Archivio | ottobre, 2012

In cui si parla di dark lady, femme fatale e belle dame sans merci

27 Ott

Nei romanzi noir si parla spesso di dark lady, di femme fatale. In questo post vorrei parlare di una loro antenata: la Belle Dame sans Merci ritratta dal poeta inglese John Keats nell’omonima poesia. Ecco qui di seguito il testo in lingua originale, seguito dalla traduzione in italiano di  Franco Buffoni.

I

O what can ail thee, knight-at-arms,

Alone and palely loitering?

The sedge has withered from the lake,

And no bird sing.

II

O what can ail thee, knight-at-arms,

So haggard and so woe-begone?

The squirrel’s granary is full,

And the harvest’s done.

III

I see a lily on thy brow,

With anguish moist and fever-dew,

And on thy cheeks a fading rose

Fast withereth too.

IV

I met a lady in the meads,

Full beautiful – a faery’s child,

Her hair was long, her foot was light,

And her eyes were wild.

V

I made a garland for her head,

And bracelets too, and fragrant zone;

She looked at me as she did  love,

And made sweet moan.

VI

I set her on my pacing steed,

And nothing else saw all day long,

For sidelong would she bend, and sing

A faery’s song.

VII

She found me roots of relish sweet,

And honey wild, and manna-dew,

And sure in language strange she said –

“I love thee true.”

VIII

She took me to her elfin grot,

And there she wept and sighed full sore,

And there I shut her wild eyes

With kisses four.

IX

And there she lullèd me asleep

And there I dreamed – Ah! woe betide!-

The latest dream I ever dreamt

On the cold hill side.

X

I saw pale kings and princes too,

Pale warriors, death-pale were they all;

They cried- “La Belle Dame sans Merci

Thee hath in thrall!”

XI

I saw their starved lips in the gloam,

With horrid warning gapèd wide,

And I awoke and found me here,

On the cold hill’s side.

XII

And this is why I sojourn here

Alone and palely loitering,

Though the sedge is withered from the lake,

And no bird sing.

Traduzione in italiano

I

“Che cosa t’affligge, cavaliere d’armi

Che solo vaghi e pallido?

La carice dal lago è sfiorita

E nessun uccello canta.

II

Che cosa t’affligge, cavaliere d’armi

Così addolorato e sofferente?

Pieno è il granaio dello scoiattolo

E la messe è stata raccolta.

III

Vedo un giglio sulla tua fronte

Madida d’angoscia e di sudore,

E sulla tua guancia una rosa

Sfiorita anch’essa troppo in fretta.”

IV

“Ho incontrato una dama nei prati

Bellissima, figlia di fata;

Lunghi aveva i capelli, il passo leggero

E selvaggio lo sguardo.

V

Feci un serto per la sua fronte

e braccialetti e profumato un cinto:

Mi guardò come se amasse

E dolce emise un gemito.

VI

Sul mio destriero al passo la posi

E altro non vidi quel giorno

Perché si sporgeva e cantava

Una canzone fatata.

VII

Per me trovò radici dolci e miele,

La manna come rugiada scese,

E certamente mi disse ti amo

In un linguaggio strano.

VIII

Mi portò alla sua grotta fatata

E là pianse e triste sospirò,

Ed io le chiusi gli occhi selvaggi

Con quattro baci.

IX

Lei poi mi addormentò cullandomi

Ed io – sciagurato – sognai

L’ultimo sogno sul fianco

Della collina fredda.

X

Vidi re pallidi e principi

e guerrieri bianchi di morte;

Gridavano tutti ‘La Bella Dama senza Pietà

Ti ha in suo potere.’

XI

Vidi le loro labbra scarne nella sera

Aperte orribilmente per il grido,

E qui sveglio mi ritrovai sul fianco

Della collina fredda.

XII

Ecco perché adesso sto qui

A vagare pallido e solo,

Anche se la carice dal lago è sfiorita

E nessun uccello canta.”

John Keats scrisse La Belle Dame sans Merci nella primavera del 1819. Era stato da poco colpito da un grave lutto famigliare: nell’inverno 1818  il fratello Tom, a soli 19 anni, era morto di tubercolosi, malattia che aveva già colpito la madre e che avrebbe colpito lo stesso Keats tre anni dopo. Fortunatamente il poeta ebbe sempre vicino l’amico Charles Brown; fu proprio grazie a  quest’ultimo che in quel periodo Keats conobbe Fanny Brawne, colei che sarebbe diventata la sua musa ispiratrice. Forse anche per questo innamoramento, la primavera del 1819 fu un periodo estremamente prolifico per il poeta: oltre a La Belle Dame Sans Merci, scrisse alcune delle sue odi più famose, come Ode to a Nightingale e Ode on a Grecian Urn.

