Malombra (1881) di Antonio Fogazzaro: brano tratto dal capitolo VII, parte quarta

27 Mag

Lettore, come sai Malombra è uno dei miei romanzi preferiti (ti ricordi il mio articolo del 3 febbraio scorso?). Magari l’hai già letto, magari no, e se questo è il caso, trascrivo qui sotto alcune delle pagine più belle di questo libro così potrai avere un’idea dello stile di Fogazzaro. Il brano è tratto dal capitolo VII della parte quarta e vi si narra del pranzo presso la loggia del Palazzo voluto dalla Marchesina Marina di Malombra.

(…)

Il dottore non poté compir la frase, perché donna Marina comparve sulla soglia.

Vestiva un abito ordinato da lei alla sua antica sarta di Parigi che ne conosceva bene l’umor bizzarro, un ricco strano abito di moire azzurro cupo, a lungo strascico, da cui le saliva sul fianco destro una grande cometa ricamata in argento. Sul davanti della vita accollata, attillatissima, era inserto un alto e stretto scudo di velluto nero arditamente traforato nel mezzo, in forma di giglio, sulla pelle bianca. Marina non era più così pallida; un lieve rossor febbrile le macchiava le guance; gli occhi brillavano come diamanti.

«Musica!» diss’ella sorridendo e guardando il lago. «Quella che vuoi, lago mio! Non è vero, Vezza, che la musica è ipocrita (…) e ci dice sempre quello che il nostro cuore desidera? Non è per questo che ha tanti amici?»

«Marchesina» rispose quegli cercando di fare il disinvolto «fuori di noi non c’è musica, non c’è che un vento. Le corde sono dentro di noi e suonano secondo il tempo che vi fa.»

«Da Lei ci deve far sempre sereno, eh? Un sereno cattolico: e queste onde Le dicono: come è dolce ridere, come si balla bene, qui!» «Dov’è il signor Silla?»

«Ecco…» incominciò il Vezza imbarazzato.

«Partito no!» esclamò donna Marina fieramente, afferrandolo per un braccio e stringendolo forte.

«No, no, no, è qui» rispose colui in fretta, «ma debbo fare le sue scuse. Non si sente bene, non potrebbe pranzare; e siccome ha avuto la gentilezza di offrirmi il suo aiuto per alcune faccende urgenti, così adesso …»

Ella non lo lasciò finire, gli chiese imperiosamente:

«Dov’è?»

Le tremava la voce.

«Ma…» rispose il commendatore, titubante. «Non so… poco fa era in biblioteca…»

«Vada e gli dica che lo aspettiamo.»

«È nel salotto» disse il medico. «È occupato a scrivere. Accetti le sue scuse, marchesina, ne La prego.»

Ella rifletté un istante e poi rispose con voce vibrata:

«La Sua parola ch’è nel salotto!»

«La mia parola.»

«Bene» diss’ella pacatamente «verrà più tardi senza esser chiamato». «Del resto, caro Vezza, da me ci fa nuvolo, un tempo triste. Dica Lei, dottore, non è una malattia la tristezza? Non abbassa la fiamma della vita? Ella mi darebbe dei cordiali se mi sentisse il sangue scorrer più lento; qualche sinistro alcool mascherato. Ma se io prendo invece gli spiriti vitali dei fiori, l’aria pura, la conversazione degli uomini sereni come il nostro amico Vezza, degli uomini esperti del dolore come Lei, chi vorrà censurarmi? Ecco sciolto, signori, l’enigma di questo pranzo, e pranziamo. Lei qui, Vezza, presso a me; e Lei, dottore, lì, alla mia destra.»

Il pranzo incominciò.

I commensali di donna Marina tacevano, gustavano appena delle vivande. Il commendatore deplorava in cuor suo che il pranzo finissimo, servito con eleganza squisita, tra i fiori, da una giovane e bella donna, gli fosse capitato in un momento disadatto e in circostanze tali da non poterlo affatto gustare né con il palato né con lo spirito. E accarezzando la sola idea piacevole che gli sorridesse in mente: raccontar la scena nei salotti di Milano, con arte, a cuore placido. Si guardava cautamente attorno, imparava a memoria le dracene e le azalee, le cascate di cinerarie e di calceolarie, sbirciava il moire della sua vicina, e per quanto poteva, il giglio bianco nello scudo di velluto. Ma gli occhi curiosi dei fiori schierati sulle gradinate come in un teatro, gli dicevano che lo spettacolo non era finito.

