Archivio | agosto, 2014

I vagabondi del Dharma

30 Ago
I vagabondi del Dharma di Jack Kerouac (1958)

I vagabondi del Dharma di Jack Kerouac (1958)

Sto leggendo un libro preso in prestito in biblioteca: l’autore è Jack Kerouac, il titolo è I vagabondi del Dharma (1958; in inglese: The Dharma bums), traduzione di Magda de Cristofaro, Arnoldo Mondadori Editore. Ne riporto alcune frasi.

p. 8
In quei giorni ero molto pio e seguivo le mie pratiche religiose in modo quasi perfetto. (…). Allora credevo veramente nella realtà della carità e bontà e umiltà e zelo e serena tranquillità e saggezza ed estasi, e avevo la convinzione d’essere un bhikku (monaco vagante buddista) d’antico stampo in vesto moderne vagante per il mondo (di solito l’immenso arco triangolare da New York a Città di Messico e San Francisco) allo scopo di girare la ruota della Vera Essenza, ovverossia il Dharma, e ottenermi dei meriti quale futuro Buddha (Risvegliatore) e quale futuro Eroe in Paradiso. Ancora non conoscevo Japhy Ryder, l’avrei incontrato di lì a una settimana, né avevo ancora sentito parlare dei “Vagabondi del Dharma” sebbene a quel tempo fossi io stesso un perfetto Vagabondo del Dharma e mi considerassi un devoto pellegrino.

p. 14
(…) mi interessava soltanto la prima delle quattro nobili verità di Sakyamuni, Tutta la vita è sofferenza. E che mi interessava entro certi limiti la terza, Si può ottenere la cessazione della sofferenza, cosa che allora ritenevo piuttosto improbabile. (Non avevo ancora assimilato la Scrittura Lankavatara che in definitiva vi dimostra non esservi altro al mondo che la mente stessa, e di conseguenza tutto è possibile, compresa la cessazione del dolore.)

p. 18
Il cortile era pieno di piante di pomodori in via di maturazione, e di menta, menta, tutto odorava di menta, e c’era un unico bellissimo vecchio albero sotto il quale amavo sedermi a meditare in quelle fresche perfette notti stellate d’ottobre californiano senza eguali al mondo.

p. 19
A circa un chilometro e mezzo di distanza, giù lungo la Milvia e poi su in salita verso la zona dell’Università di California (Hillegass), viveva Japhy nella sua capanna che era infinitamente più piccola della nostra, circa quattro metri per quattro, con dentro nient’altro che i tipici oggetti di Japhy che denunciavano la sua fede nella semplice vita monastica; niente sedie, nemmeno una sentimentale sedia a dondolo, ma solo stuoie di paglia. In un angolo c’era il suo famoso zaino con le pentole e i tegami puliti (…). Poi le sue scarpe giapponesi pata di legno, che non usava mai, e un paio di calzerotti neri pata da portar dentro casa per camminare leggero sulle sue belle stuoie di paglia (…). Aveva una pila di cassette d’arance tutte piene di bellissimi libri di studio, alcuni in lingue orientali, tutti i grandi sutra, commenti sui sutra, le opere complete di D.T. Suzuki e una bella edizione in quattro volumi di haiku giapponesi. Aveva anche una vasta collezione di poesia universale di gran valore. Se un ladro avesse fatto irruzione là dentro le uniche cose veramente di valore erano i libri. Gli abiti di Japhy erano tutta roba scadente ch’egli comprava di seconda mano con la sua grinta assorta e felice nei magazzini dell’Assistenza Sociale e dell’Esercito della Salvezza (…).

p. 20
– Hai mai letto il Libro del Tè? – chiese.
– No, cos’è?
– È un profondo trattato su come fare il tè utilizzando tutta la sapienza di duemila anni sull’infuso di tè. Alcune descrizioni sugli effetti della prima sorsata di tè, e la seconda, e poi la terza, sono veramente fantastiche ed estasianti.
(Questo discorso è ripreso a pag. 59: “(…) il primo sorso che è gioia, il secondo felicità, il terzo serenità, il quarto follia, il quinto estasi”.)

