Il mio romanzo “Dove finisce il sentiero” in edicola sul settimanale Intimità

10 Lug

Una ragazza in sella a una bici. Davanti a lei campi di granturco. Poco lontano un cantiere per la costruzione di una tangenziale. Questo è lo sfondo del mio romanzo “Dove finisce il sentiero” che potete leggere sul settimanale Intimità n. 28 in edicola questa settimana, da oggi, 10 luglio 2018. Questo romanzo si svolge d’estate, tra luglio e l’inizio di settembre, in una cittadina di provincia. Protagonisti sono l’estate e l’afa, e il paesaggio tipico della pianura padana: campi di granturco, qualche papavero che ha resistito al caldo, rovi di more selvatiche, pioppi, gelsi e una ragazza in bicicletta che attraversa questo paesaggio con i suoi sogni e i suoi desideri.

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Una canzone per Bobby Long: il romanzo e il film

2 Lug

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Una canzone per Bobby Long è il romanzo di Ronald Everett Capps, uscito nel 2004 con il titolo originale di Off Magazine Street  e pubblicato in Italia nel 2008 dalla casa editrice Mattioli 1885, con la traduzione di Sebastiano Pezzani.

In breve la trama: nel Sud degli Stati Uniti, in una New Orleans non ancora distrutta dall’uragano Katrina, due intellettuali di mezz’età che hanno deciso di vivere da emarginati aiutano una ragazza senza arte né parte a terminare gli studi liceali e ad accedere a una prestigiosa università.

Che cosa mi piace di questo libro?

– l’ambientazione a New Orleans, città di cui viene evocato il fascino; non ho mai avuto un particolare interesse per questi luoghi, ma dopo aver letto Una canzone per Bobby Long, la Big Easy o Sin City, come New Orleans è chiamata, mi incuriosisce e vorrei leggere altri romanzi che vi sono ambientati; una curiosità: Magazine Street, la via dove si svolge gran parte del romanzo, fa parte del Garden District, uno dei quartieri di New Orleans meglio conservati;

– i due protagonisti, che, nonostante siano alcolisti, infatti bevono vodka allungata con aranciata come se fosse acqua, riescono a mantenere una loro dignità e trasmettono ad Hanna il valore dell’istruzione;

– il mistero che circonda il passato dei due protagonisti, e da cui deriva l’interesse che suscitano nel lettore: Bobby Long e Byron Burns avevano tutto per essere uomini felici (bella professione, bella moglie, bei figli) e lo hanno gettato via; perché? Essenzialmente perché non erano in grado di dominare la loro sete di libertà e il loro desiderio di vita;

–  l’importanza data alla letteratura, che viene vista dai due uomini come qualcosa che cambia la vita, le persone; basta pensare al discorso che Byron fa ad Hanna sul drammaturgo Tennessee Williams; e infatti dopo questo romanzo, vorrei leggere gli autori citati, tutti accomunati dall’ essere del Sud degli USA e dall’ aver dato voce agli ultimi, ai diversi, a chi non è accettato, tra di loro per esempio viene citata spesso Carson McCullers, autrice di Invito a nozze e Il cuore è un cacciatore solitario, e Flannery O’Connor, autrice di numerosi racconti;

– la musica, che gioca un ruolo importante: spesso Bobby e Byron cantano antiche ballate, come Lord Randal o Barbara Allen, accompagnandosi con l’ukulele; su youtube è disponibile la bella colonna sonora . Una parte delle canzoni è stata scritta e interpretata dal figlio dello scrittore, Grayson Capps;

Che cosa non mi piace di questo romanzo:

– le situazioni e i dialoghi tendono a ripetersi, non vi sono grandi avvenimenti, è più un romanzo di atmosfera che di azione, la trama non è ben costruita, tant’è vero che la fine lascia delusi, non si può concludere un romanzo come viene concluso questo, si ha quasi l’impressione che lo scrittore si sia stancato, che arrivato a un certo punto non abbia avuto più voglia di spremersi le meningi e di impegnarsi ancora per qualche pagina;

– trovo che Hanna manchi di carattere e di spirito di iniziativa: d’accordo, viene da una situazione famigliare disastrosa, però mi sembra un personaggio passivo, tutti i suoi problemi vengono risolti, a volte in modo non proprio onesto, da Bobby e Byron;

– il dialoghi dei due protagonisti tendono a ripetersi e vertono sugli stessi argomenti, a volte rischiando di essere volgari. Avrei preferito che Bobby e Byron avessero parlato più spesso di letteratura, perché quando lo fanno sono davvero dei grandi.

