Archivio | maggio, 2013

Malombra (1881) di Antonio Fogazzaro: brano tratto dal capitolo VII, parte quarta

27 Mag

Lettore, come sai Malombra è uno dei miei romanzi preferiti (ti ricordi il mio articolo del 3 febbraio scorso?). Magari l’hai già letto, magari no, e se questo è il caso, trascrivo qui sotto alcune delle pagine più belle di questo libro così potrai avere un’idea dello stile di Fogazzaro. Il brano è tratto dal capitolo VII della parte quarta e vi si narra del pranzo presso la loggia del Palazzo voluto dalla Marchesina Marina di Malombra.

(…)

Il dottore non poté compir la frase, perché donna Marina comparve sulla soglia.

Vestiva un abito ordinato da lei alla sua antica sarta di Parigi che ne conosceva bene l’umor bizzarro, un ricco strano abito di moire azzurro cupo, a lungo strascico, da cui le saliva sul fianco destro una grande cometa ricamata in argento. Sul davanti della vita accollata, attillatissima, era inserto un alto e stretto scudo di velluto nero arditamente traforato nel mezzo, in forma di giglio, sulla pelle bianca. Marina non era più così pallida; un lieve rossor febbrile le macchiava le guance; gli occhi brillavano come diamanti.

«Musica!» diss’ella sorridendo e guardando il lago. «Quella che vuoi, lago mio! Non è vero, Vezza, che la musica è ipocrita (…) e ci dice sempre quello che il nostro cuore desidera? Non è per questo che ha tanti amici?»

«Marchesina» rispose quegli cercando di fare il disinvolto «fuori di noi non c’è musica, non c’è che un vento. Le corde sono dentro di noi e suonano secondo il tempo che vi fa.»

«Da Lei ci deve far sempre sereno, eh? Un sereno cattolico: e queste onde Le dicono: come è dolce ridere, come si balla bene, qui!» «Dov’è il signor Silla?»

«Ecco…» incominciò il Vezza imbarazzato.

«Partito no!» esclamò donna Marina fieramente, afferrandolo per un braccio e stringendolo forte.

«No, no, no, è qui» rispose colui in fretta, «ma debbo fare le sue scuse. Non si sente bene, non potrebbe pranzare; e siccome ha avuto la gentilezza di offrirmi il suo aiuto per alcune faccende urgenti, così adesso …»

Ella non lo lasciò finire, gli chiese imperiosamente:

«Dov’è?»

Le tremava la voce.

«Ma…» rispose il commendatore, titubante. «Non so… poco fa era in biblioteca…»

«Vada e gli dica che lo aspettiamo.»

«È nel salotto» disse il medico. «È occupato a scrivere. Accetti le sue scuse, marchesina, ne La prego.»

Ella rifletté un istante e poi rispose con voce vibrata:

«La Sua parola ch’è nel salotto!»

«La mia parola.»

«Bene» diss’ella pacatamente «verrà più tardi senza esser chiamato». «Del resto, caro Vezza, da me ci fa nuvolo, un tempo triste. Dica Lei, dottore, non è una malattia la tristezza? Non abbassa la fiamma della vita? Ella mi darebbe dei cordiali se mi sentisse il sangue scorrer più lento; qualche sinistro alcool mascherato. Ma se io prendo invece gli spiriti vitali dei fiori, l’aria pura, la conversazione degli uomini sereni come il nostro amico Vezza, degli uomini esperti del dolore come Lei, chi vorrà censurarmi? Ecco sciolto, signori, l’enigma di questo pranzo, e pranziamo. Lei qui, Vezza, presso a me; e Lei, dottore, lì, alla mia destra.»

Il pranzo incominciò.

I commensali di donna Marina tacevano, gustavano appena delle vivande. Il commendatore deplorava in cuor suo che il pranzo finissimo, servito con eleganza squisita, tra i fiori, da una giovane e bella donna, gli fosse capitato in un momento disadatto e in circostanze tali da non poterlo affatto gustare né con il palato né con lo spirito. E accarezzando la sola idea piacevole che gli sorridesse in mente: raccontar la scena nei salotti di Milano, con arte, a cuore placido. Si guardava cautamente attorno, imparava a memoria le dracene e le azalee, le cascate di cinerarie e di calceolarie, sbirciava il moire della sua vicina, e per quanto poteva, il giglio bianco nello scudo di velluto. Ma gli occhi curiosi dei fiori schierati sulle gradinate come in un teatro, gli dicevano che lo spettacolo non era finito.

Il dottore studiava continuamente Marina, temendo qualche accesso come quello della sera precedente o della notte in cui era entrata la prima volta dal conte. Si teneva pronto, spiava, senza parere, ogni movimento di lei. Egli comprendeva solo adesso l’importanza attribuita da Marina a questo pranzo e si rimproverava di avervi acconsentito. Non poteva difendersi da tristi presentimenti. Il luogo così aperto sul cortile e sul lago gli metteva paura. E gli metteva paura il contegno sempre più inquieto di Marina, che dopo un cucchiaio di zuppa non aveva mangiato punto.

«Che silenzio!» diss’ella finalmente. «Mi par d’essere fra le ombre. Somiglio a Proserpina?»

«Oh!» rispose il commendatore storditamente. «Lei farebbe risuscitare i morti.»

Subito gli venne in mente l’uomo sfigurato che giaceva sotto un lenzuolo a pochi passi dalla loggia; gli corse un brivido nelle ossa.

«Pure» replicò Marina «i miei ospiti sono lugubri come giudici infernali. Versatemi del bordeaux» diss’ella al vecchio cameriere che serviva solo, più lugubre ancora dei convitati. «Anche a questi signori.»

Il cameriere obbedì. Devoto al povero conte da lui servito per ventidue anni, gli pareva d’essere alla tortura. Versava con mano tremante, facendo tintinnare il collo della bottiglia sull’orlo dei calici.

«Vi prego di assaggiar questo vino» disse Marina. «Pensatelo, adesso. Non vi trovate un lontano sapore d’Acheronte?»

Il commendatore alzò il calice, lo sperò, vi posò ancora le labbra e disse:

«Ha qualche cosa di insolito.»

«Supponga dunque, commendatore Radamanto» disse Marina con voce commossa, contraendo nervosamente gli angoli della bocca «che per certe mie ragioni io abbia pensato…»

Si lasciò cadere sulla spalliera della poltrona, porgendo le labbra, facendo con la mano l’atto di chi butta via sdegnosamente una cosa spregevole.

«Sa» diss’ella «questa vita è così vile! Supponga dunque ch’io abbia pensato di aprir la porta e uscir quando muore il sole, in mezzo ai fiori, portando meco alcuni amici di spirito pel caso che il viaggio fosse troppo lungo. Supponga che in quel Bordeaux…»

Il Vezza trasalì, guardò il cameriere ritto presso la porta di sinistra, impassibile.

«Oh!» esclamò Marina «come mi crede subito!»

Si fe’ versare dell’altro vino e si recò il calice alla bocca.

«Sapore insolito?» diss’ella. «Se è puro, questo Bordeaux, come un’Ave Maria! È stato uno scherzo di Proserpina». «Bevete» proseguì concitata «cavalieri dalla triste figura. Provvedetevi di cuore e di spirito.»

Il dottore non bevve. Sentiva venire una tempesta. Il Vezza si accostò invece al consiglio di donna Marina e vuotò il bicchiere.

«Bravo!» diss’ella facendosi pallida. «Si ispiri per una risposta difficile.»

«Di Proserpina in Sfinge, marchesina?»

«In Sfinge, sì, e vicina forse a diventar di pietra o più fredda ancora! Ma che prima parlerà, dirà tutto. Dunque…»

Ell’era andata diventando sempre più livida. A questo punto un tremito di tutta la personale spezzò la voce. I due uomini si alzarono in piedi. Ella strinse il coltello, ne ficcò rabbiosamente la punta nel tavolo.

«Quieta, quieta» disse il medico pigliandole una mano gelata, piegandosi sopra di lei. Ella si era già vinta, respinse la mano del medico e si alzò.

«Aria!» diss’ella.

Passò con impeto fra il tavolo suo e quello del dottore, e si slanciò alla balaustrata verso il lago.

Il dottore le fu addosso d’un salto per afferrarla, trattenerla.

Ma ella si era già voltata e piantava in viso al Vezza due occhi scintillanti.

«Dunque» esclamò affrettandosi di parlare, di far dimenticare un momento di debolezza «crede Lei che un’anima umana possa vivere sulla terra più di una volta?»

E perché il Vezza, smarrito, sgomentato, taceva gli gridò: «Risponda!»

«Ma no, ma no!» diss’egli.

«Sì, invece! Lo può!»

Nessuno fiatò. Il giardiniere, il cuoco, Fanny, avvertiti dal cameriere, salirono frettolosi le scale per venire ad origliare, a spiare. Il vento era caduto; le onde lente sussurravano a pie’ dei muri: «Udite, udite!»

E nel silenzio vibrò da capo la voce di Marina.

