Archivio | gennaio, 2013

Tim Burton e la libertà di esprimersi, senza farsi bloccare dal giudizio degli altri

22 Gen

Tim Burton è una delle mie passioni. Qualche mese fa ho letto Burton racconta Burton, (Kowalski, 2010). Si tratta di una raccolta di interviste in cui il regista-scrittore-disegnatore parla di sé, della sua vita, delle sue opere.

Mi sono segnata una frase che mi ha colpita in modo particolare. Eccola:

Quando disegno mi sento rilassato. Questa è una cosa che non ho mai dimenticato. Mi piace molto disegnare e, da piccolo, questo è tutto ciò che ti chiedono di fare alla scuola materna. Splendido. All’asilo tutti i bambini disegnano liberamente, non ce n’è uno più bravo degli altri. Poi, quando cresci, le cose cambiano. La società comincia a schiacciarti. Quando ero alla scuola d’arte e dovevo fare disegni dal vero, era una vera fatica. Invece di aiutarti a esprimerti come facevano quando eri bambino, cominciano a esporti le regole della società. E ti dicono: «No, no, non disegnare così. Devi disegnare così». Mi ricordo un giorno che ero quasi disperato, perché la verità è che a me piace disegnare anche se magari non sono molto bravo. Poi all’improvviso mi è scattato qualcosa nella testa e ho pensato: «Vaffanculo, chi se ne frega se so disegnare o no. A me piace farlo». E in quel preciso istante ho scoperto una libertà che non possedevo prima. Da quel giorno non m’è importato più se il corpo umano che stavo disegnando assomigliasse o no a un corpo umano. Non mi sono più preoccupato che potesse piacere o meno agli altri. Ero come drogato da questo nuovo senso di libertà. Ancora oggi mi trovo a combattere con gente che mi dice: «Non puoi fare così. Non ha senso». Ogni giorno è una lotta. (…)

Quello che Tim Burton ha fatto con il disegno, vorrei farlo con la scrittura. Mi piacerebbe trovare un mio stile, senza farmi influenzare dal giudizio degli altri. Ho letto tanto e ora voglio trovare la mia cifra stilistica. Non voglio scrivere alla maniera di, ma voglio scrivere con il mio stile, unico e originale. Forse è anche a causa di questa mia ricerca che di recente non sto leggendo molta narrativa: è come se inconsciamente volessi difendermi dagli “attacchi” degli altri autori, come se volessi tenermi al riparo da possibile influenze.

Il falò di Sant’Antonio

17 Gen
Il falò di sant'Antonio

Il falò di sant’Antonio

Oggi è sant’Antonio Abate. Qui in campagna è ancora diffusa la tradizione di accendere falò. Questa sera, ritornando a casa, sono passata per un paese dove stavano allestendone uno. Non ho saputo resistere: sono scesa dalla macchina e ho assistito alla fase dell’accensione. La legna ci ha messo del tempo a prendere fuoco, forse era umida, ma alla fine gli alpini sono riusciti nel loro intento. Sono rimasta  a osservare le fiamme avvolgere tutto il legname accatastato, ma poi il freddo, nonostante il bicchierino di vin brulé, mi ha spinta a ritornare in macchina e ad avviarmi verso casa.

Manfred di Lord Byron diretto, interpretato e tradotto da Carmelo Bene

13 Gen

Manfred è un dramma in versi scritto da Lord Byron nell’autunno 1816.

Il 1816 fu per Byron un anno fondamentale sotto vari aspetti, soprattutto dal punto di vista personale: la moglie Anna Isabella Milbanke lo aveva lasciato a causa della relazione del poeta con la sorellastra Augusta Leigh (nata dal primo matrimonio del padre). Byron, travolto dallo scandalo di questo legame incestuoso, decise di lasciare l’Inghilterra per non farvi più ritorno. Tra le prime mete del suo volontario esilio ci fu la Svizzera e proprio lì, ispirato dal paesaggio delle alpi bernesi e in particolare dalle cascate dello Staubach, iniziò la stesura del Manfred.