 

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La lettura di questo romanzo mi ha spinta a vedere l’omonimo film, per la regia di Shainee Gabel, con John Travolta, Scarlett Johansson e Gabriel Macht (aneddoto: come ho scoperto in quest’intervista è stato Grayson Capps a sottoporre a Shainee Gabel il romanzo, all’epoca ancora inedito, del padre e lei ne ha tratto il soggetto per un film e così è nato A lovesong for Bobby Long). Questo è uno dei casi in cui il film è decisamente migliore del libro. La trama, che in parte è diversa, è costruita meglio e risulta più accattivante. Scarlett Johansson dà spessore e carattere al personaggio di Hanna (che però nel film si chiama Purslane), ma è soprattutto John Travolta a distinguersi: la sua interpretazione di Bobby Long è indimenticabile.

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John è bravo non solo a recitare, ma anche a cantare:

Periodicamente Una canzone per Bobby Long viene trasmesso in televisione, quindi quando questo capita, se finora non ne avete avuta l’occasione, guardatelo,  ne rimarrete affascinati.

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Un film esistenzialista: Detachment – Il distacco

27 Giu

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Ho rivisto in questi giorni il film Detachment – Il distacco (2011), del regista Tony Kaye, attore protagonista Adrien Brody. In breve la trama: un insegnante esce dal suo isolamento e si apre alla relazioni e agli affetti.

Ho scritto nel titolo “un film esistenzialista” e infatti forte e ben chiaro fin dall’inizio è il legame con Albert Camus.  In una delle prime immagini viene citata una frase dello scrittore francese: “Non mi sono mai sentito così profondamente distaccato da me e così presente nel mondo nello stesso momento”. Vi sono analogie e richiami al romanzo di Albert Camus Lo straniero: come nel romanzo, anche qui la madre del protagonista è morta, anche se in circostanze completamente diverse. E analogamente al libro, anche nel film una parte della trama si svolge in un ospizio dove è ricoverato il nonno del protagonista. Il protagonista non commette nessun omicidio, a differenza di quanto accade nel romanzo, anche se in qualche modo contribuisce alla tragica morte di una ragazza. Inoltre a differenza del romanzo, il protagonista alla fine del film trova un significato nella vita e non si sente più distaccato da essa e dai suoi simili, come si sentiva inizialmente.

Pur avendo visto questo film varie volte, non mi sono totalmente chiare alcune scene che sin dalla prima visione mi hanno lasciata perplessa. Mi riferisco in particolare alle scene in cui Henry, il protagonista, commenta quanto si svolge nel film, in una sorta di confessione. Sono scene di difficile interpretazione. Innanzitutto non mi è chiaro a chi stia parlando l’attore: forse a uno psicanalista oppure alla telecamera, cioè a noi spettatori? E poi il protagonista ha un aspetto diverso da quello che ha nel resto delle scene: è meno curato (per esempio ha i capelli che avrebbero bisogno di una sistemata, la barba è cresciuta) e si veste in modo trascurato ( si intravede un pullover dall’aria molto vissuta, mentre di solito quando va a scuola indossa completi piuttosto seri ed eleganti). Anche questo look diverso da quello abituale ha un significato e se sì, quale? Forse quest’aria dimessa ha a che fare con la conclusione. Nelle scene finali Henry legge in classe un brano tratto da “La caduta della casa degli Usher”, un famoso racconto di Edgar Allan Poe: alla descrizione della rovina della casa in cui si svolge il racconto corrisponde quella della scuola dove insegna il protagonista: le aule sono vuote e nel completo caos, si vedono infatti sedie e banchi rovesciati, e sono attraversate da un vento che sembra portare ulteriore disordine. E quindi, se la vita privata di Henry prende una svolta positiva (si riavvicina a Erika), non lo stesso avviene in quella professionale. Quest’ultimo aspetto  allora forse spiega le scene di cui parlavo prima: sarebbero un commento a posteriori delle problematiche dell’istituto in cui Henry insegna, e in più in generale delle difficoltà che un insegnante deve affrontare nella scuola di oggi.

