Una stanza tutta per sé

5 Nov

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Ho letto il  saggio di Virginia Woolf Una stanza tutta per sé (1929) nell’edizione della Newton Compton Editori, con la traduzione di Maura Del Serra. Ne riporto alcune frasi.

Dal capitolo secondo

“La notizia della mia eredità mi giunse una sera più o meno quando fu approvata la legge che concedeva il voto alle donne (…) . Delle due cose – il voto e il denaro – confesso che il denaro mi sembrò quella infinitamente più importante. Prima mi ero guadagnata la vita facendo lavoretti per giornali, la cronaca di uno spettacolino qui, di un matrimonio là; avevo guadagnato qualche sterlina scrivendo indirizzi sulle buste, leggendo libri alle vecchie signore, facendo fiori artificiali, insegnando l’alfabeto ai bambini dell’asilo. Queste erano le occupazioni principali che si offrivano alle donne prima del 1918. Purtroppo non c’è bisogno che vi descriva dettagliatamente la durezza del lavoro, perché forse conoscete donne che l’hanno fatto; e neppure la difficoltà di vivere con quei soldi, una volta guadagnati, perché forse ne avete fatto la prova. Ma quel che mi è rimasto impresso come una punizione ancora peggiore, è il veleno della paura che quei giorni mi inocularono. Per cominciare, dover fare sempre un lavoro indesiderato, e farlo da schiava, lusingando e sorridendo controvoglia, benché non sempre fosse necessario, ma ci sembrava tale e non potevamo correre rischi; e poi il pensiero di quell’unico, talento, che era la morte nascondere – piccolo, ma caro a chi lo possiede – il quale languiva, e con esso la mia persona, la mia anima; tutto questo diventava come una ruggine, una peste che divorava il boccio di primavera, che distruggeva il cuore della pianta.

(…)

la scrittrice riceve un’eredità e la sua vita cambia

(…) e ogni volta che cambio un biglietto da dieci scellini, cancello qualche residuo di quella ruggine e di quella corrosione; la paura e l’amarezza scompaiono. Infatti, pensavo lasciando cadere nella borsa le monete, è notevole, ricordando l’amarezza di quei giorni, come una rendita fissa possa cambiare il carattere. Nessuna forza al mondo può togliermi le mie cinquecento sterline. Cibo, alloggio e vestiti sono miei per sempre. Pertanto non solo cessano lo sforzo e la fatica, ma anche l’odio e l’amarezza. Non ho bisogno di odiare nessun uomo; non può ferirmi. Non ho bisogno di lusingare nessun uomo; non ha nulla da darmi. (…)” La rendita fissa permette la libertà di pensare alle cose in sé.

Dal cap. sesto

pag. 109: la grande mente è la mente androgina

pag. 125:

Nel mio discorso vi ho detto che Shakespeare aveva una sorella; ma non cercatela nella biografia del poeta scritta da Sir Sidney Lee. Morì giovane; ahimè, non scrisse mai una parola. Giace sepolta là dove ora si fermano gli autobus, di fronte a Elephant and Castle. Ora io credo che questa poetessa, che non scrisse mai una parola e venne sepolta ad un crocicchio, vive ancora. Vive in voi e vive in me, e in molte altre donne che non sono qui stasera, perché stanno lavando i piatti e mettendo a letto i bambini. Ma lei vive; perché i grandi poeti non muoiono; sono presenza perenni: hanno solo bisogno di un’opportunità per tornare fra noi in carne e ossa. Questa opportunità, credo, cominciate ad essere in grado di offrigliela voi. Perché credo che se viviamo per un altro secolo – parlo della vita comune, che è la vera vita, e non delle piccole vite isolate che viviamo come individui – e se ognuna di voi ha cinquecento sterline e una stanza tutta per sé; se abbiamo l’abitudine della libertà e il coraggio di scrivere esattamente ciò che pensiamo; se usciamo un po’ dal salotto comune e vediamo gli essere umani non sempre in relazione reciproca, ma in relazione con la realtà, e anche il cielo e gli alberi o qualunque cosa ci sia in loro; se guardiamo oltre lo spauracchio di Milton, perché NESSUN ESSERE UMANO DOVREBBE CHIUDERCI LA VISUALE; se guardiamo in faccia il fatto, perché è un fatto, che NON C’È ALCUN BRACCIO A CUI APPOGGIARCI, MA CHE CAMMINIAMO DA SOLE e che dobbiamo essere in relazione col mondo della realtà e non solo col mondo degli uomini e delle donne, allora l’opportunità si presenterà, e quella poetessa morta che era la sorella di Shakespeare rivestirà il corpo di cui tante volte si è spogliata. Attingendo la sua vita alla vita di quelle sconosciute precorritrici, come prima di lei fece suo fratello, lei nascerà. Che ritorni senza quella preparazione, senza quello sforzo da parte nostra, senza quella determinazione che, una volta rinata, possa vivere e scrivere la sua poesia, questo non possiamo aspettarcelo, perché sarebbe impossibile. Ma io sostengo che lei verrà, se lavoreremo per lei, e che lavorare così, pur nella miseria e nell’oscurità, vale la pena.

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