non sappiamo il nome, sappiamo solo che è un giovane di venticinque anni, durante un ballo in maschera a Firenze ritrova un compagno di classe dell’infanzia. Enrico Lanti, così si chiama, gli narra della sua infelice passione per la bella Eva, ballerina. Quando la narrazione fatta dall’amico si conclude, la parola passa nuovamente all’io-narrante e, in una struttura ad anello, il romanzo si conclude là dove era iniziato.

Quindi schematizzando la struttura narrativa è la seguente: 1)prefazione (manifesto) 2) io-narrante che introduce la situazione 3) narrazione fatta dall’amico, Enrico Lanti 4)io-narrante conclude il romanzo.

Eva è una riflessione sul ruolo dell’artista nella società occidentale di fine Ottocento. Enrico, giovane pittore trasferitosi dalla natia Sicilia alla mondana Firenze, è, all’inizio delle vicende, un artista puro, squattrinato, che si dedica anima e corpo all’ arte, non pensa al denaro. Poi, progressivamente, a contatto con la realtà mondana, diventa cinico e perde tutte le sue illusioni, la sua fiducia sia nell’arte sia nell’amore. Si ammala e ritorna a morire nella casa paterna assistito amorevolmente dai suoi genitori e dalla sorella. Anche Eva è artista, è una ballerina, che però sceglie di adattarsi. Non vuole morire di fame. Capisce quali sono i “valori” della società in cui vive (soldi, piaceri) e decide di sacrificare l’amore puro per Enrico (un amore che però fa stare male entrambi) per vendersi al conte Silvani, e quindi alla società.

Come ho detto, il motivo per cui ho voluto leggere questo romanzo è la presenza di un personaggio femminile che fa parte di un folto gruppo di personaggi femminili che caratterizzarono molta narrativa di fine ottocento: da Marina di Malombra, che ho più volte ricordato in questo blog (qui e qui), a Fosca a Giacinta a Teresa. Mi piacerebbe dedicare un articolo a ognuna di queste figure femminili e ai romanzi di cui esse sono protagoniste.

Letture noir: “La ragazza dei cocktail” di James M. Cain

2 Ott

“ (…) se mi andava, avrei potuto avere quell’uomo ai miei piedi, trasformarlo in un burattino e costringerlo a fare tutto quello che volevo. E mi sono detta: allora fallo. Lui ha tutto ciò che desideri, non solo per te ma anche per tuo figlio. Allora sfrutta la situazione, anzi sfrutta lui, vai avanti.”

Così parla Joan Medford, la protagonista di La ragazza dei cocktail, il romanzo postumo di James M. Cain (1892-1977), scrittore americano attivo soprattutto tra gli anni ’40 e ’50, e famoso per avere scritto Mildred Pierce e Il postino suona sempre due volte.

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Joan Medford è una giovane donna che si ritrova vedova a 21 anni e con un figlio piccolo da crescere. Su di lei pende l’accusa, mai del tutto provata, di aver in qualche modo causato la morte del marito in un incidente d’auto. Decisa a rifarsi una vita e a riappropriarsi del figlio che per mancanza di soldi ha dovuto affidare alle cure della cognata, Joan trova lavoro come cameriera in un locale. Lì conosce due uomini profondamente diversi tra loro e che daranno alla sua vita una svolta decisiva fino al susseguirsi di colpi di scena negli ultimi capitoli del romanzo.

Mi soffermo sugli elementi che mi sono piaciuti:

– il titolo: bello e azzeccato. Vi si cela un doppio senso che al lettore viene svelato nelle ultime pagine;

– la narrazione in prima persona: Joan affida a un registratore le sue memorie con l’intento di ripulire il suo nome da tutto il fango che le è stato gettato addosso. È quindi Joan a raccontare, dal suo punto di vista, quanto accaduto, e così alla fine, dopo aver chiuso il libro, il lettore rimane con alcuni dubbi: si chiede se quello che la protagonista del romanzo racconta sia vero, o se abbia appositamente tralasciato dettagli a suo sfavore che avrebbero potuto gettare sulla storia una luce diversa;

– i capitoli iniziali e quelli finali del romanzo: i miei preferiti. I primi perché sono quelli in cui il personaggio della protagonista emerge con maggiore intensità, e anche perché in quelle pagine è centrale la descrizione del locale dove Joan lavora. Come viene spiegato nella postfazione, Cain ha curato con particolare attenzione l’ambientazione in quel microcosmo notturno dove si muovono personaggi con vite e destini diversi. Gli ultimi capitoli mi piacciono perché sono quelli in cui tutti i nodi si sciolgono in un susseguirsi di colpi di scena;

– e infine la protagonista: Joan Medford: donna sensuale, determinata, che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Tuttavia la sua ossessione per i soldi in alcune occasioni la fa diventare antipatica, anche se Joan si giustifica dicendo che quello che fa in nome del denaro, lo fa per il figlio.