Detachment – Il distacco è un film da vedere sia per la recitazione non solo di Adrien Brody, ma anche degli attori con ruoli minori, e per le tematiche affrontate. Spero che le reti televisive lo mandino in onda presto, magari adesso, in questi mesi estivi.

21 Mar

 

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Vincent Van Gogh, Rami di mandorlo in fiore, Amsterdam Rijksmuseum Van Gogh, febbraio 1890

 

Haiku di Yamaguchi Seishi (1901-1994)

Ragazza  felice  di  trovarsi  così

Ad  occhi  chiusi

In  un  giorno  primaverile

 

L’haiku è un genere poetico giapponese composto di diciassette sillabe che possono essere distribuite in tre gruppi, rispettivamente di cinque, sette e cinque sillabe.

(Riferimento bibliografico: Haiku, a cura di Leonardo Vittorio Arena, BUR Rizzoli, Milano, 1995)

“Le fanciulle si nascondono dietro una maschera di impassibilità che le aiuta a difendersi” (Nicoletta Ceccoli)

14 Mar
“Il sentimento che si scopre più spesso sul viso delle tue fanciulle è la malinconia. Talvolta, benché le ragazze siano esposte a situazioni pericolose o ansiogene, non trapela dai loro volti né paura né collera, come se fossero apatiche, disconnesse dal loro ambiente… è forse un modo per attenuare il lato oscuro di certe opere?”
“Quell’espressione imperturbabile permette loro di porre una distanza tra sé e gli altri. È un modo per proteggersi dalle emozioni, per non lasciarsi turbare dagli eventi dolorosi e assurdi che le circondano. Le fanciulle si nascondono dietro una maschera di impassibilità che le aiuta a difendersi. Nelle mie opere le principesse dall’aria fragile non aspettano di essere salvate dal principe azzurro. Chiuse nei loro castelli e nei loro labirinti, affermano la propria forza e indipendenza… Ma anche la propria solitudine (…)”
(Dall’intervista a Nicoletta Ceccoli realizzata da Fanny Giniès e pubblicata sul volume Daydreams, Logos edizioni, 2014)
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The Ice Princess (acrilici su carta, 2008, Nicoletta Ceccoli)

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Rose Red (acrilici su carta, 2009, Nicoletta Ceccoli)

Ho scelto questo stralcio di intervista come incipit dell’articolo su Nicoletta Ceccoli perché le parole in esso contenute sono una perfetta chiave per iniziare il percorso di avvicinamento all’opera di questa artista. La Ceccoli  ha illustrato molti libri, ha esposto i suoi lavori nelle più prestigiose gallerie d’arte in tutto il mondo, nonché alla Fiera del Libro per ragazzi di Bologna. Ha vinto numerosi premi, tra cui il Premio Andersen come migliore illustratrice nel 2001. Recentemente ho preso in prestito in biblioteca tre volumi con le  illustrazioni di questa artista che stimo molto e nelle cui opere trovo una sensibilità affine alla mia:
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Ogni scrittrice ha un suo stile

12 Mar

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questo non è un articolo per intellettuali

Ogni scrittrice ha un suo stile, e uno stile non solo nella scrittura, ma anche nel modo di vestire. Ci sono state scrittrici identificate con “accessori” che non mancavano mai nel loro look. Per esempio se penso a Oriana Fallaci, non posso fare a meno di immaginarla con i suoi grandi occhiali da sole:

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Se penso ad Anna Maria Ortese, mi vengono in mente le fotografie che la ritraggono negli ultimi anni, quelli trascorsi a Rapallo, con grandi fasce per capelli o turbanti:

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E se penso a Simone De Beauvoir, la vedo con i capelli raccolti in un elegante chignon:

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E che stile hanno le scrittrici di oggi?  Ne ho individuato un folto gruppo con un look gotico, dark. Tra le italiane la poetessa Patrizia Valduga:

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Isabella Santacroce:

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Viola Di Grado:

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o la belga Amélie Nothomb:

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E io, come mi vestirei per la presentazione di un mio libro? Tra le mie “icone di stile” c’è Françoise Hardy, che non è propriamente una scrittrice, ma un’ autrice, nonché interprete, di indimenticabili canzoni. Pur essendo stata celebre soprattutto negli anni 60,  il suo stile è ancora attuale:

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Pensando a  “fashion-icons” di oggi, mi piace molto lo stile di Charlotte Gainsbourg, sia quando opta per un look “audace”:

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sia quando sceglie look più tranquilli:

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E a voi viene in mente qualche altra scrittrice dal look facilmente riconoscibile?

Letture: rivista Hypnos n. 7

5 Mar

Un genere che intendo approfondire è il fantastico. L’anno scorso ho partecipato al premio letterario indetto dalla casa editrice Hypnos, specializzata in questo genere. E il mio racconto è stato segnalato. Era un tentativo di realizzare un testo con caratteristiche appartenenti al genere fantastico, ed essendo uno dei primi tentativi vi erano varie pecche, devo ammetterlo. Per migliorare devo leggere. E così recentemente ho letto la rivista Hypnos n. 7 uscita lo scorso autunno.

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Mi sono piaciuti in particolare due racconti in cui ho trovato un genere fantastico affine ai miei gusti, che sono lontani dall’horror o dal fantastico “scientifico”. I due racconti sono “Il labirinto” (1954) dello scrittore inglese C.H.B. Kitchin (1895-1967), e “Tra i pini” (1973) di Karl Edward Wagner, scrittore americano vissuto tra il 1945 e il 1994.

Nel racconto “Il labirinto”  il fantastico  prende la forma di un racconto di fantasmi e si intreccia a una realtà concreta, domestica, quella di un ménage famigliare nell’Inghilterra del secondo dopoguerra. Il fantasma è un fantasma buono, legato all’unico vero amore della protagonista, giovane donna che vive un matrimonio infelice. Molto efficace e d’effetto la scelta dell’ambientazione: una casa di atmosfera gotica che ha un giardino decorato da un labirinto. Il labirinto è un luogo protetto dalla realtà, è il regno dell’amore e dell’affetto (in contrasto con una realtà arida), è il regno dell’infanzia, infatti è lì che gioca Daisy, la figlia, e soprattutto è il luogo dove il fantasma appare. Bella, struggente, è la scena del matrimonio infantile improvvisato su un tronco d’albero che diventa come un altare druidico al centro del labirinto. Così come altrettanto bello è il sogno della protagonista Catherine verso la fine del racconto, sogno che la porta a rivelare tutto sulla sua storia d’amore e le sue conseguenze. Quindi per riassumere l’elemento chiave è proprio il connubio tra fantastico calato in una realtà famigliare insoddisfacente, cioè il massimo dell’anormalità e il massimo della quotidianità.

Anche nell’altro racconto, “Tra i pini” (1973) di Karl Edward Wagner, il fantastico si insinua in un rapporto di coppia, qui giunto al capolinea. In breve: una coppia in crisi cerca di recuperare il rapporto cambiando aria e prendendo in affitto una casa in una località in montagna, un tempo alla moda, ora in abbandono. Nello chalet il protagonista trova un dipinto che lo turba: raffigura una seducente donna, che dapprima appare nei suoi sogni, poi prende vita, fino di fatto a diventare una rivale della moglie. Questo fantasma- donna-vampiro, come in passato ha condotto alla rovina vari uomini, così porta alla rovina il protagonista del racconto, che oppone una debole resistenza e sembra voglia essere trascinato in una spirale di eros e thanatos.

Molto ben fatti sono i due articoli che accompagnano questi racconti: Andrea Vaccaro firma l’articolo dedicato a Karl Edward Wagner, Claudio Di Vaio quello dedicato a “Il labirinto”.

 

Letture

26 Feb

Che cosa ho letto in questo primo periodo dell’anno?

Mi sono dedicata ai classici e così ho riletto Alice nel paese delle meraviglie, edito da Rizzoli, nella traduzione di Masolino D’Amico e con le splendide illustrazioni di Rebecca Dautremer. E ho rivisto la versione cinematografica di Tim Burton.