«Sessant’anni or sono, il padre di quel morto là» (ell’appuntò l’indice all’ala del Palazzo) «ha chiusa qui dentro come un lupo idrofobo la sua prima moglie, l’ha fatta morire fibra a fibra. Questa donna è tornata dal sepolcro a vendicarsi della maledetta razza che ha comandato qui fino a stanotte!»

Teneva gli occhi fissi sulla porta a destra, ch’era aperta perché avean disposto la credenza nella sala vicina.

«Marchesina!» le disse il dottore con accento di blandi rimprovero. «Ma no! Perché dice queste cose?»

In pari tempo le pigliò il braccio sinistro con la sua mano di ferro.

«Là c’è gente!» gridò Marina. «Avanti, avanti tutti.»

Fanny e gli altri fuggirono, per tornar poi subito in punta di piedi a spiare, nascondendosi da lei.

Silla venne sulla porta del salotto. Di là non poteva veder Marina, ma la intendeva benissimo. Adesso diceva:

«Avanti! Egli non viene perché la sa, la storia. Ma non la sa tutta; bisogna che gli racconti la fine. Tornata dal sepolcro, e questo è il mio banchetto di vittoria!»

La voce, subitamente, le si affiochì. Ell’abbracciò la colonna presso cui stava, vi appoggiò la fronte scotendola con veemenza come se volesse cacciarvela dentro, mise un lungo gemito rauco, appassionato, da far gelare il sangue a chi l’udiva.

«L’infermiera, la donna di stanotte!» disse forte il medico verso la porta, e si voltò poi a Marina, di cui teneva sempre il braccio.

«Andiamo, marchesina» diss’egli dolcemente «ha ragione, ma sia buona, venga via, non dica queste cose che Le fanno male.»

Ell’alzò il viso, si ravviò con la destra i capelli arruffati sulla fronte, trapassando ancora con l’occhio avido la porta e la sala semioscura. Sul suo petto ansante il giglio scendeva e saliva, pareva lottar per aprirsi. La moglie del giardiniere si affacciò alla porta. Ella le accennò violentemente, con il braccio libero, di farsi da banda, e disse al medico parlando più con il gesto che con la voce:

«Sì, andiamo via, andiamo nel salotto.»

«E nella Sua camera non sarebbe meglio?»

«No, no, nel salotto. Ma mi lasci!»

Ella disse quest’ultime parole in atto così dignitoso e fiero che il dottore obbedì, si accontentò di seguirla. A lui premeva sopra tutto, in quel momento, allontanarla dalla balaustrata.

Marina s’incamminò lentamente, tenendo la mano destra nella tasca dell’abito. Il Vezza e il cameriere la guardarono passare, allibiti. Il dottore che la seguiva, si fermò un momento per dar un ordine all’infermiera. Intanto Marina arrivò alla porta.

Fanny, il cuoco e il giardiniere s’erano tirati da banda per lasciarla passare senza esserne visti. In sala le imposte erano chiuse a mezzo e le tende calate.

Silla stava sulla soglia del salotto. Vide Marina venire ed ebbe un momento d’incertezza. Non sapeva se farsi avanti o da parte o ritirarsi nel salotto. Ella fece due passi rapidi verso di lui, disse «Oh, buon viaggio» e alzò la mano destra. (…)

Nel 1942 il regista Mario Soldati ha tratto dal romanzo Malombra il film omonimo. Ho da poco caricato su youtube il video relativo alla scena del pranzo. Come potrai vedere Soldati è stato fedele al testo e ha saputo rendere con grande sensibilità l’atmosfera cupa evocata da Antonio Fogazzaro nelle pagine che ho più sopra riportato.

Ho caricato questa scena dal DVD contenuto nel bel cofanetto con l’edizione restaurata e masterizzata del film:

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Annunci

Una gita fuori porta: Villa Fogazzaro Roi

25 Mag

Posto alcune fotografie che ho scattato a Villa Fogazzaro Roi a Oria Valsolda (Como), dove Antonio Fogazzaro risiedette  per lunghi periodi della sua vita.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

OLYMPUS DIGITAL CAMERAOLYMPUS DIGITAL CAMERA

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

L’angolo della poesia: Emily Dickinson

23 Mag

L’esistenza di Emily Dickinson è stata spesso definita dai critici uneventful,  povera di eventi esteriori. In effetti nacque, visse e morì nella casa paterna ad Amherst, una cittadina del Massachusetts, allontanandosene solo in poche occasioni. Non si sposò. Morì a 56 anni.

Molto si è discusso sull’isolamento in cui Emily  visse per gran parte della sua vita: spesso lo si è spiegato con il suo amore, irrealizzabile, per il reverendo Charles Wadsworth, più anziano di lei e già sposato; secondo altri invece la reclusione della Dickinson fu una scelta “di comodo”: permise alla poetessa di concentrarsi sulla scrittura. Altri  ancora sostengono che  sulla sua reclusione  incise la probabile malattia affine all’epilessia di cui soffrì (tra l’altro ci furono altri casi di epilessia nella sua famiglia). Si può ipotizzare quindi che i genitori si vergognassero di questo e perciò favorissero la volontà della figlia di vivere appartata.

Con la stessa riservatezza con cui condusse la sua esistenza, la Dickinson portò avanti la sua totale dedizione alla poesia. E infatti solo dopo la sua morte la sorella Lavinia scoprì il “tesoro”:  i  49 fascicoli in cui Emily aveva trascritto in segreto le sue poesie, che proprio grazie all’interessamento dei famigliari arrivarono alle case editrici e furono pubblicate. La sua fama fu quindi postuma. In vita Emily Dickinson non ricevette alcun riconoscimento pubblico del suo genio. Vennero pubblicate solo sette poesie, anonime.  La sua produzione poetica, che, pur con qualche episodio precedente, ha un inizio documentato nel 1858, ebbe un picco nel 1862. Chi legge la vita di Emily Dickinson in relazione alla sua passione irrealizzabile per il reverendo Charles Wadsworth spiega questo con il fatto che proprio in quell’anno Charles Wadsworth si trasferì in California. Una distanza di quel tipo allora era incolmabile, anche  il proseguimento della corrispondenza sarebbe stato impossibile (della corrispondenza tra E.D. e Wadsworth non rimane niente, probabilmente fu distrutta, rimangono solo poche minute di lettere di Emily). Da quel momento la poesia diventò lo sbocco in cui trovava sfogo la  passione di Emily, senza happy end, per il reverendo. Come ebbe a dire lei stessa,  la poesia fu per lei come il canto per il fanciullo che passa vicino al cimitero: le permetteva di farsi coraggio e di sostenere il dolore. Fu tale l’importanza che assunse per lei l’espressione poetica che proprio in quell’anno si rivolse per un parere a un critico letterario (Thomas Wentworth Higginson), inviandogli qualche poesia:  questo critico si rivelò miope e diede un giudizio negativo, dissuadendola dalla pubblicazione. Lei accettò il verdetto, che però non influì sulla sua scrittura: continuò a scrivere poesie nel modo in cui aveva sempre fatto, senza accettare le “operazioni chirurgiche” che Higginson le consigliava per arrivare alla pubblicazione. A Emily non interessava il successo, la notorietà per lei non aveva alcun valore:

n. 260

I am nobody – who are you?                          Io sono Nessuno – e tu chi sei?

Are you nobody, too?                                       Sei Nessuno anche tu?

Then there’s a pair of us – don’t  tell!           Allora siamo in due – non dirlo,

They’d banish us, you know.                           Potrebbero spargere la voce!

How dreary to be somebody!                          Com’è pesante essere Qualcuno!

How public, like a frog                                     Così volgare – come una rana

To tell your name the livelong June              che gracida il tuo nome tutto giugno

To an admiring bog                                          a un pantano in estasi di lei!

(Traduzione di Silvio Raffo)

Sapeva che la sua poesia non era per i suoi contemporanei, ma per le generazioni future:

n. 441

This is my letter to the World                             È questa la mia lettera al mondo

That never wrote to Me –                                    che non scrisse mai a me:

The simple News that Nature told –                 sono semplici cose, che Natura

With tender Majesty                                             mi disse – con toccante Maestà.

Her Message is committed                                  Il suo messaggio affido

To Hands I cannot see –                                      a mani che non vedo –

For love of Her – Sweet – countrymen –        Dolci concittadini – per suo amore –

Judge tenderly – of Me                                        si giudichi di me teneramente

(Traduzione di Silvio Raffo)

La vita costitutiva di per sé, a prescindere dal successo, dagli esiti concreti ottenuti, l’evento più significativo. Scriveva in una lettera: «Trovo estasi nell’atto di vivere – il semplice senso di vivere è gioia sufficiente». E ancora: «Vi è sempre qualcosa di cui sentirsi grati: essere se stessi e non qualcun altro». Per la Dickinson “vita” non coincide con “biografia”. Compito di un essere umano sulla terra  è  la crescita interiore fino a raggiungere la massima statura:

n. 1067

Except the smaller size                                            Nessuna vita è sferica

No lives are round –                                                 tranne le più ristrette;

These – hurry to a sphere                                        queste sono presto colme,

And show and end –                                                 si svelano e hanno termine.

The larger – slower grow                                         Le grandi crescono lente,

And later hang –                                                        dal ramo tardi pendono:

The Summer of Hesperides                                     sono lunghe le estati

Are long.                                                                      delle Esperidi.