Leggete questo bel romanzo noir e confrontate le vostre impressioni con le mie, lasciando commenti che sono sempre graditi.

 

Letture noir: “La camera azzurra” di Georges Simenon

18 Set

Nel romanzo La camera azzurra di Georges Simenon si narra la storia di una passione sensuale che porta alla rovina i due amanti, Tony e Andrée.

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La camera azzurra del titolo è la stanza d’albergo dove i due amanti si incontrano, è lo spazio della passione, contrapposto alla casa, al focolare domestico.

Narrato in terza persona, il romanzo mostra la vicenda dal punto di vista di Tony.

Non viene seguito un ordine cronologico. Il lettore è tenuto all’oscuro del dramma avvenuto, ma avverte fin dall’inizio che qualcosa di grave è stato commesso.

L’evento tragico è svelato solo nelle ultime pagine e si arriva a esso attraverso le risposte di Tony alle domande che gli vengono poste durante gli interrogatori.

Questo romanzo mi è piaciuto oltre che per questa particolare tecnica narrativa, anche per i due personaggi protagonisti.

Tony per alcuni aspetti mi ricorda il protagonista de Lo straniero di Albert Camus: anche se tra Tony e Meursault c’è una differenza fondamentale che non posso svelare qui per non dirvi troppo sul romanzo, Tony come Meursault si trova coinvolto in una vicenda violenta senza rendersene quasi conto. Questo aspetto è forse più marcato nel personaggio ideato da Simenon, che si rivela essere debole, non capace di mettere in chiaro le cose né con Andrée né con chi lo interroga. Anche lui, come Meursault, viene giudicato colpevole perché in certi frangenti si dimostra impassibile. Viene accusato di insensibilità e cinismo.

Rimane impressa nel lettore anche la figura di Andrée: lei che a Tony ai tempi della scuola sembrava una statua fredda, altera, ora è una donna passionale e che in nome di questa passione è capace di tutto. Sarà per il fatto che di lei si dice che abbia una voce sensuale, roca, ho pensato che per una nuova trasposizione cinematografica di questo romanzo, il ruolo di Andrée troverebbe l’interprete ideale in Anna Mouglalis.

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Era da tanto che non leggevo un romanzo che sapesse parlare così della passione. Difficile scegliere un brano che sia un esempio della bravura di Georges Simenon.  Uno potrebbe essere quello dell’incontro tra Tony e Andrée, dopo tanti anni dai tempi della scuola, un incontro “fortuito”, ma che di fortuito ha ben poco, secondo me tra le righe Simenon lascia a intendere che è stata la diabolica Andrée ad architettarlo:

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Letture rosa: “L’amore è una favola” di Annarita Briganti

11 Set

A volte mi capita di leggere un libro perché sono stata incuriosita dalla personalità di chi l’ha scritto. È il caso del romanzo rosa L’amore è una favola che ho letto dopo aver iniziato a seguire i twitter e poi il profilo instagram dell’autrice, la giornalista e scrittrice Annarita Briganti. Trovando simpatici e interessanti i suoi messaggi e le foto che in genere hanno a che fare con i libri, la cultura ma anche con cose più leggere, come i locali trendy di Milano o la moda, ho deciso di leggere il suo romanzo più recente. L’ho letto in meno di due giorni e l’ho trovato una lettura piacevole.

Questi i dati “tecnici”:  titolo: L’amore è una favola; autrice: Annarita Briganti; casa editrice: Cairo; anno di pubblicazione: 2015; pagine: 188; costo: 13 euro.

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L’amore è una favola è il seguito del romanzo Non chiedermi come sei nata, ma anche senza aver letto il primo episodio si riesce a seguire la trama.

Scritto in prima persona, ambientato tra Milano e Napoli, vi si narrano le vicende di Gioia Lieve che di lavoro fa la giornalista culturale freelance e la scrittrice. Reduce da una storia d’amore finita male, la protagonista gira l’Italia per le sue interviste ed è così che incontra… ma non dico di più. Dico solo che, come si evince dal titolo, al centro del romanzo c’è l’amore, ma si parla anche di altro: si parla della precarietà del lavoro; si parla di stalker; si parla dell’amicizia tra donne, e infatti le uscite di Gioia con il gruppo di amiche denominate “il cerchietto magico” ricoprono un ruolo fondamentale nella vita della protagonista; si parla di cultura. A questo proposito l’ambientazione in luoghi legati al giornalismo, all’editoria e all’arte, è uno degli aspetti che mi ha intrigata maggiormente. Anzi, da lettrice, avrei voluto che Annarita Briganti avesse dedicato ancora più spazio a queste tematiche perché si capisce che l’autrice le conosce molto bene e ne sa parlare con cognizione di causa e con sincerità.