Ambientato tra i castelli e i dirupi delle Alpi svizzere, questo dramma ha come protagonista un eroe faustiano, esperto di scienza e di magia. Tormentato dal rimorso per l’amore incestuoso con la sorella Astarte, Manfred evoca gli spiriti dell’universo. Questi però non possono dargli l’unica cosa da lui invocata, l’oblio. Sta per gettarsi dalla cima della Jungfrau quando un cacciatore di camosci lo ferma. Visita poi la divinità Arimane da cui ottiene di vedere il fantasma della donna che ha amato. Astarte gli appare e gli annuncia che morirà l’indomani. Inutilmente esortato da un abate a riconciliarsi con il cielo, Manfred veglia in una torre solitaria. Intanto vengono i demoni a cercare la loro preda, ma Manfred li sfida: egli non appartiene a loro, il suo delitto è già stato punito con le torture della sua anima. I demoni spariscono e Manfred spira senza pregare.

Carmelo Bene portò in scena il Manfred nel 1978 proponendone una versione da lui curata e tradotta, e decidendo di accompagnarla con le musiche composte da Robert Schumann. La prima fu a Milano al Teatro alla Scala il 6 maggio 1978.

Propongo uno dei momenti più intensi (atto II, scena iii, vv.135-149), in cui viene evocato lo spirito di Astarte, l’unica donna amata da Manfred, morta per lui in circostanze che nell’opera non vengono mai chiarite. La traduzione è di Carmelo Bene.

Speak to me!For I have call’d on thee in the still night,Startled the slumbering birds from the hush’d   boughs,And woke the mountain wolves, and made the cavesAcquainted with thy vainly echoed name,Which answer’d me – many things answer’d me-Spirits and men – but thou wert silent all.Yet speak to me! I have outwatch’d the stars.

And gazed o’er heaven in vain search of thee.

Speak to me! I have wander’d o’er the earth.

And never found thy likeness – Speak to me!

Look on the fiends around – they feel for me:

I fear them not, and feel for thee alone –

Speak to me! Thug it be in wrath; – but say –

I reck not what – but let me hear thee once –

This once – once more!

 

Parlami! Ti ho invocato nelle notti serene, ho spaventato gli uccelli addormentati tra i  silenziosi rami per chiamare te… Ho risvegliato i lupi montani, ho appreso alle caverne a riecheggiare invano il  nome tuo adorato; tutto rispose tranne la tua voce.Parlami!Ho errato sulla terra e non ho mai trovato a te l’uguale.Parlami!T’ho  cercata tra le stelle a venire, ho contemplato il cielo inutilmente senza trovarti mai.Parlami!

Guarda!

I   demoni a me attorno hanno pietà di me che non li temo. E ho pietà per te soltanto.

Parlami!  Sdegnata se vuoi, ma parlami, dimmi non so che cosa ma che io ti senta una  volta ancora …

 

La migliore offerta, film gotico

7 Gen

Niente è come sembra: questo principio sta alla base di molti noir ed è lo stesso principio su cui è fondato il film La migliore offerta di Giuseppe Tornatore. E numerosi altri sono  gli elementi che rendono questo film affine al genere noir, e in particolare a quello di ambientazione gotica: la presenza di una villa abbandonata, il temporale, la figura della fanciulla perseguitata, il senso di inquietudine che pervade l’atmosfera. E infatti, forse proprio a causa di queste caratteristiche, il film mi è piaciuto molto.

Innanzitutto ho trovato affascinante l’ambientazione: La migliore offerta, come il titolo suggerisce, si svolge nell’ambiente raffinato delle aste d’arte, che il regista ha saputo evocare con gusto e abilità. Se c’è una caratteristica che mi fa amare un film o un libro, è la capacità dell’artista di farmi entrare in un mondo diverso dal mio, lontano dalla mia realtà. E Tornatore ci riesce benissimo.