Il dottore studiava continuamente Marina, temendo qualche accesso come quello della sera precedente o della notte in cui era entrata la prima volta dal conte. Si teneva pronto, spiava, senza parere, ogni movimento di lei. Egli comprendeva solo adesso l’importanza attribuita da Marina a questo pranzo e si rimproverava di avervi acconsentito. Non poteva difendersi da tristi presentimenti. Il luogo così aperto sul cortile e sul lago gli metteva paura. E gli metteva paura il contegno sempre più inquieto di Marina, che dopo un cucchiaio di zuppa non aveva mangiato punto.

«Che silenzio!» diss’ella finalmente. «Mi par d’essere fra le ombre. Somiglio a Proserpina?»

«Oh!» rispose il commendatore storditamente. «Lei farebbe risuscitare i morti.»

Subito gli venne in mente l’uomo sfigurato che giaceva sotto un lenzuolo a pochi passi dalla loggia; gli corse un brivido nelle ossa.

«Pure» replicò Marina «i miei ospiti sono lugubri come giudici infernali. Versatemi del bordeaux» diss’ella al vecchio cameriere che serviva solo, più lugubre ancora dei convitati. «Anche a questi signori.»

Il cameriere obbedì. Devoto al povero conte da lui servito per ventidue anni, gli pareva d’essere alla tortura. Versava con mano tremante, facendo tintinnare il collo della bottiglia sull’orlo dei calici.

«Vi prego di assaggiar questo vino» disse Marina. «Pensatelo, adesso. Non vi trovate un lontano sapore d’Acheronte?»

Il commendatore alzò il calice, lo sperò, vi posò ancora le labbra e disse:

«Ha qualche cosa di insolito.»

«Supponga dunque, commendatore Radamanto» disse Marina con voce commossa, contraendo nervosamente gli angoli della bocca «che per certe mie ragioni io abbia pensato…»

Si lasciò cadere sulla spalliera della poltrona, porgendo le labbra, facendo con la mano l’atto di chi butta via sdegnosamente una cosa spregevole.

«Sa» diss’ella «questa vita è così vile! Supponga dunque ch’io abbia pensato di aprir la porta e uscir quando muore il sole, in mezzo ai fiori, portando meco alcuni amici di spirito pel caso che il viaggio fosse troppo lungo. Supponga che in quel Bordeaux…»

Il Vezza trasalì, guardò il cameriere ritto presso la porta di sinistra, impassibile.

«Oh!» esclamò Marina «come mi crede subito!»

Si fe’ versare dell’altro vino e si recò il calice alla bocca.

«Sapore insolito?» diss’ella. «Se è puro, questo Bordeaux, come un’Ave Maria! È stato uno scherzo di Proserpina». «Bevete» proseguì concitata «cavalieri dalla triste figura. Provvedetevi di cuore e di spirito.»

Il dottore non bevve. Sentiva venire una tempesta. Il Vezza si accostò invece al consiglio di donna Marina e vuotò il bicchiere.

«Bravo!» diss’ella facendosi pallida. «Si ispiri per una risposta difficile.»

«Di Proserpina in Sfinge, marchesina?»

«In Sfinge, sì, e vicina forse a diventar di pietra o più fredda ancora! Ma che prima parlerà, dirà tutto. Dunque…»

Ell’era andata diventando sempre più livida. A questo punto un tremito di tutta la personale spezzò la voce. I due uomini si alzarono in piedi. Ella strinse il coltello, ne ficcò rabbiosamente la punta nel tavolo.

«Quieta, quieta» disse il medico pigliandole una mano gelata, piegandosi sopra di lei. Ella si era già vinta, respinse la mano del medico e si alzò.

«Aria!» diss’ella.

Passò con impeto fra il tavolo suo e quello del dottore, e si slanciò alla balaustrata verso il lago.

Il dottore le fu addosso d’un salto per afferrarla, trattenerla.

Ma ella si era già voltata e piantava in viso al Vezza due occhi scintillanti.

«Dunque» esclamò affrettandosi di parlare, di far dimenticare un momento di debolezza «crede Lei che un’anima umana possa vivere sulla terra più di una volta?»