(Traduzione di Margherita Guidacci)

Se l’esperienza è al centro della sua riflessione poetica, Emily non poteva non parlare dell’amore (e così arrivo al tema della serata di oggi). A questo sentimento la poetessa dedicò molte poesie. È difficile scegliere, sono una più bella dell’altra. Propongo la seguente:

n. 249

Wild nights – Wild Nights!                                    O frenetiche notti!

Were I with thee                                                       Se fossi accanto a te,

Wild Nights should be                                             queste notti sarebbero

Our luxury!                                                                la nostra estasi!

Futile – the Winds –                                                Futili i venti

To a Heart in port –                                                 a un cuore in porto:

Done with the Compass –                                        ha riposto la bussola,

Done with the Chart!                                                ha riposto la carta.

Rowing in Eden –                                                     Vogar nell’Eden!

Ah, the Sea!                                                                Ah, il mare!

Might I but moor – Tonight –                                Se potessi ancorarmi

In Thee!                                                                        Stanotte in te!

(Traduzione di Margherita Guidacci)

Innumerevoli sono i percorsi che si aprono davanti a chi legge le poesie di Emily Dickinson. Io ho scelto questo e spero che ti sia piaciuto e che ti spinga ad approfondire la conoscenza di questa grande poetessa.

L’angolo della poesia: Sylvia Plath

21 Mag

In questo periodo non sto scrivendo cose mie. In compenso trascrivo sia su computer sia su quaderni intere pagine dei libri che sto leggendo. Riporto qua sotto alcuni brani tratti dal Meridiano Mondadori su Sylvia Plath. Per prima cosa riporto la poesia Olmo:

Olmo

Per Ruth Fainlight

 

Conosco il fondo, dice. Lo conosco con la mia grossa radice:

è quello di cui tu hai paura.

Io non ne ho paura: ci sono stata.

 

È il mare che senti in me,

le sue insoddisfazioni?

O la voce del nulla, che era la tua pazzia?

 

L’amore è un’ombra.

Come  lo insegui con menzogne e pianti.

Ascolta: ecco i suoi zoccoli: è corso via, come un cavallo.

 

Per tutta la notte galopperò così, impetuosamente,

finché la tua testa non sarà una pietra, il tuo cuscino una zolla,

rimandando echi ed echi.

 

O vuoi che ti porti il suono dei veleni?

Ecco, questa è la pioggia ora, questo grande azzittirsi.

E questo è il suo frutto: bianco-stagno, come arsenico.

 

Ho patito l’atrocità dei tramonti.

Bruciati fino alla radice

I miei filamenti rossi ardono ritti, una mano di fili di ferro.

 

Ora mi rompo in pezzi che volano intorno come clave.

Un vento di tale violenza

Non tollera neutralità: devo urlare.

 

Anche la luna è spietata: vuole trascinarmi

Crudelmente, lei che è sterile.

Il suo splendore mi folgora. O forse l’ho catturata.

 

La lascio andare. La lascio andare

Diminuita e piatta, come un intervento radicale.

Come mi possiedono e mi colmano i tuoi brutti sogni.

 

Sono abitata da un grido.

Di notte esce svolazzando

In cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.

 

Mi terrorizza questa cosa scura

che dorme in me;

tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato, la malignità.

 

Le nuvole passano e si disperdono.

Sono quelli i volti dell’amore, quelle pallide irrecuperabilità?

È per questo che agito il mio cuore?

 

Sono incapace di maggiore conoscenza.

Che cos’è questo, questa faccia

Così assassina nel suo strangolio di rami? _

 

Sibilano i suoi acidi serpentini.

Pietrificano la volontà. Queste sono le colpe isolate e lente

Che uccidono e uccidono e uccidono.

 

19 aprile 1962

(traduzione di Anna Ravano)

***

Nel 2002 è uscito un Meridiano Mondadori dedicato a Sylvia Plath.

Riporto alcuni brani tratti dal saggio introduttivo di Nadia Fusini.

Sylvia è una di quelle bambine americane che in giovanissima età vengono spinte alla professione, spesso di attrici o di modelle, e imparano fin da piccole i trucchi del mestiere. Lei impara rime, rime sfuggenti o rime baciate, allitterazioni e assonanze, si esercita in metri sillabici, monta su villanelle, o terzine. La sua è fin dall’inizio una poesia estremamente cunning, abile, astuta.

Il marito Ted Hughes dice di lei: era determinata all’eccellenza. In nessun aspetto della sua vita  permetteva a se stessa di essere trascurata o inadeguata; in tutti voleva eccellere, in tutto aveva bisogno di perfezione. Soprattutto in poesia. (…)

Sempre Ted racconta: quando lui la conobbe componeva molto lentamente, consultando per quasi ogni parola il dizionario dei sinonimi e altri repertori lessicali. Intorno a ogni parola che l’affascinava tracciava un cerchio forte di inchiostro.  Faceva parte dello stesso processo l’ossessione per schemi metrici elaborati e rime complesse. Alcune delle sue prime creazioni sono addirittura perverse, tanto sono farcite di parole dotte, tanto fitti sono gli aculei  con cui le protegge. È chiaro che ha bisogno dell’assoluto rigore della forma. Non si fida dell’atto spontaneo, non compone a orecchio. Si impegna al massimo, è una sgobbona. Potremmo anche dire un’idealista. La serietà è un tratto dominante della sua natura.

Sylvia è attratta dalla perfezione fino al disumano, all’inumano. Cresce in un clima di rigore e competizione intellettuale estremi. E vuole essere l’allieva perfetta, esige in ogni compito il voto più alto, summa cum laude. Impara a confezionare rime ardite. (…).

Vuole scavare nella lingua fino a raggiungere quella falda in cui le parole si attraggono per magnetismi propri, vuole sprofondare fin là dove tra le parole si rivelano legami magici, veri e propri vincoli. (…)

Confesserà: «I poeti che amo sono posseduti dai loro versi come dal ritmo stesso del loro respiro. Le loro poesie più belle danno l’impressione di essere nate tutte intere, non messe insieme parola per parola».

Dirà a Peter Orr: «Io credo che le mie poesie nascano in modo immediato dalle mie esperienze sensuali ed emotive, ma devo dire che non ho simpatia per i gridi del cuore…Io penso che le esperienze, anche le più terrificanti, anche la pazzia, anche la tortura vadano manipolate».

Nel 1959, per trovare la giusta concentrazione per scrivere, Sylvia Plath prova “l’esercizio” suggeritole dal marito: respiri profondi e concentrazione su oggetti lasciando agire il flusso di coscienza.  Si tratta di esercizi di concentrazione e respirazione: consistono nel concentrarsi su un dato soggetto per un certo periodo di tempo, “passarlo”poi a una voce o a un personaggio, e infine accantonarlo fino a un momento prestabilito, di solito il giorno seguente, in cui lei lo riprendeva e cominciava a scrivere”.

Dopo il saggio introduttivo della Fusini c’è la cronologia curata da Anna Ravano (che è anche la traduttrice delle poesie, mentre Adriana Bottini traduce le prose, ossia il romanzo La campana di vetro e i racconti; Simona Fefé traduce i diari).

La cronologia è interessante per capire quando e come inizia la passione di Sylvia Plath per la scrittura.

Ecco le date fondamentali.

27 ottobre 1932 : nascita di Sylvia Plath a Jamaica Plain, un sobborgo di Boston.

1935:Alla nascita del fratello Warren, Sylvia ha due anni e mezzo. La scoperta di non essere più al centro dell’attenzione dei suoi genitori coincide con la scoperta della parola scritta. Come ricordava la madre Aurelia, quando lei allattava il piccolo, Sylvia voleva salire sulle sue ginocchia, non potendo farlo, si “distraeva” scoprendo l’alfabeto nelle scritte a stampatello sulle scatole e i pacchetti allineati sulla dispensa. Seno materno, nutrimento, dominio della lingua (e quindi scrittura), approvazione della madre (e quindi successo letterario) si legano così fortemente in un rapporto di sostituzione e compensazione che diventerà bisogno di deporre sulle ginocchia della madre poesie e premi, libri e bambini.

Fine anni trenta: Nella prima infanzia Sylvia passa periodo molto lunghi dai nonni materni, e durante quei soggiorni manda alla mamma letterine con disegni, pensierini e piccole poesie (il rapporto epistolare tra madre e figlia continuerà anche in età adulta e da esso è stato tratto il libro Letters Home in cui appunto sono raccolte le lettere tra Sylvia e la madre).

1941: durante gli anni alla junior school di Winthrop scrive poesie su uccelli, api, primavera, autunno. Il 10 agosto 1941 ha il primo riconoscimento letterario: il Boston Herald le pubblica Poem  insieme con la sua letterina.

Nel 1942 la madre Aurelia coglie l’occasione di un nuovo lavoro per lasciare Winthrop e trasferirsi a Wellesley, dove vi è un ambiente socialmente e culturalmente più elevato e dove ci sono ottime scuole e istituzioni culturali. Aurelia è ben decisa a dare ai figli, e soprattutto a Sylvia con cui si identifica, quell’istruzione superiore a cui lei ha dovuto rinunciare.