Un altro aspetto  che mi ha entusiasmata è la trama: è ben costruita, mi ha tenuta con il fiato sospeso. La fine è spiazzante e lascia a bocca aperta, tutto quello che si crede scontato non lo è. Mi piacerebbe saper creare un intreccio così!

L’unico elemento che non mi ha convinta molto è la protagonista, Claire, che secondo me ricorda il personaggio di Madeleine-Kim Novak de La donna che visse due volte, senza però riuscire ad averne lo stesso fascino e  mistero. Trovo Claire artificiosa, sia per la sua vicenda personale sia per il modo di esprimersi che mi sembra innaturale. A meno che questa artificiosità sia funzionale alla trama, all’evoluzione dei fatti… se avessi modo di parlare con Tornatore, glielo chiederei. Al contrario, interessante e ben delineato è il protagonista, impersonato da Geoffrey Rush.

Insomma, a La miglior offerta do quattro stelle (il massimo è cinque stelle)! Se le merita tutte. Lo straconsiglio, anche perché si differenzia dal desolante panorama di film italiani (soliti idioti e company) proiettati nelle sale cinematografiche in questo periodo.

Metodi di scrittura: Stieg Larsson

5 Gen

Stieg non ha mai detto: «Scriverò un giallo!» e si potrebbe persino affermare che non l’ha mai nemmeno fatto, visto che non aveva un progetto organico nè per il primo nè per il secondo nè per il terzo volume, e tantomeno per i sette che dovevano seguire.

Scriveva sequenze che molto spesso non avevano nulla in comune l’una con l’altra, e in seguito le cuciva secondo l’estro e la trama.

Nel 2002, durante una settimana di vacanza che abbiamo trascorso su un’isola, mi pareva che si annoiasse un po’. Io ero impegnata con il mio libro sull’architetto Per Olof Hallman e lui non sapeva cosa fare.

«Non hai niente da scrivere?» gli ho chiesto.

«No, ma stavo pensando a quel testo che ho scritto nel 1997, quello del vecchio che ogni Natale riceve un fiore. Te lo ricordi?»

«Certamente!»

«Vorrei sapere cosa gli è successo.»

Stieg si è messo immediatamente all’opera e abbiamo trascorso l’intera settimana a lavorare all’aria aperta davanti ai rispettivi computer, il mare a due passi e l’erba sotto i piedi. Eravamo felici.

(…)

In due anni ha scritto duemila pagine. Durante il primo anno scriveva di sera e nei fine settimana. Andava a dormire tardi, ma non più tardi del solito (…) Lui lavorava, usciva sul balcone per fumare una sigaretta e poi si rimetteva all’opera, ritrovando subito la concentrazione. Durante l’ultimo anno scriveva anche di giorno e nella sede di Expo, anziché svolgere i suoi compiti. Lavorava talmente tanto che dormiva solo cinque o sei ore a notte. (…). Penso che Millennium fose diventato un rifugio per lui. (…). Scriveva e scriveva, era una sorta di terapia.

(Brano tratto da: Eva Gabrielsson e Marie-Françoise Colombain, Stieg e io – la storia d’amore da cui è nata la Millenium trilogy, Marsili0, 2012)

Metodi di scrittura: le sorelle Brontë

4 Gen

Le sorelle Brontë

Quando mi piace un autore, mi interessa conoscerne il metodo di scrittura.  Per esempio ecco che cosa dice Elizabeth Gaskell a proposito delle sorelle Brontë: «Le sorelle erano rimaste fedeli all’abitudine che risaliva ai tempi della zia: riponevano il lavoro di cucito alle nove di sera e incominciavano a studiare passeggiando su e giù per il soggiorno. Era quello il momento in cui parlavano delle storie che stavano scrivendo e si raccontavano gli intrecci. Una volta alla settimana ciascuna di loro leggeva alle altre quanto aveva scritto e ne ascoltava i commenti. Charlotte mi disse che le osservazioni negative la inducevano raramente ad alterare il suo racconto tanto era convinta di avere accuratamente descritto la realtà; ma quella lettura era di stimolo e interesse per tutte, le sottraeva alla pressione delle cure quotidiane trasportandole in un libero spazio».