p. 48
– Cos’è un mandala?
– Sono disegni buddisti che consistono sempre in circoli pieni di figure, perché il circolo rappresenta il vuoto e le figure l’illusione, capisci. Certe volte si vedono dei mandala dipinti sulla testa di un bodhisattva e studiandoli se ne può dedurre la storia. L’origine è tibetana.

p.56
“Il segreto per questo genere di scalate” disse Japhy “è come lo Zen. Non pensare. Danzare e basta. È la cosa più facile di questo mondo, davvero più facile che passeggiare su un terreno piano che in fondo è monotono. A ogni passo si presentano dei piccoli simpatici problemi eppure non si esita mai e ci si ritrova su qualche altro masso che si è scelto senza nessuna particolare ragione al mondo, proprio come nello Zen.”

p. 60
(preghiera di Raymond)
Mi siedo e dico, e passo in rassegna tutti i miei amici e parenti e nemici uno per uno, senza albergare rancori o gratitudine o altro, e dico, per esempio “Japhy Ryder, parimenti vuoto, parimenti adorabile, parimenti un futuro Budda (…) solo gente che conosco perché quando pronuncio le parole “parimenti un futuro Budda” voglio poter pensare ai loro occhi (…) e tutto a un tratto vedi davvero la vera segreta serenità e verità della sua imminente buddità.

p. 83
Ho letto Whitman, sapete cosa dice, Allegri, schiavi, e inorridite despoti stranieri, vuol dire che questo è l’atteggiamento adatto per il Bardo, il Pazzo bardo Zen delle antiche piste del deserto, capite, tutta la faccenda è un mondo pieno di nomadi col Sacco sulle spalle, Vagabondi del Dharma che si rifiutano di aderire alle generali richieste ch’essi consumino prodotti e perciò siano costretti a lavorare per ottenere il privilegio di consumare tutte quelle schifezze che tanto nemmeno volevano veramente come frigoriferi, apparecchi televisivi, macchine, almeno macchine nuove ultimo modello, certe brillantine per capelli e deodoranti e generale robaccia che una settimana dopo si finisce col vedere nell’immondezza, tutti prigionieri di un sistema di lavora, produci, consuma, lavora, produci, consuma, ho negli occhi la visione di un’immensa rivoluzione, migliaia o addirittura milioni di giovani americani che vanno in giro con uno zaino, che salgono sulle montagne per pregare, fanno ridere i bambini e rendono allegri i vecchi, fanno felici le ragazze e ancora più felici le vecchie, tutti Pazzi Zen che vanno in giro scrivendo poesie che per caso spuntano nella loro testa senza una ragione al mondo e inoltre essendo gentili nonché con certi strani imprevedibili gesti continuano a elargire visioni di una libertà eterna a ognuno e a tutte le creature viventi (…)

p. 85
Voglio nuotare nei fiumi e bere latte di capra e parlare coi preti e leggere solo libri cinesi e vagare per le vallate chiacchierando coi contadini e i loro bambini. Dobbiamo avere settimane di concentrazione mentale nei nostri zendo quando la mente cerca di sfuggirci come un giocattolo a molla e tu, come un bravo soldato, la rimetti insieme a occhi chiusi (…)

p. 87
Farti un casa-capanna non troppo fuori città, vivere modestamente, andare a ballare nei dancing ogni tanto, scrivere e vagare per le colline e imparare a segare legna e a conversare con le nonne maledetto idiota, portare carichi di legna per loro, batter le mani davanti ai tabernacoli, ottenere grazie sovrannaturali, prender lezioni sull’arte di disporre i fiori e coltivare crisantemi sulla tua soglia, e sposarti, trovarti un intelligente sensibile animo umano una ragazza che non se ne importi un fico secco di bere martini ogni sera e di tutti quegli stupidi aggeggi bianchi di cucina.