1944: (a 12 anni) alla Alice L. Phillips Junior High School Sylvia ha voti eccellenti, soprattutto in inglese e arte. Pubblica poesie e racconti sulla rivista scolastica.

1946:  a quattordici anni si fa insegnare dalla madre a battere a macchina e ben presto diventa una dattilografa esperta. Da allora in poi buona parte dei suoi lavori di scuola e personali sono scritti a macchina.

1947-1949: alla Gamaliel Bradford High School frequenta i corsi di letteratura di Wilbury Crockett: questo docente conduce un seminario di tipo universitario in cui gli studenti sono obbligati a scrivere ogni trimestre una tesina da leggere e discutere di fronte a tutta la classe. Crockett non si limita al programma, ma incoraggia i suoi studenti a collaborare al giornale della scuola, a scrivere racconti e poesie, a partecipare ai concorsi indetti dalle riviste. Li accompagna a teatro, al cinema, a conferenze, a gite culturali a New York e Washington. Sylvia presenta a Crockett temi su Hawthorne, Shakespeare, Eliot, Virginia Woolf, ricchi di idee esposte con passione e insieme con rigore logico e cura per il dettaglio, impeccabilmente dattiloscritti; scrive per lui racconti che hanno come protagoniste ragazze introspettive o donne solitarie dal carattere insolito, oppure trattano il tema del conflitto tra successo intellettuale e successo sociale.

1950: Sylvia vuole riuscire a pubblicare. A diciotto anni ha già collezionato una sessantina di note di rifiuto, di cui quarantacinque da «Seventeen» spesso accompagnate da consigli e da un invito a riprovare. Sylvia commenta a un’amica: «Ne sono orgogliosa, mi dimostrano che mi sforzo». Nel marzo 1950 la rivista Seventeen le accetta finalmente il racconto And summer will not come again, che viene pubblicato in agosto e le frutta quindici dollari, il suo primo guadagno come scrittrice. Nel giugno 1950 si diploma alla Bradford High School ed è per voti la prima dei 158 studenti del suo corso. Andrà, con tre borse parziali, allo Smith College di Northampton, nel Massachusetts, istituzione prestigiosa. In quell’estate, per integrare le borse di studio, lavora come bracciante in una fattoria. Quest’esperienza le ispira due lavori (una poesia e una prosa) che vengono subito pubblicati dal Christian Science Monitor.

Lo Smith è nel 1950 il più grande college femminile del mondo e la facoltà di inglese vanta insegnanti di alto livello letterario. Sylvia da subito è molto impegnata: non tollera l’idea di essere mediocre e sente di dover ripagare la madre di tutti i suoi sacrifici e compensarla indirettamente, attraverso i propri successi, per quello che non ha potuto avere da ragazza.

La lettera che il 1 dicembre 1950 scrive alla romanziera di successo Olive Higgins Prouty (la benefattrice che le ha offerto la più cospicua delle borse di studio che le permettono di frequentare lo Smith College) viene dalla donna ritenuta meritevole di essere pubblicata e così appare sulla rivista del college Smith Alumnae Quarterly.

Maggio 1951: viene pubblicato su Seventeen il racconto Den of lions che è arrivato terzo al concorso di narrativa indetto dalla rivista. Frutta a Sylvia Plath 100 dollari.

Nell’estate 1951 lavora come babysitter e il suo articolo As a Babysitter sees it viene pubblicato in novembre su Christian Science Monitor.

Nel secondo anno allo Smith (1951-52) segue, tra gli altri, il corso di creative writing. Entra a far parte della Commissione Stampa del College con l’incarico di scrivere bollettini e articoli sullo Smith per i giornali locali.

1952: in marzo un racconto ispirato alla sua esperienza come baby sitter, The perfect set-up, ottiene una menzione d’onore al concorso annuale di narrativa di Seventeen e viene pubblicato nell’ottobre 1952. In aprile termina il racconto Domenica dai Minton (l’ha scritto durante le vacanze primaverili e limato nel corso di scrittura) e lo manda al concorso di narrativa per studentesse di college della rivista Mademoiselle. L’11 giugno le arriva la notizia che questo racconto ha vinto uno dei primi due premi di 500 dollari al concorso della rivista Mademoiselle. Il racconto viene pubblicato in agosto.

In settembre invia alla rivista Mademoiselle la domanda di partecipazione al concorso indetto dalla rivista per scegliere le venti studentesse che affiancheranno la redazione nella preparazione del numero speciale di agosto dedicato alla vita dei college. La selezione delle venti vincitrici è dura: viene fatta attraverso due eliminatorie che si svolgono lungo un arco di diversi mesi e comporta la stesura di articoli, recensioni e pezzi pubblicitari.

In ottobre vince il secondo premio, di 200 dollari, nel concorso di narrativa della rivista Seventeen con il racconto Initiation, scritto in luglio, storia di un’iniziazione a una società segreta studentesca che affronta il tema del contrasto tra appartenenza al gruppo e individualismo. Viene pubblicato nel gennaio 1953. Questo è uno dei pochi momenti felici in un periodo di lavoro massacrante.

1953: continua a scrivere per il concorso indetto dalla rivista Mademoiselle, intanto compone poesie in cui si cimenta per la prima volta con la struttura poetica della French villanelle. Manda le due poesie, To Eva descending the Stair e Doomsday, al New Yorker: vengono rifiutate ma con una lettera personale di apprezzamento e l’invito a riprovare. Ecco cosa scrive a proposito: «Non otterrò mai niente se mi limito a scrivere uno o due racconti senza rivederli o impostarli secondo le esigenze di un dato mercato. Voglio conquistare il New Yorker in poesia e il Ladies’ Home Journal nel racconto, per cui devo studiarmi queste riviste come ho fatto in passato con Seventeen».

In aprile ha la sua prima vera accettazione professionale di poesie: Harper’s magazine accetta To Eva descending the Stair e Doomsday e Go get the goodly squab per un compenso di 100 dollari.

In primavera W.H. Auden è in visita allo Smith College, Sylvia gli fa leggere sue poesie che il poeta giudica in modo secco e severo: le trova troppo disinvolte e superficiali. A rincuorarla le arriva la notizia che ha vinto il mese di esperienza redazionale presso la rivista Mademoiselle, insieme con altre 19 studentesse, sbaragliando oltre 2000 concorrenti. Questa esperienza si svolge in giugno, ma non lascia traccia nel suo diario. Quando ritorna a casa scopre di non essere stata ammessa al corso di scrittura di Frank O’Connor. Cade in una profonda depressione e nell’agosto 1953 tenta di suicidarsi. Viene ricoverata in una clinica psichiatrica.

1954: verso la fine di gennaio, guarita, ritorna allo Smith College. Segue il corso di George Gibian sul romanzo russo. Questo professore la ricorda come l’alunna che ogni professore vorrebbe avere. Con lui definisce il tema della tesi di laurea: la figura del doppio nel Sosia e nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. In ottobre si unisce al gruppo di studenti che seguono le lezioni di creative writing del critico e scrittore Alfred Kazin, che però in seguito ricorderà con un certo distacco l’estremo lindore professionale dei lavori della Plath: «Non c’era una riga, un pensiero, una parola che l’industria delle riviste patinate avrebbe voluto cambiare». Nel numero di novembre di Harper’s Magazine compaiono le poesie Go Get the Goodly Squab e To Eva Descending the Stair.

1955: in gennaio consegna la tesi, che ha intitolato The Magic Mirror: A Study in the Double in Two of Dostoevsky’s novels. Segue uno speciale corso di composizione poetica tenuto appositamente per lei da Alfred Young Fisher per il quale scrive quattro o cinque poesie alla settimana, tutte composizioni in forme tradizionali (sonetto, villanella, terzine incatenate) dalla complessa struttura metrica, scritte con attenzione scrupolosa, quasi matematica, a ogni particolare, lentamente, sfogliando spesso il vocabolario e il dizionario dei sinonimi alla ricerca della parola esatta. Partecipa al premio di poesia Irene Glascock Poetry Contest: l’esito è una vittoria  ex-aequo con un premio di cinquanta dollari. Sylvia presenta a Fisher, come coronamento del suo corso di poesia, una raccolta di una sessantina di poesie sotto il titolo di Circus in Three Rings; sa che il loro livello è discontinuo e progetta di rivederle durante l’estate.

In maggio riceve la notizia che le è stata concessa la borsa di studio Fullbright. La rivista Mademoiselle  ha accettato la poesia Two lovers and a Beachcomber by the Real Sea e la rivista Atlantic Monthly  ha accettato Circus in three rings. Sylvia Plath ha al suo attivo un numero notevole di pubblicazioni. In una lettera alla madre stende un elenco ordinato dei premi in denaro ottenuti  e delle poesie o articoli pubblicati. Ha fin da piccola l’abitudine alla catalogazione e all’efficienza amministrativa: tra le sue carte restano elenchi minuziosi dei lavori spediti nel corso degli anni, con date d’invio, nomi delle riviste o degli editori, accettazioni o rifiuti e loro data, somme pagate, date di pubblicazione.

Nel giugno si laurea summa cum laude.