E perché il Vezza, smarrito, sgomentato, taceva gli gridò: «Risponda!»

«Ma no, ma no!» diss’egli.

«Sì, invece! Lo può!»

Nessuno fiatò. Il giardiniere, il cuoco, Fanny, avvertiti dal cameriere, salirono frettolosi le scale per venire ad origliare, a spiare. Il vento era caduto; le onde lente sussurravano a pie’ dei muri: «Udite, udite!»

E nel silenzio vibrò da capo la voce di Marina.

«Sessant’anni or sono, il padre di quel morto là» (ell’appuntò l’indice all’ala del Palazzo) «ha chiusa qui dentro come un lupo idrofobo la sua prima moglie, l’ha fatta morire fibra a fibra. Questa donna è tornata dal sepolcro a vendicarsi della maledetta razza che ha comandato qui fino a stanotte!»

Teneva gli occhi fissi sulla porta a destra, ch’era aperta perché avean disposto la credenza nella sala vicina.

«Marchesina!» le disse il dottore con accento di blandi rimprovero. «Ma no! Perché dice queste cose?»

In pari tempo le pigliò il braccio sinistro con la sua mano di ferro.

«Là c’è gente!» gridò Marina. «Avanti, avanti tutti.»

Fanny e gli altri fuggirono, per tornar poi subito in punta di piedi a spiare, nascondendosi da lei.

Silla venne sulla porta del salotto. Di là non poteva veder Marina, ma la intendeva benissimo. Adesso diceva:

«Avanti! Egli non viene perché la sa, la storia. Ma non la sa tutta; bisogna che gli racconti la fine. Tornata dal sepolcro, e questo è il mio banchetto di vittoria!»

La voce, subitamente, le si affiochì. Ell’abbracciò la colonna presso cui stava, vi appoggiò la fronte scotendola con veemenza come se volesse cacciarvela dentro, mise un lungo gemito rauco, appassionato, da far gelare il sangue a chi l’udiva.

«L’infermiera, la donna di stanotte!» disse forte il medico verso la porta, e si voltò poi a Marina, di cui teneva sempre il braccio.

«Andiamo, marchesina» diss’egli dolcemente «ha ragione, ma sia buona, venga via, non dica queste cose che Le fanno male.»

Ell’alzò il viso, si ravviò con la destra i capelli arruffati sulla fronte, trapassando ancora con l’occhio avido la porta e la sala semioscura. Sul suo petto ansante il giglio scendeva e saliva, pareva lottar per aprirsi. La moglie del giardiniere si affacciò alla porta. Ella le accennò violentemente, con il braccio libero, di farsi da banda, e disse al medico parlando più con il gesto che con la voce:

«Sì, andiamo via, andiamo nel salotto.»

«E nella Sua camera non sarebbe meglio?»

«No, no, nel salotto. Ma mi lasci!»

Ella disse quest’ultime parole in atto così dignitoso e fiero che il dottore obbedì, si accontentò di seguirla. A lui premeva sopra tutto, in quel momento, allontanarla dalla balaustrata.

Marina s’incamminò lentamente, tenendo la mano destra nella tasca dell’abito. Il Vezza e il cameriere la guardarono passare, allibiti. Il dottore che la seguiva, si fermò un momento per dar un ordine all’infermiera. Intanto Marina arrivò alla porta.

Fanny, il cuoco e il giardiniere s’erano tirati da banda per lasciarla passare senza esserne visti. In sala le imposte erano chiuse a mezzo e le tende calate.

Silla stava sulla soglia del salotto. Vide Marina venire ed ebbe un momento d’incertezza. Non sapeva se farsi avanti o da parte o ritirarsi nel salotto. Ella fece due passi rapidi verso di lui, disse «Oh, buon viaggio» e alzò la mano destra. (…)

Nel 1942 il regista Mario Soldati ha tratto dal romanzo Malombra il film omonimo. Ho da poco caricato su youtube il video relativo alla scena del pranzo. Come potrai vedere Soldati è stato fedele al testo e ha saputo rendere con grande sensibilità l’atmosfera cupa evocata da Antonio Fogazzaro nelle pagine che ho più sopra riportato.

Ho caricato questa scena dal DVD contenuto nel bel cofanetto con l’edizione restaurata e masterizzata del film:

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