p. 89
Ma in tutto ciò v’era una punta di saggezza, come potrete constatare voi stessi passeggiando qualche sera in certe vie della periferia passando davanti a una sfilza di case a entrambi i lati della strada ciascuna col suo lampadario nel soggiorno, tutto luce dorata, e dentro, il piccolo rettangolo azzurrino del televisore, con ogni famiglia vivente che inchioda la sua attenzione probabilmente su un unico spettacolo; nessuno parla; silenzio nei giardini; i cani t’abbaiano contro perché cammini su piedi umani anziché su ruote. Capirete cosa voglio dire, appena comincerà a esser chiaro che tutti al mondo non tarderanno a pensarla alla stessa maniera e i Pazzi dello Zen si saranno da lungo congiunti alla polvere, col riso sulle labbra di polvere. Una sola cosa si può dire a favore di colore che guardano la televisione, i milioni e milioni dell’Unico Occhio: che mentre siedono di fronte a quell’Occhio non fanno male a nessuno. Ma neanche Japhy ne faceva… Lo vedo negli anni futuri marciare col suo zaino equipaggiato di tutto punto, nelle vie di periferia, passar davanti alle finestre dei televisori azzurrini, solo, coi suoi pensieri che sono gli unici pensieri non elettrificati dall’Interruttore Centrale …

p. 102
In una specie di visione vidi che l’unica alternativa al dormire all’aperto, saltare sui merci, e fare quel che mi pareva era semplicemente mettersi seduto insieme ad altri cento pazienti davanti a un bell’apparecchio televisivo in un manicomio, dove poter essere “osservato”.

p. 103
E poi pensai, più tardi, steso a fumare sul mio sacco “Niente è impossibile. Io sono Iddio, io sono Budda, io sono l’imperfetto Ray Smith, tutti al contempo, sono lo spazio vuoto, sono tutte le cose. Ho tutto il tempo al mondo di vita in vita per fare quel che c’è da fare, per fare quel che va fatto, per fare le cose senza tempo, infinitamente perfette interiormente, perché piangere, perché crucciarsi, perfette come l’essenza della mente e la mente delle bucce di banana” continuai ridendo ricordando i miei amici poeti di San Francisco i Pazzi Zen Vagabondi del Dharma di cui spesso cominciavo a sentire la nostalgia.

p. 104
Al mattino mi sentii euforico e per prima cosa meditai e imbastii una breve preghiera: “Vi benedico, o tutte le cose viventi, vi benedico nell’eterno passato, vi benedico nell’eterno presente, vi benedico nell’eterno futuro, amen”.

p. 126
Japhy diceva in una lettera: “Siedo e fumo la pipa e bevo il tè e ascolto il vento che sferza con un sibilar di fruste i flessuosi rami dell’eucalipto e lo scrosciare del filare dei cipressi”.

p. 134
Se mai i Vagabondi del Dharma riusciranno ad avere in America dei fratelli laici che conducano un’esistenza normale con mogli e figli e case, questi saranno come Sean Monahan.
Sean era un giovane carpentiere che viveva in una vecchia casa di legno in fondo a una strada di campagna lontano dalle fungaie di Corte Madera, guidava una vecchia macchina scassata, aveva aggiunto di persona una veranda al tetto della casa per farne una stanza per i bimbi a venire, e s’era scelto una moglie che lo assecondava in tutto e per tutto nel modo di vivere la gioiosa vita d’America con pochi soldi. A Sean piaceva prendersi qualche giorno di vacanza dal lavoro unicamente per salire la collina fino alla baracca, che faceva parte della proprietà presa in affitto, e magari passare un giorno di meditazione e di studio dei sutra buddisti e prepararsi da sé i bricchi di tè e schiacciare qualche pisolino. Sua moglie era Christine, una bella ragazza dai capelli color miele, che le scendevano giù per le spalle, e che girava per casa e il giardino a piedi nudi stendendo il bucato e cuocendosi da sé il suo pane e i suoi dolci. Era bravissima nel preparare da mangiare con niente. (…). E simile a un patriarca d’altri tempi Sean era generoso, insisteva sempre per darti da mangiare e potevano esserci in casa anche dodici persone che lui ti ammanniva sempre un lauto pasto (semplice ma delizioso) su un tavolo all’aperto in giardino, e mai ti faceva mancare un grosso fiasco di vino rosso. Era una sistemazione collettivistica, però, non voleva sentir ragioni in proposito: facevamo una colletta per il vino, e se arrivava gente, come succedeva sempre, per una lunga vacanza di fine settimana, si esigeva da loro che portassero qualcosa da mangiare, o denaro per comprarne.