Il 1° ottobre è a Cambridge.

1956: dopo una vacanza con Richard Sassoon (il ragazzo che frequenta dal 1954 e di cui è innamorata) durante le vacanze natalizie, questi le dice di non scrivergli più fino a quando non si farà sentire lui. Sylvia Plath vive due mesi di dubbi e depressione. In gennaio due sue poesie sono pubblicate su una rivista studentesca, Chequer, ma vengono stroncate come pretenziose e fasulle su un’altra rivista. In febbraio va al party di inaugurazione della St. Botolph’s Review (una rivista letteraria studentesca che lei ha da poco comprato e in cui ha letto alcune poesie scritte da Lucas Myers e Ted Hughes che l’hanno colpita). Conosce Ted Hughes, ed è l’incontro determinante. Nella primavera Sylvia scrive “poesie migliori e più forti di qualunque altra cosa io abbia mai scritto”. Entra a far parte della rivista  Varsity. Il 16 giugno lei e Ted si sposano a Londra.

In settembre riceve la notizia dall’Atlantic Monthly che la poesia Pursuit (che aveva scritto subito dopo aver conosciuto Ted) è stata accettata per un compenso di cinquanta dollari. La rivista di Chicago Poetry accetta sue sei poesie. A fine ottobre esce su Granta il racconto Il giorno che morì Mr. Prescott e il Christian Science Monitor accetta un suo articolo su Benidorm, dove era stata in luna di miele.

1957: si cimenta senza successo in un paio di racconti destinate a riviste femminili. In marzo accetta proposta di lavoro dello Smith college: sarà instructor di letteratura inglese. Pensa alla scrittura di un romanzo in cui parlare di una ragazza americana che arriva a Cambridge per ritrovare se stessa. Alla fine di marzo ha già scritto ottanta pagine, vuole arrivare a trecento e utilizzare l’estate per dare all’abbozzo una forma solida e definitiva. In aprile la London Magazine accetta due poesie di Sylvia: Spinster e Black Rook in Rainy Water. A maggio sostiene gli esami finali e presenta come elaborato libero una raccolta di 42 poesie dal titolo Two lovers and a Beachcomber, contenente composizioni sia recenti sia degli anni dello Smith. Si tratta della stessa opera che qualche mese prima ha inviato al concorso per opera prima di poesia da pubblicarsi nella Yale series of Younger Poets curata da Auden per la Yale University Press. Durante gli esami riceve la notizia che è entrata nella rosa dei finalisti. Negli esami ottiene un second class, risultato non straordinario.

In giugno lei e Ted vanno in America. L’estate, che nei progetti di Sylvia doveva essere un periodo fecondo, si rivela essere ben diversa: il romanzo latita, il racconto che ha scritto, The trouble-making mother, viene rifiutato da due riviste, inoltre riceve la notizia che il suo libro di poesie non ha vinto il premio Yale.

In settembre inizia a insegnare allo Smith: ben presto si rende conto che le lezioni, la loro preparazione, i compiti da correggere non le lasciano il tempo per scrivere. Verso la fine di novembre ha già deciso che terminato l’anno scolastico lascerà l’insegnamento e si trasferirà a Boston per dedicarsi solo alla scrittura. Ted l’appoggia senza riserve. Li hanno aiutati a prendere questa decisione anche l’esempio e i consigli del poeta e traduttore W.S. Merwin: Merwin è la dimostrazione che è possibile vivere della propria scrittura.

1958: «1958: anno in cui smetto di insegnare e inizio a scrivere» annota nel diario il 4 gennaio. Il 6 gennaio Sylvia annuncia ufficialmente al capo dipartimento che non resterà allo Smith per un secondo anno. Diversi superiori e colleghi reagiscono con freddezza o incomprensione; anche la madre non capisce. Sylvia è furiosa.

A metà gennaio le ritorna indietro il manoscritto di poesie senza il premio “(…)devo stare attenta a dove va la terza volta”. Decide di concentrarsi sulla prosa: le pagine del diario di quel periodo registrano i suoi tentativi di far riaffiorare alla memoria il passato infantile e adolescenziale.

In febbraio comincia a frequentare come uditrice le lezioni di arte moderna di Priscilla Van der Poel. Riceve dalla rivista ARTnews l’invito a scrivere una poesia ispirata a un’opera d’arte. Comincia a studiare libri d’arte e a scegliere quadri e litografie.

Alla fine di febbraio Mademoiselle accetta November Graveyard, prima poesia venduta da quasi un anno a questa parte.

Rilegge il capitolo del romanzo che ha abbozzato (titolo provvisorio Falcon Yard). Lo trova pletorico.

Nelle vacanze primaverili si dedica alle nuove poesie ispirate da quadri, soprattutto da de Chirico. Ritiene che siano le migliori che lei abbia mai scritto. Ne spedisce alcune a ARTnews, altre a New Yorker. Contemporaneamente “usa la feccia della sua ispirazione” per inventare slogan pubblicitari per un concorso commerciale.

In aprile il New Yorker le rifiuta le poesie.

In maggio Sylvia va a sentire una lettura di poesie di Robert Lowell: ne rimane folgorata. In quei giorni ha un’intuizione per il suo libro di poesie: Full Fathom Five. Nell’imminenza della dedizione totale alla poesia (perché manca poco alla fine del suo periodo come insegnante) si pensa come un’asceta della poesia: «Oh, lasciata a me stessa, mi flagellerò fino a diventare un poeta senza pari».

22 maggio: ultimo giorno di lezione.

A giugno è a New York. Incontra Marianne Moore. Tornata a Northampton, Sylvia le invia alcune sue poesie e le chiede un appoggio per una borsa della F. Saxton Memorial Fellowship che le permetterebbe di completare il suo libro di poesie.

A fine giugno riceve la notizia che il New Yorker ha accettato 2 poesie, che le frutteranno 350 dollari (equivalenti a tre mesi di affitto).

Fatica ad abituarsi all’idea di libertà. Riprende il tedesco, comincia a tradurre favole dei fratelli Grimm, Ted per stimolare l’immaginazione le suggerisce di leggere libri di folclore, sul mare, sugli animali.

La vena poetica scorre, anche se a intermittenza, ma quella della prosa sembra inaridita. Cerca il rimedio in una disciplina di scrittura in esercizi di cinque pagine al giorno: “Dopo trenta esercizi, forse un personaggio. Dopo cento, forse il seme di un racconto”.

A settembre di trasferiscono a Boston. Cerca un lavoro part-time. A ottobre comincia a lavorare come segretaria part-time nell’ambulatorio psichiatrico del Massachusetts General Hospital (vi rimarrà per due mesi). Riceve la notizia che la sua domanda per una borsa Saxton è stata respinta. A dicembre va a trovare la sua ex-psicanalista Ruth Beuscher, da cui va ogni mercoledì. A metà dicembre completa il racconto Johnny Panic e la Bibbia dei sogni, pensa che valga e decide che non si scoraggerà fino al decimo rifiuto. Comincia a leggere autobiografia di Teresa di Lisieux di cui copia diversi brani nel suo brogliaccio.

1959:gennaio e febbraio tra alti e bassi: è preoccupata per i soldi, si sente in una sorta di terra di nessuno sociale: “Sono troppo vicina alla società borghese dei sobborghi residenziali, troppo vicina alle persone che conosco: devo distaccarmene o diventare parte del loro mondo; questa via di mezzo, questo compromesso sono insopportabili (…)”.

All’inizio di gennaio termina il racconto L’ombra a  cui lavorava da dicembre; la rivista Yale Review respinge il racconto Johnny Panic. Comincia a frequentare la Boston intellettuale, per es. Robert Lowell. A fine febbraio inizia a frequentare i seminari di poesia di Lowell alla Boston University: Lowell legge e commenta poesie sue e discute o fa discutere le poesie degli studenti.(in seguito Lowell confesserà di non aver trovato memorabili le poesie di Sylvia di allora). Alla fine di febbraio Sylvia manda il manoscritto di poesie, ora intitolato The Bull of Bendylaw, al premio Yale.

Trova lavoro part-time come segretaria.

In aprile: riceve una serie di buone notizie. Lei e Ted vengono invitati a soggiornare per due mesi in autunno a Yaddo, una colonia per artisti nello stato di New York. Ted ottiene una borsa Guggenheim, Sylvia riceve dal New Yorker l’accettazione di due sue poesie.

Il 2 maggio scrive di getto The Bed Book, un libro per bambini: dieci descrizioni in versi di letti svariati per le più svariate esigenze. Lo spedisce subito all’Atlantic Monthly Press che lo rifiuterà.

In giugno riceve la notizia che nel concorso di poesie Yale si è piazzata solo seconda: è indignata.