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Poi ho riletto Romeo e Giulietta e Amleto, nell’edizione BUR, traduzione di Gabriele Baldini.

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Ho acquistato su Internet, non avendolo trovato nei negozi, il dvd della prima stagione della serie televisiva Girls, scritta, diretta e interpretata da Lena Durham, serie che era stata trasmessa in Italia in televisione qualche anno fa, ma che io non ho visto. Sembra interessante, visto che si svolge a New York e parla di una ragazza “wannabe writer”. Finora non ho avuto tempo di vedere il dvd, mi riprometto di farlo al più presto, e magari di dedicarci un post.

Il mio romanzo “Il vento della brughiera” in edicola su Intimità n. 8

21 Feb

 

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Quel paesaggio nudo, arido, era davvero come la scrittrice lo aveva descritto nelle pagine di Cime tempestose. Non vi era nessun elemento che facesse pensare di essere nel ventunesimo secolo; di fatto Fiammetta poteva immaginare di essere all’inizio dell’Ottocento e non si sarebbe stupita se avesse visto apparire Emily  tra i cespugli di erica. Coinvolta da quell’atmosfera così romantica e suggestiva, venne meno ai suoi piani iniziali, dimenticò la prudenza e si addentrò nella brughiera. A una biforcazione ne seguiva un’altra e poi un’altra ancora finché lei perse il senso dell’orientamento.

Questo è un brano tratto da “Il vento della brughiera”, il mio romanzo che potete leggere sul numero 8 di Intimità in edicola questa settimana.

Volendo riassumerlo in una frase: un viaggio improvviso e non programmato diventa per Fiammetta (questo il nome della protagonista) l’occasione per ritrovare la voglia di amare ed esprimere se stessa nel mondo.

Gli ingredienti principali sono: amore, viaggio e letteratura. E a proposito di letteratura sono riuscita finalmente a tradurre in scrittura un’idea che avevo da tempo: rendere omaggio a Emily Brontë e al bicentenario della sua nascita che si celebra il 30 luglio 2018. Varie sono le iniziative a riguardo e anch’io nel mio piccolo, con questo mio romanzo, do il mio contributo per ricordare Emily. Infatti in “Il vento della brughiera” si parla di Cime tempestose, di Haworth, il paese nello Yorkshire dove la scrittrice è vissuta. E se seguite il mio blog, vi ricorderete che nell’agosto 2015 ho trascorso qualche giorno a Haworth e ne ho parlato in un post: https://noirinrosa.wordpress.com/2015/08/24/appunti-di-viaggio-a-haworth/

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Ho iniziato a scrivere questo romanzo alla fine dello scorso novembre e l’ho terminato all’inizio di gennaio 2018, approfittando delle vacanze natalizie per metterlo a posto. Ho prestato particolare cura nel delineare il percorso di cambiamento della protagonista, creando tra inizio e fine una serie di rimandi, confrontando i quali vorrei che la lettrice notasse la metamorfosi: per esempio all’inizio Fiammetta ha uno sguardo rivolto verso il passato, alla fine il suo sguardo è proiettato verso il futuro;  all’inizio la protagonista non ama viaggiare e soprattutto non lo ha mai fatto da sola e si sente a disagio quando entra non accompagnata in un locale, in un ristorante, poi invece acquista più fiducia in se stessa e  riconosce la sua intraprendenza, e il viaggio è occasione per entrare in ambienti diversi, conoscere persone diverse e per uscire dalla sua vita agiata e in cui si è “adagiata”.

Sono contenta di vedere il mio romanzo pubblicato su Intimità, una rivista che ha un vasto pubblico di affezionate lettrici. Un grazie di cuore a Intimità, alla redazione, di una cortesia squisita, alla casa editrice Quadratum.

Se avete letto i miei racconti e romanzi precedenti, che cosa pensate di questo? Notate un miglioramento nella tecnica e nella scrittura o nello sviluppo della trama? Buona lettura!

Perché leggo Emily Brontë

15 Feb

La settimana prossima sul numero 8 di Intimità, in edicola mercoledì 21 febbraio, potrete leggere il mio romanzo “Il vento della brughiera”. In questo romanzo vi è un mio omaggio a Emily Brontë di cui quest’anno ricorre il bicentenario della nascita. La scrittrice inglese nacque infatti il 30 luglio 1818.

