Voglio scrivere di quello che mi accadde a Due Fonti. Di così grande importanza sono stati gli avvenimenti legati a quel luogo che…

2 Nov

Ora che ho tempo, tanto tempo a disposizione, voglio scrivere di quello che mi accadde a Due Fonti. Di così grande importanza sono stati gli avvenimenti legati a quel luogo che l’unico modo per analizzarli con distacco è metterli sotto la lente di ingrandimento della parola scritta.  Solo così posso dare loro ordine e significato.

Strano come la memoria, che in quei giorni mi traeva spesso in inganno, ora funzioni perfettamente. Sono in grado di ricordare con estrema nitidezza ogni momento di quel periodo, come se stessi guardando un film in tre dimensioni.

Il giorno dei morti. Fu quella la data della mia partenza per  Due Fonti. Nel cielo nuvoloso faceva capolino un pallido sole che non riusciva a scaldare né a dare luce.

Stavo controllando di aver caricato in macchina tutti i miei bagagli, quando sentii una mano su una spalla.  Era Sandra.

«Sei veramente deciso? Lo sai come la penso: al posto di rifugiarti in quello sperduto paese di montagna, dovresti stare qui in città, contattare le scuole private, cercare un altro incarico» mentre diceva queste parole, puntava i suoi grandi occhi neri dritti nei miei e si sistemava qualche ciocca di capelli dietro l’orecchio destro, come faceva sempre quando parlava di qualcosa che la innervosiva.

«Sandra, ne abbiamo parlato tante volte. Anche la notte scorsa siamo rimasti svegli fino a tardi per discuterne. Ho deciso».

«Ma quando ritornerai in città, l’anno scolastico sarà già a metà del suo corso e sarà più difficile trovare una nuova supplenza».

«Ho bisogno di questo periodo per prendere le distanze da quello che ho fatto finora. Non sono più convinto che insegnare sia la mia strada. Forse non lo è mai stata».

«E cosa farai? D’accordo, il mio lavoro di avvocato è ben avviato, ma tu? Non hai più venticinque anni, non sei un neo-laureato. Non puoi andare avanti così, rimandando le scelte. Isolandoti in montagna, rischi di peggiorare la tua situazione, di vedere le cose in maniera distorta». Rimase qualche secondo in silenzio e aggiunse, quasi sottovoce, sussurrando le parole come per paura che qualcuno oltre a me potesse sentirla:  «E poi… non voglio che tu vada lontano».

Sandra ci teneva veramente a me. Se c’era una cosa di cui ero certo, era che lei mi amava.

«Ma che cos’hai… sei pallido…».

Mi appoggiai alla portiera della macchina per evitare di cadere. Un nuovo attacco di emicrania. Negli ultimi tempi mi era successo altre volte:  «Niente, niente. Adesso prima di partire bevo un caffè e passerà tutto».

Mi guardava preoccupata.

«Dai, non fare quella faccia… sono solo stanco. L’aria di montagna è proprio quello che mi ci vuole: mi farà stare meglio!» la abbracciai.

Salimmo in casa per bere insieme un caffè. Poi venne per me il tempo di partire. Fortunatamente mi sentivo di nuovo bene, quel principio di emicrania era stato soltanto un falso allarme.

Mentre stavo avviando la macchina, Sandra picchiettò con la mano sul finestrino. Lo abbassai. Voleva dirmi ancora qualcosa: «Franco, ti verrò a trovare il prima possibile!».

Annuii. Invece avrei voluto rispondere che volevo rimanere solo. Almeno per un po’, ma non glielo dissi.

L’ultima cosa che vidi prima di svoltare l’angolo fu Sandra che agitava la mano in segno di saluto. Tante altre volte in passato ci eravamo detti arrivederci così, ma il saluto di quel giorno avrebbe avuto un significato diverso. Sarebbe stato come uno spartiacque fra quello che eravamo stati fino ad allora e quello che saremmo stati dopo. Noi in quel momento non lo sapevamo. Ancora adesso posso vedere la figura slanciata di Sandra, elegante come sempre. Ancora adesso mi stupisco della spensieratezza con cui mi accingevo a lasciare il mio mondo per recarmi in quello sconosciuto paese di montagna che su molte cartine non era nemmeno segnato.

 

(Brano tratto dal mio romanzo gotico Il sentiero delle ombre)

 

 

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