In luglio parte con Ted per lungo viaggio in macchina attraverso gli Stati Uniti. In settembre arrivano a Yaddo. Si apre un momento epocale della sua vita (è incinta, sta per partire per l’Inghilterra) e per quanto riguarda  la scrittura, sente di dover trovare una direzione nuova. Legge molto, soprattutto donne. Per quanto riguarda la prosa, si invita a non manipolare l’esperienza e a lasciare che essa si svolga e si ricrei con tutte le sottili e curiose associazioni che la mente logica lascerebbe fuori. Il 5 ottobre riceve l’ennesimo rifiuto del suo libro di poesie. Ormai lo sente come una pietra al collo e accetta il suggerimento di Ted di cominciare un libro nuovo. Rilegge con sensibilità nuova le poesie di Theodore Roethke e prova gli esercizi di concentrazione e respirazione che le ha suggerito Ted: si tratta di esercizi di concentrazione e respirazione: consistono nel concentrarsi su un dato soggetto per un certo periodo di tempo, “passarlo” poi a una voce o a un personaggio, e infine accantonarlo fino a un momento prestabilito, di solito il giorno seguente, in cui lei lo riprendeva e cominciava a scrivere”. Il risultato è la scrittura di due poesie, The Manor Garden e The Colossus. Il 22 ottobre ha la prima intuizione di Poem for a Birthday che completa miracolosamente il 4 novembre. L’accettazione del racconto Le figlie di Blossom Street da parte della rivista inglese London Magazine le sembra di buon augurio per la prossima partenza per l’Inghilterra.

Il 9 dicembre Sylvia e Ted si imbarcano per l’Europa. Vanno subito a Heptonstall. Sylvia passa la maggior parte del tempo a battere a macchina il suo nuovo manoscritto di poesie, che include il meglio del vecchio più tutte le poesie scritte a Yaddo. Lo chiamerà The Colossus and other poems. È determinata a trovare un editore inglese.

1960: con l’aiuto dei Merwin, che sono a Londra, trovano un appartamento in affitto al numero 3 di Chalcot Square, vicino a Regent’s Park. In febbraio l’editore Heinemann, il primo editore inglese a cui Sylvia aveva inviato il manoscritto di poesie, risponde positivamente e il 10 febbraio Sylvia firma il contratto. Il 1° aprile nasce la figlia Frieda Rebecca. In maggio viene pubblicato sul London Magazine il suo racconto Le figlie di Blossom Street. Conosce l’influente critico dell’Observer Al Alvarez. A metà giugno ritorna alla scrittura: si divide gli impegni famigliari con Ted: al mattino lei va a scrivere nello studio messo a loro disposizione da Merwin.  Tra giugno e luglio scrive varie poesie, anche settembre e ottobre sono mesi prolifici. La BBC le chiede di registrare per loro alcune poesie. Saranno  trasmesse in novembre sul terzo programma insieme a quelle di poeti nuovi.

Il 31 ottobre esce per Heinemann The Colossus and other poems. Le recensioni arrivano lentamente. La prima importante è quella elogiativa di Al Alvarez sull’Observer il 18 dicembre.

1961: in gennaio Sylvia viene invitata a curare l’antologia American Poetry Now per il Critical Quarterly. Nello stesso mese Sylvia e Ted sono intervistati congiuntamente per un programma radiofonico della BBC intitolato Two of a Kind; l’intervista viene trasmessa il 31 gennaio con il titolo Poets in Partnership. Accetta un lavoro part-time come redattrice presso la rivista The Bookseller. In febbraio ha un aborto spontaneo. In quel periodo scrive numerose poesie che risentono delle difficoltà personali e familiari. Viene ricoverata in ospedale e sottoposta ad appendicectomia. In quei giorni Ted le porta una lettera del New Yorker che le offre un contratto annuale di cento dollari per l’opzione su tutte le sue poesie. Il 18 marzo scrive le poesie In plaster e Tulips. Hughes ricorda che le compose senza le sue solite consultazioni del Thesaurus e a grande velocità, come chi scrivesse una lettera urgente. Da allora in poi, tutte le sue poesie furono scritte a quel modo.

Alla fine di marzo l’editore americano Knopf la informa di essere interessato a pubblicare The Colussus and other poems (con alcuni cambiamenti rispetto all’ edizione inglese). L’accordo viene raggiunto il 1° maggio. In quegli stessi giorni (fine marzo) inizia a scrivere il romanzo che si intitolerà The Bell Jar. Come scrive a un’amica, «Erano anni che volevo farlo, ma avevo questo terribile blocco che mi impediva di Scrivere Un Romanzo. Poi di colpo, mentre cominciavo a trattare con un editore americano la pubblicazione delle mie poesie in America, le dighe si sono rotte e sono rimasta sveglia tutta la notte in preda a una terribile eccitazione, ho visto come doveva essere fatto, ho cominciato il giorno dopo e ora tutte le mattine vado nel mio studio prestato come se fosse un ufficio e ne scrivo a mitraglia un altro po’». Anche Hughes testimonia che il libro viene scritto rapidamente e con grande gusto. Alla madre però dice solo che «sto lavorando come una disperata  nello studio dei Merwin sette mattine alla settimana, perché tornano alla fine di maggio e io ho parecchia roba che voglio finire prima di allora».

Il 3 giugno registra per la BBC un programma per la serie Living Poet: vengono lette nove sue poesie che lei introduce brevemente. Delle sue poesie in generale dice: « Cercano di ricreare, a modo loro, situazioni e paesaggi specifici. Parlano, e lo voglio sottolineare, delle “cose del mondo”. Per cose del mondo intendo naturalmente anche emozioni come la paura e la disperazione e la sterilità, oltre all’amore domestico e al godimento offerto dalla natura. Queste emozioni più cupe possono anche indossare le maschere di entità non terrene, di fantasmi ad esempio, o di troll o di dei antichi». In giugno fanno conoscenza dello scrittore inglese Alan Sillitoe e della moglie Ruth Fainlight, e del poeta portoghese  in esilio Helder Macedo e sua moglie Suzette.

Hanno deciso di realizzare un vecchio sogno e comprare casa in campagna: in luglio partono per il Devon e la Cornovaglia in cerca di casa. La scelta cade su Court Green, una grande e antica casa circondata da un vasto giardino, nel paesino di North Tawton nel Devon, a un’ora di macchina da Exeter. Con i seimila dollari che hanno da parte di mille sterline prestate metà da Aurelia e metà da Mrs. Hughes devono solo chiedere un piccolo prestito alla banca e possono fare i primi lavori di ristrutturazione. Chalcot Square viene data in subaffitto a David e Assia Wevill, una giovane coppia (lui è poeta) che ispira loro un’immediata simpatia.

Alla fine di luglio Sylvia vince con Insomniac il premio di poesia Guinness al Festival di Cheltenham.

Il 22 agosto termina il romanzo The Bell Jar (La campana di vetro).

Il 31 agosto Sylvia e Ted lasciano Londra per il Devon. Court Green è una grande casa in pietra con un tetto di paglia abitato da moltitudini di uccelli. Tutt’intorno si stende oltre un ettaro di terreno erboso con un meleto di settanta piante, alberi di ciliegio e cespugli di more e lamponi. Al di là del giardino, separato da un muro, c’è il camposanto di una chiesa anglicana del dodicesimo secolo di cui la casa era un tempo il rettorato; sul lato opposto una collinetta, probabilmente un fortilizio e tumulo sepolcrale preistorico, dove crescono tre olmi montani, visibili dalla finestra della stanza che Sylvia usa come suo studio.

Come passano le giornate? La mattina Sylvia scrive, mentre Ted bada a Frieda; poi Sylvia prepara da mangiare; nel pomeriggio Sylvia sta con la figlia, mentre lui lavora; di sera leggono o è Ted che legge a voce alta oppure ascoltano musica. Hanno trovato una donna a ore per i lavori pesanti e hanno cominciato a coltivare un orto.

Sylvia manda a Heinemann il dattiloscritto del romanzo, per il quale le viene subito offerto un contratto che firma il 30 ottobre.

All’inizio di novembre la Saxton Foundation le comunica di avere accettato la sua domanda per un sussidio di duemila dollari per completare un romanzo entro l’anno. Sylvia, che il romanzo l’ha già scritto e consegnato all’editore, per poter beneficiare del sussidio generoso ottiene da Heinemann che la pubblicazione del libro venga rimandata al 1963.

1962: il 17 gennaio dà alla luce il secondogenito Nicholas Farrer. Verso la fine di febbraio riprende a scrivere per qualche ora. Pensa a un futuro romanzo. Scrive Three Women, radiodramma on versi in cui tre donne parlano della propria esperienza della maternità. Viene accettato dalla BBC in giugno. In marzo: periodo di depressione, causato anche dall’ isolamento intellettuale: spesso Ted è via a Londra per i suoi impegni con la BBC. In aprile scrive numerose poesie ( come Elm): il temibile “Altro”, già apparso in poesie precedenti, viene ora individuato nel suo passato (Little fugue) e celato in lei stessa (Elm).

In aprile e maggio una serie di visite (Alan Sillitoe e Ruth Fainlight) interrompe piacevolmente la loro vita ritirata. Sylvia conosce Elizabeth e David Compton (lui è scrittore): vivono in un vecchio  mulino senza elettricità e senza acqua corrente: nel febbraio 1961 avevano ascoltato il programma radiofonico Poets in Partnership e sentendo che Sylvia e Ted sognavano una casa in campagna, avevano scritto offrendo loro  ospitalità nel Devon. Sylvia incuriosita aveva tenuto la lettera e ora li invita a Court Green. Sylvia prova subito simpatia per Elizabeth: benché di breve durata, è una delle sue amicizie più intense.