Per la poesia La Belle Dame sans Merci, John Keats prese il titolo, che con il tempo è diventato un proverbio che indica la donna seduttrice incapace di sentimenti per l’uomo che la ama,  da un poemetto del quindicesimo secolo del francese Alain Chartier  basato su un dialogo tra  un amante respinto e la dama sdegnosa.

Si tratta di una poesia complessa, in cui tuttavia si possono ritrovare alcune delle tematiche centrali di John Keats. Una di queste è la visione fugace della bellezza che rimane eternamente fonte di ispirazione e tormento per il poeta. Un altro tema centrale è il connubio amore-morte. E infine come terzo tema si può evidenziare quello della sofferenza che per il poeta inglese, destinato a una morte prematura, era l’unico universo possibile all’uomo ma era anche ciò che permetteva allo spirito umano di elevarsi e prepararsi all’immortalità.

Alcuni studiosi recentemente hanno spiegato l’oscurità di questa poesia con un segreto gelosamente custodito dal poeta: la sua dipendenza dalla belladonna, la droga che egli assumeva per alimentare di sogni e allucinazioni la sua produzione poetica.

Un aiuto all’interpretazione  potrebbe venire dalla presenza di elementi legati alla mitologia delle fate.

Infatti La Belle Dame sans Merci è definita figlia di fata (v. 14).

Canta una canzone fatata (v. 24). Come dicono le leggende della tradizione celtica, le melodie che le fate cantano possono risultare fatali per gli uomini: un’aria elfica può cullare l’ascoltatore in un sonno infausto; nel migliore dei casi può trascinarlo in un triste oblio in cui sentirà per sempre la vaga musica struggente, costante presenza dell’irraggiungibile.

La Belle Dame sans merci offre al cavaliere cibo: radici dolci e miele (v. 26). Non si deve mangiare il cibo offerto dalle fate perché farlo vuol dire essere ridotti in eterna schiavitù da loro e vagare senza fine. Sebbene in apparenza sia allettante, quel cibo porta all’imprigionamento eterno nella terra delle fate. E a questo proposito si possono ravvisare interessanti parallelismi tra il Regno delle Fate e l’Ade della mitologia classica: nel Regno delle Fate l’essere umano che vi si avventura deve rifiutare qualsiasi offerta di cibo e bevande perché potrebbe provocare una schiavitù perpetua, così come negli Inferi della mitologia classica latina e greca il seme di melograna di Proserpina rende incapaci di fuggire.

Al verso 29 si dice che la Belle Dame sans Merci conduce il cavaliere nella sua grotta fatata (v. 29).

Il paesaggio della poesia è il lago, scelta non casuale:  nella mitologia delle fate l’acqua è stata sempre importante poiché unisce in sé le caratteristiche della bellezza e dell’inganno.

Ai versi 37 e 38 il cavaliere ha un incubo e vede  re pallidi e principi e guerrieri bianchi di morte: essi, che probabilmente sono stati anche loro vittime dell’incantesimo della fata, lo mettono in guardia e gli dicono che   La Belle Dame sans Merci lo ha in suo potere (v. 40).  E infatti al risveglio il cavaliere si ritrova solo  e condannato a vagare sulla collina fredda, luogo interpretabile come un simbolo della morte.

In conclusione varie sono le chiavi di lettura della poesia La Belle Dame sans Merci. Per chi volesse approfondire lo studio su questo componimento, ecco alcuni riferimenti bibliografici e cinematografici:

Poeti romantici inglesi a cura di Franco Buffoni, Bompiani, Milano, 1990

Keats: vita, poetica, opere scelte a cura di Emiliano Negrini, Il Sole 24 Ore, Milano, 2008

The Oxford Anthology of English Literature, vol. 2, Oxford University Press, Oxford.

Fate, Froud Brian e Lee Alan, Rizzoli, Milano, 1979

Giampaolo Sasso, Il segreto di Keats, Il fantasma della “Belle Dame sans Merci”, Pendragon, Bologna,2006

Bright star è il film del 2009 diretto dalla regista neozelandese Jane Campion che racconta gli ultimi anni della vita di John Keats.