p. 164
Poi tutto a un tratto ebbi il più terribile impeto di pietà per gli esseri umani, quali che fossero, le loro facce, le bocche dolenti, caratteri, tentativi di essere gai, piccole impertinenze, il sentirsi perduti, le loro cupe e vuote spiritosaggini così presto dimenticate. Oh, a che scopo? Sapevo che il suono del silenzio era dovunque e perciò tutto dovunque era silenzio. E se dovessimo svegliarci all’improvviso e vedere che quel che credevamo questo e quello, non è per niente né questo né quello? Salii barcollando la collina, salutato dagli uccelli, e guardai tutte quelle figure raggomitolate assopite sul pavimento. Chi erano tutti quegli strani fantasmi abbarbicati insieme a me alla breve sciocca avventura terrena? E io chi ero? Povero Japhy, alle otto si alzò e picchiò sulla sua padella e intonò l’inno “Gocchami” e invitò tutti a mangiare le sue frittelle.

p. 167
“Domani pomeriggio nella nostra puntata a Stimson Beach” disse Japhy, “vedrai tutta la bianca città di San Francisco a chilometri di distanza nella baia azzurra. Ray, più avanti nella nostra vita futura potremmo organizzare una bella tribù nomade su quelle colline della California, prenderci delle ragazze e aver dozzine di stupendi marmocchi illuminati, vivere come gli indiani nei pueblos e mangiar bacche e germogli. (…). Scriveremo poesie, metteremo su una tipografia e ci stamperemo da noi le nostre poesie. L’Editrice Dharma, metteremo tutto in versi (…)”

p. 169
Ad ogni modo l’Oriente incontrerà l’Occidente. Pensa che grande rivoluzione mondiale avrà luogo quando l’Oriente incontrerà finalmente l’Occidente, e sono i tipi come noi che possono accendere la scintilla. Pensa ai milioni di ragazzi di tutto il mondo con uno zaino sulla schiena che percorrono a piedi l’entroterra e fanno l’autostop e portano il verbo ovunque.

p. 174
Prova a meditare sul sentiero, semplicemente va’ avanti fissando la strada sotto i piedi senza guardarti in giro e cadi in trance mentre il terreno ti scorre sotto.

p. 175
(…) ci siamo dedicati alla preghiera per tutti gli esseri viventi e per di più appena avremo la forza necessaria saremo davvero in grado di farlo, come gli antichi santi. Chi sa, il mondo potrebbe svegliarsi e sbocciare dovunque in un bellissimo fiore del Dharma.

p. 178
(augurio di Raymond a Japhy che parte per il Giappone)
CHE TU POSSA USARE IL TAGLIO DI DIAMANTE DELLA MISERICORDIA

p. 198
Siamo forse angeli caduti che non hanno voluto credere che nulla è nulla e perciò, onde averne la prova, sono nati per perdere uno a uno i loro cari e gli amici diletti e infine la propria vita?

p. 202
E conformandomi alla consuetudine di Japhy di piegare sempre un ginocchio a terra e innalzare una breve preghiera al bivacco che lasciavamo, quello nella Sierra, e gli altri nella Marin County, e ricordando la piccola preghiera di gratitudine che aveva recitato in onore della capanna di Sean il giorno del suo imbarco, quando mi fui avviato giù per il monte col mio sacco mi volsi e m’inginocchiai sul sentiero e dissi: “Grazie, capanna”. Poi aggiunsi “Ma va’ ” con fugace malizia, poiché sapevo che quella capanna e quella montagna avrebbero capito cosa significava, e mi voltai e scesi giù per il sentiero verso questo mondo.

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