L’unico aspetto che non mi ha convinta è la presenza di alcune scene, molto brevi, di sesso, che stonano con il tono generale del romanzo. Non lo dico per pruderie, ma a mio parere non c’entrano niente, se ne poteva fare a meno, non danno niente in più.

Infine vorrei sottolineare che questo romanzo presenta una figura molto positiva di donna: Gioia Lieve da sola riesce a vivere in una grande città come Milano e, nonostante le difficoltà, riesce a tenersi ben stretto il suo lavoro di giornalista e scrittrice, facendosi strada con il suo talento e con la sua totale dedizione alla professione, senza cercare scorciatoie. Ecco anche per questo L’amore è una favola merita di essere letto.

In conclusione, considerati tutti questi aspetti, L’amore è una favola è un romanzo rosa che consiglio.

Per chi volesse seguire Annarita Briganti su Instagram, questo è il link. E questa è la sua pagina Twitter.

Letture: Candido ovvero l’ottimismo

24 Ago

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Recentemente ho letto Candido nell’edizione Grandi Classici BUR, con un’introduzione di Italo Calvino, traduzione di Piero Bianconi.

Candido ovvero l’ottimismo è un racconto filosofico di Voltaire, pubblicato nel 1759.

Voltaire lo scrisse in risposta alla lettera del Rousseau sulla provvidenza; questo celebre testo è anche una critica di Leibniz e del suo discepolo Wolf, i quali sostengono che “tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili”. Nel racconto queste teorie sono incarnate dal precettore di Candido, Pangloss che, nonostante tutte le disgrazie che colpiscono lui, Candide e gli altri personaggi del racconto, mantiene intatto il suo ottimismo. Candide e i suoi amici e parenti vengono sballottati da una parte all’altra del mondo e trovano riposo solo quando, arrivati nelle vicinanze di Costantinopoli, si dedicano alla coltivazione del loro giardino. La morale che Voltaire esprime in questo racconto filosofico è che l’uomo non deve cercare di comprendere ciò che lo trascende, ma accettare la propria condizione e dedicarsi al lavoro.

E infatti ecco come si conclude Candido ovvero l’ottimismo:

(…) e a volte Pangloss diceva a Candide: «Tutti gli eventi sono concatenati nel migliore dei mondi possibili; perché insomma, non t’avessero cacciato da un bel castello a pedate nel sedere per amore di madamigella Cunégonde, non fossi caduto nelle mani dell’Inquisizione, non avessi percorso l’America a piedi, non avessi dato un colpo di spada al barone, non avessi perduto tutte le pecore del buon paese di Eldorado, non saresti qui a mangiar cedro candito e pistacchi…»

«Ben detto» rispose Candide «ma dobbiamo coltivare il nostro orto.»

Letture: Al caffè degli esistenzialisti di Sarah Bakewell

21 Ago

Quest’estate ho letto un saggio di carattere divulgativo sull’esistenzialismo, il titolo è Al caffè degli esistenzialisti, l’autrice è Sarah Bakewell e l’editore è Fazi, prima edizione: novembre 2016.