Inoltre la poesia La belle dame sans merci divenne fonte di ispirazione per i pittori preraffaelliti che su questa lirica realizzarono celebri dipinti (Sir Frank Dicksee, Frank Cadogan Cowper, John William Waterhouse, Arthur Hughes, Walter Crane, Henry Maynell Rheam).

La Belle Dame sans Merci

La Belle Dame sans Merci (Photo credit: Wikipedia)

La belle dame sans merci

La belle dame sans merci (Photo credit: Wikipedia)

English: Frank Dicksee's art
English: Frank Dicksee’s art (Photo credit: Wikipedia)

I personaggi femminili nel romanzo LA DONNA FANTASMA di Cornell Woolrich

24 Ott

Ho letto in questi giorni La donna fantasma, nella traduzione di Stefano Benvenuti, Oscar Mondadori. Anche in quest’opera di Cornell Woolrich, come in L’angelo nero ( qui https://noirinrosa.wordpress.com/2012/10/18/langelo-nero-di-cornell-woolrich-2/ c’è la mia recensione) le donne giocano un ruolo di primo piano.

A me sembra che l’universo femminile di questo romanzo possa essere diviso in due grandi gruppi: il primo è quello di cui fanno parte le donne che si sono adattate alla giungla di New York e che per sopravviverci sono diventate senza scrupoli, calcolatrici. Ne sono un esempio Madame Kettisha, la modista, che “doveva essere stata l’ospite fissa di qualche casa di malaffare. Doveva essere bravissima a fare quattrini.”, e Pierrette Douglas, dallo sguardo “morbosamente all’erta, come quello di chi è costretto a vivere di espedienti”.  L’unico loro pensiero sembra essere il denaro.

Il secondo gruppo è costituito dalle donne che non sanno adattarsi alle leggi della metropoli. Chi non è furba, viene allontanata da New York ed emarginata  nella periferia, dove vi è uno squallore forse maggiore.  Questa è la sorte della sartina Margaret Peyton, licenziata per essere stata sorpresa a copiare il modello di un cappello. Ecco come parla di lei la sua ex-datrice di lavoro, Madame Kettisha: “il tipo sempre disposto a fare una stupidaggine per denaro perché non hanno nessun modo per guadagnarsi i quattrini con un po’ di facilità (…)”. Un altro triste destino per le deboli è quello di cadere vittime dell’alcolismo o della pazzia, come è successo alla misteriosa donna conosciuta da Scott, la cosiddetta  donna  fantasma.

Anche in La donna fantasma vi è  la contrapposizione moglie-amante, ma con un ribaltamento di ruoli: nel romanzo L’Angelo nero era la moglie ad avere un ruolo positivo, mentre l’amante, Mia Mercer, era un personaggio malvagio, qui è l’inverso, poiché la crudele Marcella Henderson si fa beffe del marito e di Jack Lombard, e la risata con cui esprime il suo prendersi gioco di entrambi risuona diabolica all’inizio e alla fine del romanzo, perseguitando i due uomini, e spingendone uno al delitto.

L’unico personaggio femminile a distinguersi in questo quadro desolante è l’amante del protagonista, Carol Richman. Lei è giovane, “nel fiore di quell’età in cui le ragazze credono nell’amore e negli uomini”. Forse è solo il fatto di essere giovane e di non aver ancora conosciuto il male a renderla diversa dalle altre.  Per alcuni aspetti è molto simile ad Alberta Murray de L’angelo nero: come quest’ultima, Carol Richman per salvare l’amato deve fare il suo ingresso nel “mondo dei grandi”, sporcarsi, perdere l’innocenza. Riesce nel suo intento e permette di arrivare a un happy ending, un finale lieto che tuttavia lascia un po’ di amaro in bocca. Il lettore chiude il libro  con molti interrogativi e dubbi.

L’ANGELO NERO di Cornell Woolrich

18 Ott

In questi giorni ho riletto il romanzo L’angelo nero (1943) di Cornell Woolrich nella traduzione di Alessandro Rocchetti Bellinzoni per Fanucci Editore.