E in particolare Charlotte Brontë procedeva così: «Mi disse che non era in grado di scrivere ogni giorno allo stesso modo: a volte passavano settimane, perfino mesi, prima che sentisse di avere qualcosa da aggiungere a quanto già scritto. Poi una bella mattina si destava avendo in mente chiaro e luminoso, in una ben distinta visione, il seguito del racconto. Quando ciò avveniva, sua prima preoccupazione era il disbrigo di tutte le faccende domestiche e dei suoi doveri filiali, per avere poi il tempo di mettersi a scrivere le vicende e i pensieri (…) ».

(Brani tratti da La vita di Charlotte Brontë, Elizabeth Gaskell, La Tartaruga edizioni, traduzione di Buffa di Castelferro S., 2006)

Libri e buoni propositi

3 Gen

Oggi sono andata a Milano. È stata l’occasione per curiosare tra gli scaffali di varie librerie: tanti i nuovi romanzi, di autori a volte a me noti, a volte no. Pensavo a quanto poco ho letto e a quanto vorrei leggere, e infatti uno dei buoni propositi del nuovo anno è quello di leggere di più, anche se questo è un periodo in cui spesso mi capita di prendere in mano un libro e dopo averne lette poche righe di richiuderlo senza troppi sensi di colpa. Un’eccezione è stata la lettura del romanzo Lila, Lila di Martin Suter, consigliatomi da un amico. L’ho letto in pochi giorni durante le vacanze natalizie. Si tratta di un giallo “leggero” ambientato nel mondo dell’editoria. Un giovane cameriere per far colpo sulla ragazza di cui si è innamorato si spaccia per l’autore di un manoscritto da lui trovato fortuitamente. Da questa bugia si sviluppa una trama avvincente che mi ha tenuta incollata al libro. Ho notato una certa affinità con le mie tecniche di scrittura: anche a me piacciono le strutture ad anello in cui l’inizio e la fine del romanzo sono uguali; anche a me piace creare parallelismi tra i personaggi e anche a me piacciono i capitoli brevi. Di Martin Suter vorrei assimilare soprattutto la bravura nel creare i dialoghi e nel mantenere sempre una certa leggerezza anche nei momenti in cui la trama è drammatica. Però se voglio raggiungere questo risultato devo scrivere e non stare come un’ebete incollata a Internet per vedere se qualcuno ha acquistato una copia del mio ebook, o per leggere i blog degli altri amazon-scrittori che magari hanno avuto successo (no, non ne dico i nomi perché non voglio fare loro pubblicità gratuita, tanto sono stati bravi a farsela da soli!), rosicando per l’invidia e cercando di carpire i loro segreti. A volte, a causa di tutta questa perdita di tempo, mi viene la tentazione di togliere da Amazon il mio ebook; non lo faccio perché penso che non risolverei il problema e soprattutto perché toglierlo dalla rete vorrebbe dire “perdere un grande valore, in termini di indicizzazione sui motori di ricerca e di link al tuo libro sparsi nel web, che si crea nel corso del tempo” (come ho trovato scritto su in sito specializzato in questi argomenti). E quindi quello che devo fare è autodisciplinarmi e non distruggere quello che ho fatto, con tutta l’energia e il tempo che ho dedicato all’autopubblicazione de Il sentiero delle ombre! E visto che non bisogna aspettare a mettere in pratica i buoni propositi, ora posto questo articolo e poi mi sconnetto da Internet.

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