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Come ho avuto modo di dire in altre occasioni (vedi il mio articolo dell’aprile 2016) l’esistenzialismo è un periodo letterario che mi ha sempre interessata, forse perché in casa circolavano libri di Sartre e Camus ( ho testi “vintage” di questi due autori), forse perché al primo esame di letteratura francese, che richiedeva l’approfondimento di uno scrittore del Novecento, decisi di portare Jean-Paul Sartre. Avevo vent’anni e da quel momento l’interesse per quel periodo non è mai sparito. Ho sempre affrontato l’esistenzialismo principalmente dal punto di vista letterario, però da qualche tempo mi è venuta la curiosità di capirne qualcosa di più, di averne una visione più generale, anche dal punto di vista filosofico. E così ho letto questo testo che con un linguaggio in genere semplice ne spiega, tra le altre cose, anche la matrice filosofica. Naturalmente la Bakewell parla anche delle opere di narrativa dei principali esponenti dell’esistenzialismo e per rendere più leggero il tutto, a volte affronta anche i lati più “gossip”, come la relazione amorosa tra Sarte e la de Beauvoir, o i litigi tra Sartre e Camus.  Interessanti sono anche le pagine dedicate all’influenza dell’esistenzialismo su autori non francesi, per esempio sull’inglese Colin Wilson, scrittore di cui a essere sincera fino ad ora non conoscevo l’esistenza. Wilson nel 1956, a venticinque anni, pubblicò un saggio, dal titolo The Outsider. Interessanti sono i dettagli che la Bakewell ci dà sulla genesi di quest’opera a pagina 328-329: “Nel 1954 (Wilson) trascorse un’intera estate senza un soldo, accampato a Hampstead Heath, dormendo in una piccola tenda con due sacchi a pelo, mentre di giorno scendeva in bicicletta fino alla biblioteca del British Museum, qui lasciava lo zaino nel guardaroba, dopodiché si metteva a lavorare a un romanzo nella sala di lettura circolare. Quell’inverno Wilson prese in affitto una stanza a New Cross e trascorse da solo il periodo di Natale, leggendo Lo straniero di Camus. Affascinato dalla vita che conduceva Meursault  a “fumare, fare l’amore e ridere sotto il sole”, Wilson decise di scrivere anche lui un libro sugli “stranieri” (outsiders) della vita moderna – tutti quei giovani che si affliggevano ai margini della filosofia e delle arti, in cerca di un significato o di qualcos’altro, e trovando un senso nell’assurdo.”

E il testo di Wilson, The Outsider, è un libro che vorrei leggere, ma l’altro giorno ero alla Feltrinelli di Piazza Duomo, dove si trova praticamente tutto, ma questo titolo non c’era; una volta a casa ho cercato sul sito del sistema bibliotecario della mia zona, ma tra i testi di quest’autore non c’era The Outsider.

In conclusione, considerato tutto questo, il saggio Al caffè degli esistenzialisti di Sarah Bakewell è un testo che consiglio. Tra l’altro fornisce una bella bibliografia che può essere utile a chi vuole approfondire gli argomenti trattati.

P.S.: tra gli articoli di giornale che nel tempo ho ritagliato e conservato, ne ho trovato uno proprio su Colin Wilson, pubblicato su La lettura del 15 maggio 2016, scritto da Emanuele Trevi, che non mi ricordavo neppure di avere. Tra le altre cose vi si dice che nel 2016 è stata pubblicata la nuova edizione italiana del saggio di Wilson col titolo L’outsider, Edizioni di Atlantide traduzione di Thomas Fazi.

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Letture: The Sinner di Amanda Stevens

18 Ago

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In questi giorni ho letto il romanzo The Sinner della scrittrice americana Amanda Stevens. The Sinner è il più recente episodio apparso in Italia della serie La Signora dei Cimiteri, pubblicato dalla HarperCollins nella collana BlueNocturne. Di questa serie ho già letto The Restorer e The Visitor.

In questo episodio la protagonista, Amalia Gray, mentre sta restaurando il cimitero a Seven Gates, si imbatte nel ritrovamento del cadavere di una giovane sepolta viva. Come sempre succede, Amalia si occupa in modo ufficioso delle indagini e si trova coinvolta in  una fitta rete di misteri, fino alla soluzione e alla scoperta del colpevole.

Di solito non leggo romanzi del genere paranormal, ma con la Stevens faccio un’eccezione.

Premetto che non è di certo la trama il punto forte di questi romanzi. Infatti a volte ho avuto la netta sensazione che la scrittrice rallentasse il ritmo degli eventi narrati giusto per non arrivare subito alla conclusione. Il fascino di questi romanzi è dato dall’atmosfera. La Stevens, che scrive molto bene, è brava a creare un’atmosfera di mistero, grazie  alle descrizioni e dialoghi  ben costruiti.  Merito di questo va anche alla traduttrice, la brava Barbara Piccioli. Altro elemento forte è la protagonista Amalia Gray: è un personaggio femminile ben delineato e interessante. Insieme a Smilla, la protagonista di Il senso di Smilla per la neve, è uno dei personaggi femminili di autori contemporanei che preferisco.

Navigando su Internet ho scoperto che purtroppo la casa editrice HarperCollins ha deciso di eliminare la collana BlueNocturne, in cui sono stati pubblicati i romanzi della Stevens. Spero che cambino idea perché mi piace andare in edicola e curiosare tra i volumi dalle copertine particolari di questa collana.

Questo è il link al sito della HarperCollins Italia

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