La trama, in breve, è questa: Mia Mercer è un’attricetta trovata morta nel suo lussuoso appartamento di New York. Del suo omicidio viene incolpato Kirk Murray, che ne è stato l’amante. L’uomo si proclama innocente e la moglie, la giovane Alberta, nonostante il tradimento subito, non esita a intraprendere la ricerca del vero colpevole addentrandosi nei bassifondi di New York. Questo viaggio è per la donna una discesa negli inferi nei quali si cala come un moderno Orfeo in versione femminile; ne ritorna vincitrice, ma dopo quel viaggio nulla per lei sarà più come prima.

Mi sono chiesta che cosa renda questo romanzo così affascinante tanto da spingermi a intervalli più o meno regolari a riprenderlo in mano e a rileggerlo, ed ecco le mie risposte.

Un motivo sta sicuramente nella scrittura di Cornell Woolrich. Una scrittura rapida, sincopata, scandita da frasi brevi breve, a volte quasi epigrammatiche. Con poche parole lo scrittore americano riesce a delineare un carattere, a descrivere una situazione. L’incipit è memorabile: «Lui mi chiamava sempre ‘Viso d’Angelo’. Era così che mi chiamava quando eravamo soli. Ed era una cosa speciale, tra lui e me. Avvicinava il viso al mio e me lo diceva sottovoce. Mi chiedeva, meravigliato, dove l’avevo trovato, questo viso d’angelo».

Un altro motivo consiste nell’ambientazione. Woolrich è un maestro nel ritrarre l’altra faccia di New York. La Grande Mela non è solo il centro del mondo, dove ricchezza, potere, lusso si manifestano più sfacciatamente che altrove, ma è anche il luogo dove chi cade, lo fa più rovinosamente e senza possibilità di ritorno.  Ne è un esempio il capitolo 6 intitolato  Crescent 6-4824 ………. Marty (così è scritto il titolo, proprio con la sottolineatura) che io ritengo un capolavoro: Alberta rintraccia uno dei possibili colpevoli, che poi risulterà essere innocente. Si tratta di Marty Blair, l’ex-marito di Mia Mercer: è stato da lei lasciato e da allora non si è più ripreso. Ora Cuore Infranto, questo è il nome con cui è conosciuto, abita in un hotel di infima categoria, nella zona di New York chiamata Bowery dove vanno “tutti quelli che ormai sono tagliati fuori da tutto”. Trascorre le sue giornate ubriacandosi in bar popolati da chi, come lui, è diventato «una candela con lo stoppino consumato. Una lampadina col filamento bruciato. Qualcosa di ancora intatto, ma incapace di dare luce». Woolrich è bravo nell’evocare quel “cimitero dei vivi” e nel raccontare lo squallore dell’esistenza condotta da Marty Blair, forse perché lui stesso ha fatto parte di  quel mondo di emarginati: visse a lungo in squallidi hotel di New York ed era anche lui un alcolizzato.

Il terzo motivo che mi tiene incollata alle pagine del romanzo l’Angelo Nero è la protagonista: Alberta è un esempio di donna forte che non ha paura delle difficoltà e anche se sola e inesperta affronta situazioni pericolose. Questo personaggio si imprime nella memoria del lettore anche grazie al suo rapporto con Mia Mercer, che può essere considerata il suo doppio, la sua immagine speculare. L’una è l’opposto dell’altra: l’una è viva, l’altra è ormai morta; l’una è bionda, l’altra mora; Alberta ha condotto, fino al momento in cui inizia il romanzo, la vita tranquilla della brava moglie, dedita alla famiglia; Mia invece faceva una vita irregolare, aveva il ruolo dell’amante, apparteneva al mondo della notte.

Scoprire chi ha ucciso Mia fa entrare Alberta in una realtà illegale, losca, che è l’esatto contrario di quella in cui lei ha sempre vissuto, eppure la giovane donna, in una sorta di viaggio di iniziazione, non esita ad attraversarla, riuscendo a muoversi con scaltrezza e intelligenza, ottenendo infine quello che vuole.  Ma ogni cosa, si sa, ha il suo prezzo, come dice la stessa Alberta nell’ultima pagina: «Mi è costato molto, ma ho accettato di pagarne il prezzo e non me ne lamenterò». Il prezzo che Alberta ha pagato è la conoscenza del male, conoscenza necessaria per avere la meglio su di esso. Alla fine del romanzo viene ancora chiamata dal marito ‘Viso d’angelo’, ma l’innocenza che aveva prima, ormai lei l’ha persa per sempre. Certo, è ancora un angelo, ma un angelo nero.

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