14 maggio: esce in America The Colossus and other poems che vende molto meno di quanto sperato da Sylvia e previsto dall’editore. Il 18 maggio arrivano a Court Green  per un fine settimana David Wevill e Assia Gutman. Assia racconterà in seguito che l’attrazione tra lei e Ted è immediata ( lo stesso dirà Ted Hughes in Dreamers, poesia contenuta in Birthday Letters).Sylvia intuisce qualcosa: scrive The Rabbit Catcher e Event, che spedisce all’Observer.

A metà giugno diventa apicoltrice. Descrive quest’esperienza nel diario. Il 9 luglio Sylvia ha le prove definitive del tradimento del marito. Prende i bambini e si rifugia dai Compton. Sylvia e Ted decidono di separarsi per 6 mesi. Comunque continuano a partecipare insieme a incontri professionali o sociali, dando agli altri l’impressione che non sia una rottura definitiva. Sylvia pensa di passare qualche mese in Irlanda e contatta un giovane poeta irlandese conosciuto mesi addietro, Richard Murphy, che ha un’attività turistica a Cleggan. Parte per Cleggan con Ted l’11 settembre: Sylvia prenota un cottage dall’inizio di dicembre fino alla fine di febbraio. Per il momento Sylvia pensa alla sola separazione, non al divorzio. Nelle lettere di quel periodo  testimoniano delle sue sofferenze mentali e fisiche, e anche dei suoi programmi per il futuro: un lungo soggiorno in Irlanda “per purgarmi di questa esperienza orribile attraverso la bellezza selvaggia che ho visto laggiù”, l’impiego di una nanny a tempo pieno e il trasferimento a Londra dove potrà costruirsi una vita intellettuale e creativa di successo.

Annuncia  a Ted che lui deve andarsene definitivamente da Court Green.

In settembre scrive solo due poesie, ma con il 1° ottobre viene presa da una furia compositiva che dura due mesi (39 poesie, 25 delle quali in ottobre). Le scrive quasi tutte all’alba, come racconta lei stessa, «in  quell’ora azzurra, immobile, silenziosa, quasi eterna, che precede il canto del gallo, il grido del bambino, la musica tintinnante del lattaio che posa le bottiglie».Si sveglia verso le quattro, quando il sonnifero che ormai prende regolarmente cessa il suo effetto, sale nel suo studio al primo piano e, seduta al grande tavolo di olmo costruitole da Ted, con accanto la prima tazza di caffè della giornata, scrive a mano sul retro dei bei fogli di carta rosa dello Smith College di cui aveva fatto incetta nel 1958 e che recano sul davanti il testo dattiloscritto con correzione della Campana di vetro, oppure usa il retro di lavori del marito, e stende un primo abbozzo che poi, sempre a mano, corregge, ricopia, rivede, accumulando fino a dieci o dodici stesure; poi batte a macchina il testo semidefinitivo, corregge ancora a mano il dattiloscritto e infine lo ricopia a macchina su carta intestata apponendo la data. I dattiloscritti finiti recano rarissimamente la traccia di ulteriori revisioni. Verso le sette i bambini si svegliano e ha inizio la sua giornata di madre e di donna di casa. Nascono così le poesie che costituiscono i tre quarti del manoscritto cui darà il titolo forse definitivo di Ariel.

Nelle lettere di questi giorni confessa la propria sorpresa di fronte a questo geyser poetico. Alla madre il 12 ottobre: «Scrivo come una pazza- sono arrivata a una poesia al giorno prima di colazione. Tutte poesie da libro. Roba incredibile, come se la vita della casalinga mi avesse soffocata». A Ruth Fainlight il 18: «Quando facevo una vita domestica “felice” mi sentivo come un tappo in gola. Ora che la mia vita domestica è nel caos finché non trovo una ragazza fissa, faccio una vita spartana, scrivo con addosso la febbre alta e tiro fuori cose che avevo chiuse dentro da anni, mi sento sbalordita e molto fortunata» Insieme alla sorpresa c’è una certezza assoluta e una totale dedizione a quello che sente come un dovere: essere fedele al proprio genio, trovare la parola esatta che incarni l’emozione. «Sono una scrittrice… sono una scrittrice di genio: ce l’ho dentro. Sto scrivendo le poesie migliori della mia vita: mi daranno la fama».

Il 29 e 30 ottobre è a Londra e fa leggere alcune sue poesie ad Al Alvarez. Inoltre registra sue poesie per la BBC  e rilascia una lunga intervista per una serie radiofonica del British Council. Questo soggiorno a Londra le fa sentire tutto il peso del suo isolamento nel Devon:decide di abbandonare il progetto di andare in Irlanda e vuole invece trovare un appartamento a Londra. Lo trova nei paraggi di Primrose Hill al numero 23 di Fitzroy Road  dove ha abitato Yeats, uno dei suoi “padri” poetici.

Il 19 novembre annuncia alla madre di aver terminato il suo secondo libro di poesie che dedicherà ai figli. Ma, contro il suo solito, non si affretta a spedirlo agli editori.

Il 12 dicembre lascia Court Green e va a Londra. Sta lavorando a un secondo romanzo, la BBC le ha commissionato un pezzo e un programma sulle sue più recenti poesie. Non riesce a trovare una ragazza alla pari, ha poca libertà per fare vita sociale e la mancanza del telefono le rende difficili i contatti di lavoro. Il 24 dicembre invita Al Alvarez a cena, ma lui può fermarsi solo per un aperitivo (dirà che l’atmosfera nella casa di Sylvia era sconsolata). Gli legge le sue ultime poesie e quando lui si congeda, piange e vorrebbe farlo restare, ma lui ha un altro impegno. Il giorno di Natale è invitata a pranzo con i bambini dai Macedo.

1963: da quando è tornata a Londra ha amici solleciti in Jillian e Gerry Becker, conosciuti dai Macedo.

Il10 gennaio recensisce in diretta per la BBC l’antologia Contemporary American Poetry (nella quale non è inclusa).A metà mese escono Winter Trees sull’Observer, Stopped Dead e The Applicant su The London Magazine. Forse in questi giorni scrive Ocean 1212-W commissionatole dalla BBC. Il 14 gennaio esce per Heimann il romanzo La campana di vetro, per il quale Sylvia usa lo pseudonimo. Le recensioni sul libro sono poche e non entusiastiche e deludono Sylvia. La prospettiva di un’edizione americana sfuma dopo che  il suo editore Knopf e poi Harper & Row lo rifiutano trovandolo strutturalmente squilibrato e non uniforme nel tono.

Alla fine di gennaio inizia una nuova ondata poetica.

Da qualche mese è in corrispondenza con un giovane prete cattolico di Oxford che le aveva scritto dopo aver letto le sue poesie, inviandole le proprie.

Il 1° febbraio scrive Mystic, Kindness e Words, che se composte effettivamente in quest’ordine, parrebbero indicare una progressiva perdita di fiducia nel potere della poesia. Come scrive alla madre, si sente un po’ giù. Il 5 febbraio scrive le sue due ultime poesie, Balloons e Edge, non si sa in che ordine. Il suo medico intanto sta cercando di organizzare un ricovero in ospedale.  Il venerdì sera, 8 gennaio, Ted viene a trovarla. Forse c’è un tentativo di riconciliazione (come parrebbe confermare lo stesso Hughes nella poesia The Inscription in Birthday Letters).

Nelle prime ore di lunedì 11 febbraio Sylvia pone fine alla sua vita. Viene trovata alla mattina dall’infermiera e da un operaio.

Il suo desiderio sarebbe stato di essere sepolta nel cimitero accanto a Court Green, ma nel Devon lei e Ted sono forestieri. Viene così sepolta a Heptonstall, nel cimitero che aveva descritto in November Graveyard. La lapide sulla tomba reca incisa una frase di un testo buddista: «Anche tra fiamme violente si può piantare il Loto d’oro».

Dott.ssa Paola Marinoni, psicologa a Saronno

20 Mag

Ho un’amica, Paola Marinoni, che svolge la sua attività di psicologa a Saronno; qui di seguito indico il sito internet in cui potete trovare tutte le informazioni necessarie:  http://www.psicologasaronno.it/

Letture

19 Mag

Che cosa ho letto recentemente:

 

Paola Capriolo: Caino

Paola Capriolo: Caino

 

Che cosa sto leggendo:

 

Anna Maria Ortese: L'Iguana

Anna Maria Ortese: L’Iguana

 

 

 

 

Ti presento Giulia: il primo capitolo

16 Mag

 

Pubblico qui di seguito il primo capitolo di Ti presento Giulia così puoi iniziare a entrare nel mondo e nella vita di Martina; dopo puoi dirmi che cosa ne pensi, mi piacerebbe saperlo. Se vuoi, puoi scaricare gratuitamente un estratto del mio ebook da Amazon.

 

Capitolo primo

«Martina, che cosa aspetti? Perché non sei ancora qui? I clienti sono già pronti!» È Eleonora, la proprietaria del resort, che mi telefona in camera.