Perché ha senso leggere ancora oggi il romanzo e le poesie di Emily Brontë?

Io trovo affascinante il contrasto tra la sua esistenza, povera di eventi, e la ricchezza della sua vita interiore, dominata da una forte indipendenza di pensiero. I temi più frequenti nelle poesie di Emily Brontë sono infatti l’aspirazione alla libertà assoluta; l’amore per la natura; la predilezione per la notte, tempo in cui l’immaginazione è più libera; la fantasia, che guida e aiuta a dimenticare il mondo oscuro della realtà e a sognare un mondo diverso; la certezza dell’eternità; il desiderio di liberarsi misticamente dalla prigione del corpo grazie all’amata solitudine della notte per vivere nella libertà dello spirito  e infine una stoica volontà di vivere senza attendersi nulla dalla vita se non la morte e la vita futura.

 

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E poi trovo affascinante il mistero della famiglia Brontë vissuta in una piccola località, Haworth, lontana dal centro culturale di allora, Londra, e ciononostante in grado di “produrre” ben tre geni, tre scrittrici.  Oltre a Emily, come dimenticare Charlotte e Anne? Per non parlare del fratello Branwell, che sperperò il suo fine talento di artista nel laudano e nell’alcol. Come scrive Silvio Raffo nell’introduzione al libro Anne, Charlotte, Emily Brontë: Poesie (Mondadori, 2004), “il caso delle sorelle Brontë è uno di quei fenomeni di preziosa, inestimabile rarità che costellano il sacro cielo della letteratura proprio come effetti di un misterioso deragliamento di pianeti e profetiche comete. Effrazioni alla norma in più di un senso, ma soprattutto per la chiarezza lancinante e l’unicità della loro vocazione. La scrittura, o meglio la riscrittura, della vita è il loro unico strumento di giustificazione, o legalizzazione, della vita stessa. L’ ”essere per morire” dell’esistenzialismo è da queste tre straordinarie creature anticipato e modificato in un “essere per scrivere” (…)”. E a proposito del talento di Emily, interessante è anche scoprire come la sua natura gelosa di sé e chiusa  si manifestò anche nella sua ritrosia alla pubblicazione. Nell’autunno 1845 Charlotte scoprì un quaderno di versi di Emily, probabilmente quello dei “Gondal Poems” e ne rimase colpita; prese forma in lei la decisione di pubblicare un loro volume di versi. Emily reagì con sdegno all’intrusione della sorella nella sua privacy poetica, e solo a fatica si riuscì a convincerla a pubblicare le sue poesie, purché il libro uscisse con uno pseudonimo. Il libro uscì a fine maggio 1846 con il titolo: Poems by Currer, Ellis and Acton Bell. Il libro ricevette tre critiche favorevoli e vendette due copie.

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Come ipotizza Muriel Spark nel suo saggio Emily Brontë. La vita, “il fatto che (Emily) tenesse nascosto a Charlotte quello che scriveva non significa che non intendesse far conoscere la sua opera al mondo. Anne, ad esempio, era a conoscenza almeno di quello che lei scriveva per Gondal. Sembra che Emily sia stata un critico severo della propria opera, se è vero che ne distrusse la maggior parte. La riluttanza a mostrare le proprie opere nel 1845 può significare semplicemente che non considerava il suo lavoro ancora pronto per essere pubblicato. (…)”

E ancora Muriel Spark ha messo in luce un altro aspetto affascinante di Emily Brontë: nell’ultima parte della sua vita Emily era posseduta “dalla fissazione di essere dotata di particolari poteri, il primo sintomo forse di una qualche grave malattia mentale. (…). Emily Brontë “non esprimeva a parole le sue fissazioni bensì le viveva (…) era più che umana; in un certo senso era una mistica, strana, scontrosa, monolitica.(…)”.

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Per tutti questi motivi la lettura delle opere di Emily Brontë mantiene intatto il suo fascino anche dopo duecento anni.

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(Le fotografie sono state scattate da me durante il mio soggiorno a Haworth nell’agosto 2015)

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