Manfred di Lord Byron diretto, interpretato e tradotto da Carmelo Bene

13 Gen

Manfred è un dramma in versi scritto da Lord Byron nell’autunno 1816.

Il 1816 fu per Byron un anno fondamentale sotto vari aspetti, soprattutto dal punto di vista personale: la moglie Anna Isabella Milbanke lo aveva lasciato a causa della relazione del poeta con la sorellastra Augusta Leigh (nata dal primo matrimonio del padre). Byron, travolto dallo scandalo di questo legame incestuoso, decise di lasciare l’Inghilterra per non farvi più ritorno. Tra le prime mete del suo volontario esilio ci fu la Svizzera e proprio lì, ispirato dal paesaggio delle alpi bernesi e in particolare dalle cascate dello Staubach, iniziò la stesura del Manfred.

Ambientato tra i castelli e i dirupi delle Alpi svizzere, questo dramma ha come protagonista un eroe faustiano, esperto di scienza e di magia. Tormentato dal rimorso per l’amore incestuoso con la sorella Astarte, Manfred evoca gli spiriti dell’universo. Questi però non possono dargli l’unica cosa da lui invocata, l’oblio. Sta per gettarsi dalla cima della Jungfrau quando un cacciatore di camosci lo ferma. Visita poi la divinità Arimane da cui ottiene di vedere il fantasma della donna che ha amato. Astarte gli appare e gli annuncia che morirà l’indomani. Inutilmente esortato da un abate a riconciliarsi con il cielo, Manfred veglia in una torre solitaria. Intanto vengono i demoni a cercare la loro preda, ma Manfred li sfida: egli non appartiene a loro, il suo delitto è già stato punito con le torture della sua anima. I demoni spariscono e Manfred spira senza pregare.

Carmelo Bene portò in scena il Manfred nel 1978 proponendone una versione da lui curata e tradotta, e decidendo di accompagnarla con le musiche composte da Robert Schumann. La prima fu a Milano al Teatro alla Scala il 6 maggio 1978.

Propongo uno dei momenti più intensi (atto II, scena iii, vv.135-149), in cui viene evocato lo spirito di Astarte, l’unica donna amata da Manfred, morta per lui in circostanze che nell’opera non vengono mai chiarite. La traduzione è di Carmelo Bene.

Speak to me!For I have call’d on thee in the still night,Startled the slumbering birds from the hush’d   boughs,And woke the mountain wolves, and made the cavesAcquainted with thy vainly echoed name,Which answer’d me – many things answer’d me-Spirits and men – but thou wert silent all.Yet speak to me! I have outwatch’d the stars.

And gazed o’er heaven in vain search of thee.

Speak to me! I have wander’d o’er the earth.

And never found thy likeness – Speak to me!

Look on the fiends around – they feel for me:

I fear them not, and feel for thee alone –

Speak to me! Thug it be in wrath; – but say –

I reck not what – but let me hear thee once –

This once – once more!

 

Parlami! Ti ho invocato nelle notti serene, ho spaventato gli uccelli addormentati tra i  silenziosi rami per chiamare te… Ho risvegliato i lupi montani, ho appreso alle caverne a riecheggiare invano il  nome tuo adorato; tutto rispose tranne la tua voce.Parlami!Ho errato sulla terra e non ho mai trovato a te l’uguale.Parlami!T’ho  cercata tra le stelle a venire, ho contemplato il cielo inutilmente senza trovarti mai.Parlami!

Guarda!

I   demoni a me attorno hanno pietà di me che non li temo. E ho pietà per te soltanto.

Parlami!  Sdegnata se vuoi, ma parlami, dimmi non so che cosa ma che io ti senta una  volta ancora …

 

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