«Sì, arrivo subito» le rispondo con il tono più educato possibile. Ma l’appuntamento per i partecipanti alla gita non era fissato davanti alla reception per le 8.30? Sono solo le 8.10!

Sono qui a San Domino da un mese, ma mi sembra che sia passato molto più tempo. Chissà perché ho risposto a quell’inserzione che avevo letto sul Corriere della Sera! Mi ricordo ancora le parole esatte dell’annuncio:  “Esclusivo resort a San Domino, sulle isole Tremiti, con clientela internazionale, ricerca assistente turistica. I suoi compiti saranno di organizzare escursioni turistiche e culturali. Si richiede una formazione umanistica e perfetta conoscenza dell’inglese e del francese, gradita quella del tedesco. Offresi stipendio molto interessante. Vitto e alloggio sono inclusi”. Avrebbero dovuto specificare che questo resort è gestito da una donna più severa di un’istitutrice svizzera.

Prendo la mia borsa a tracolla, mi do una veloce occhiata allo specchio: il tailleur blu della divisa è ancora decente, per oggi può andare, stasera però lo devo lavare; do una tiratina alle collant che si raggrinziscono all’altezza della caviglia: Eleonora non vuole che si vada in giro a gambe nude: «Voi qui rappresentate l’eleganza e la raffinatezza di un resort esclusivo e non voglio vedere nessuna delle mie dipendenti sgambettare senza le collant, anche se ci dovessero essere quaranta gradi all’ombra!» così mi aveva apostrofato quel giorno che ero andata ad accogliere i turisti al porto  senza indossare le calze.

Prima di uscire dalla stanza chiudo la finestra e mi soffermo a guardare il mare e penso che fra una settimana in quelle acque blu nuoterò insieme ad Alessio che ha promesso di venire a trovarmi. Esco di corsa salendo a due a due i gradini della scala e mi ritrovo alla reception.

Lucia, la mia collega, è già lì, circondata da tre coppie di turisti milanesi nevrotici che la stanno tempestando di domande: ma quanto dura la gita in barca? Ci sarà tempo per un bagno? A che ora si ritorna? E Lucia con i suoi occhioni blu da Bambi risponde con calma a tutti. Come la invidio!

Improvvisamente una mano si cala nervosa sulla mia spalla; mi giro e vedo il volto grinzoso di Eleonora che mi urla: «Ma che cosa ti è successo? Hai dimenticato la sveglia?» «Sì, infatti, se vuoi te ne regaliamo una il prossimo 28 del mese!» le fa eco Ubaldo, il marito. Entrambi discendenti da nobili famiglie molisane, cinque anni fa hanno aperto l’Eden Resort a Cala Matano, la cala più bella delle Tremiti.

«Me la regalate veramente? Non ci credo, ne scalerete il costo dal mio stipendio, sono pronta a scommetterci!» questa è la risposta che vorrei dare, ma tengo il sarcasmo tutto per me. Vedo nello sguardo di Lucia quell’espressione che tradotta in parole risuonerebbe più o meno: ΄Lasciali perdere’. Poi controllo il mio cellulare  e devo ammettere che è indietro di un quarto d’ora… Devo assolutamente cambiare la batteria.

Insieme alla mia collega controllo che il gruppo sia al completo. Poi saliamo sul pullmino che ci accompagnerà al porticciolo dove ci imbarcheremo per una gita alla scoperta dell’arcipelago delle Tremiti.

Mi siedo accanto a Lucia nei sedili anteriori. La guardo e sorrido alla mia compagna di sventure, come ci definiamo vicendevolmente: anche lei si è laureata in lingue; per colpa di questa stramaledetta crisi economica, si è trovata dall’oggi al domani senza lavoro, e non potendo vivere con una micragnosa cassa integrazione, ha accettato questo posto come assistente turistica all’Eden Resort.

Le nostre mansioni non si limitano a quelle proprie di un’assistente turistica, all’occorrenza diventiamo receptionist, quando Matilde non c’è (Matilde è la nipote ventenne di Eleonora: fa finta di studiare all’università e qui fa finta di lavorare); ci trasformiamo in animatrici quando Silvia è indisposta a causa di una delle sue solite e strategiche emicranie; e a volte aiutiamo Mario, il factotum del resort, quando per aggiustare un lavandino o una doccia in una camera ha bisogno di assistenza.

In ogni caso l’incarico che a me piace di più è accompagnare i turisti nelle escursioni: mi piace raccogliere tutte le informazioni che trovo sui posti che visiteremo ed esporle, magari arricchendole con leggende e storie locali. E  mi piace anche scoprire ogni volta posti nuovi. Come nella gita di oggi: dopo le solite tappe alla necropoli di San Nicola e alle varie calette di San Domino, nel ritorno ci fermiamo presso la Grotta delle Viole a fare il bagno. Fino ad ora non ero mai stata qui: le acque sono di un colore incredibile! E infatti tutto il gruppo è entusiasta.

Comunque per quanto bella, è anche un’escursione molto lunga: alla sera sono ko. Quando sono finalmente in camera, mi butto sul letto. Prima di andare a dormire però voglio controllare le mie e-mail. Mentre sono al computer portatile, mi accorgo che Lucia sta leggendo un saggio di Zygmunt Bauman Consumo, quindi sono.

«Ma come fai a leggere questo libro dopo una giornata pesante come quella di oggi?» le chiedo.

«Questa lettura mi ricarica. E tu non avevi detto che la sera ti saresti messa a studiare per il master? »

Un sorriso colpevole si disegna sulle mie labbra: quest’inverno mi sono iscritta a un master per insegnare italiano agli stranieri, è un master che si può seguire via Internet. Mi sono ripromessa di studiare anche qui, ma finora questa è rimasta solo una pia intenzione. Meglio perciò cambiare argomento: «Alessio non mi ha ancora risposto. Ieri gli ho scritto un’e-mail in cui gli chiedevo di aggiornarmi sul suo arrivo: mancano pochi giorni e non mi ha ancora detto a che ora arriverà, come arriverà!»

«Probabilmente è molto impegnato con la scuola di specializzazione e il tirocinio in ospedale. In più, visto che si assenterà per una settimana per venire qui da te, dovrà portarsi avanti con il lavoro…»

«Sarà come dici tu.» Mi sforzo di pensare in positivo, ma mi sento ugualmente ansiosa e i fantasmi di potenziali rivali mi tormentano: provocanti colleghe che aprono ad uno ad uno i bottoni del loro camice bianco, lasciando intravedere il loro corpo; vogliose pazienti che lo attirano a sé prendendolo per i suoi bei capelli castani… chiudo il computer. Spengo la luce del mio comodino: « Notte, Lucia.»  « Notte, Martina».

 

Ti presento Giulia: i luoghi

15 Mag

Il mio romanzo Ti presento Giulia si svolge alle isole Tremiti.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

La protagonista, Martina,  lavora in un resort a Cala Matano, una delle cale più belle dell’ isola di San Domino:

Cala Matano

Cala Matano

Un’altra località di San Domino dove sono ambientati alcuni momenti importanti del romanzo è la Grotta delle Viole:

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

A volte l’azione si sposta su un’altra delle isole Tremiti, San Nicola:

isola di San Nicola

isola di San Nicola

E altre volte, in occasione delle escursioni che Martina organizza per i clienti dell’Eden Resort, si va sul Gargano, per esempio presso la Baia delle Zagare:

Baia delle Zagare

Baia delle Zagare

 

La lettura di Ti presento Giulia ti trasporterà in luoghi fantastici e magari, se non ci sei già stata, ti spingerà  a volerli vedere dal vivo .

 

Ti presento Giulia: Martina e la sua trasformazione

11 Mag

Come nel mio precedente ebook, Il sentiero delle ombre, anche in Ti presento Giulia ci sono simbologie. La più importante è quella legata alla notte. La notte è determinante per l’evoluzione di Martina: è di notte che la protagonista del romanzo fa gli incontri e le esperienze che le cambieranno la vita. La notte rappresenta l’Altro da sé, ossia quegli aspetti della personalità, dell’anima, che Martina ha ignorato o messo a tacere. Attraverso un vero e proprio viaggio di iniziazione Martina riesce ad appropriarsi di quella parte di sé trascurata e dimenticata e può ricominciare, può rinascere.

Magritte, Il vestito di notte

Magritte, Il vestito di notte

Martina, la protagonista di Ti presento Giulia

11 Mag

Martina, la protagonista di Ti presento Giulia, vive i problemi che affliggono oggi molte  donne, la precarietà nel lavoro e negli affetti. Le cose insomma non vanno proprio come lei vorrebbe. Rischia di soccombere sotto questo peso. Eppure non si fa abbattere e reagisce. Certo, non è facile. Per riuscire deve compiere una sorta di viaggio di iniziazione grazie al quale arriva a una rinascita: passa attraverso esperienze, a volte difficili e negative,  che le fanno scoprire risorse che lei non credeva di avere. Martina si scopre più forte di quello che gli altri pensavano e soprattutto di quanto lei stessa credeva. Molte donne si potranno immedesimare in lei e nelle sue vicende, e spero che magari ne potranno trarre uno spunto per non mollare e per continuare a combattere.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: