“Stupore e tremori” romanzo di Amélie Nothomb (e la condizione femminile in Giappone)

18 Lug

Amélie Nothomb, Stupore e tremori (ho letto questo romanzo nell’edizione Guanda, con la traduzione di Biancamaria Bruno, originariamente questo romanzo era stato pubblicato dalla casa editrice Voland nel 1999).

In questo romanzo si narra di Amélie, una ragazza belga che trova lavoro in una multinazionale giapponese: in una carriera al contrario, viene progressivamente demansionata, da interprete fino ad addetta alla pulizia dei gabinetti. Questo romanzo breve (appena 118 pagine) mi è piaciuto per la capacità dell’autrice di ritrarre la vita all’interno di una azienda, dipingendo situazioni che chi, come me, ha lavorato in contesti aziendali non può fare a meno di capire. E per quanto umilianti siano le prove che la protagonista si trova a vivere, non c’è nessuna nota drammatica, anzi, predomina l’ironia e talvolta addirittura la comicità.  Tanti sono i romanzi (e i film) che hanno parlato delle situazioni paradossali che si vivono sul posto di lavoro, ma l’originalità di Stupore e tremori sta nel fatto che la multinazionale diventa il terreno di gioco in cui si confrontano e scontrano due culture, quella occidentale e quella giapponese. Ed è proprio per la fascinazione che il Giappone esercita su di lei che Amélie decide di sopportare quelle situazioni umilianti. La cultura giapponese si esprime nei valori incarnati da questa multinazionale (una rigida gerarchia, il fatto che la comunità, ossia l’azienda, è più importante dell’individuo, ecc), ma trova l’incarnazione per me più interessante nel personaggio femminile antagonista, l’enigmatica Mori Furubuki,  di cui Amélie sembra innamorata. Questo personaggio offre lo spunto all’io-narrante per una riflessione sulla condizione femminile in Giappone e in quelle pagine dedicate a tale argomento (pagina 59 e seguenti che riporto alla fine dell’articolo) il romanzo diventa una sorta di studio sociologico. E il lettore sa che si può fidare di quanto viene detto poiché l’io-narrante è di certo modellato sulla scrittrice stessa che è nata e vissuta a lungo in Giappone e quindi parla di quello che conosce davvero bene. Questo romanzo mi è piaciuto e non saprei evidenziare alcun aspetto negativo, forse l’unico è che avrei voluto sapere qualcosa in più sull’io-narrante, dato che di lei vediamo solo una dimensione, quella lavorativa, anche se il motivo di questa scelta è spiegato dalla stessa Amélie quando dice che l’esistenza di un giapponese si identifica con l’azienda per cui lavora e quindi essendo quella la situazione e poiché lei vuole capire il Giappone, la dimensione lavorativa è l’unica che le interessa riportare su pagina. Quindi per concludere Stupori e tremori è un romanzo che consiglio e che può essere il punto di partenza per addentrarsi nella narrativa della prolifica scrittrice Amélie Nothomb.

P.S.: per chi fosse curioso di sapere l’origine del titolo del romanzo, essa è da trovarsi nella rigida etichetta giapponese che regola il modo di rivolgersi all’imperatore: a lui ci si deve rivolgere con stupore e tremore, come viene spiegato a pagina 108, ed è proprio con stupore e tremori che Amélie si rivolge alla sua superiore, Mori Furubuki.

Riporto qui di seguito le foto delle pagine in cui Amélie riflette sulla condizione femminile in Giappone:

Personaggi femminili nella narrativa italiana contemporanea: “La disciplina di Penelope” di Gianrico Carofiglio

11 Lug

Penelope non è moglie, non è neppure una donna fedele e non ha nessuna intenzione di rimanere a casa ad aspettare dedicandosi alle faccende domestiche. No, quello lo lascia alle altre. Non le piace tanto cucinare. Preferisce mangiare al ristorante e andarci da sola non le causa alcun imbarazzo. Penelope a pranzo beve mezza bottiglia di Sauvignon, corregge il caffè con il Jack Daniel’s. Fuma tanto. Nel parco si allena alle parallele per i piegamenti, agli anelli, alle sbarre per le trazioni e non si cura degli sguardi dei maschi. Non si sente mai una preda, anzi è lei a cacciare. Prende psicofarmaci. Va ( o meglio è andata) dalla psichiatra per capire qualcosa della sua vita. Che cosa la affligge? Un amore finito male? Non si sa. Perché ha lasciato il prestigioso incarico di pubblico ministero? Un errore sul lavoro? Neppure questo è dato sapere (forse Carofiglio vuole fare di questo romanzo il primo episodio di una serie?). Quello che si sa è che ora Penelope si guadagna da vivere come investigatore privato. Ed è per questo che viene contattata da un certo Mario Rossi che vuole la verità sulla morte violenta della moglie Giuliana. Penelope, dapprima riluttante poi coinvolta nel caso, riesce ad arrivare alla soluzione a cui le autorità ufficiali non hanno saputo arrivare.

Il romanzo “La disciplina di Penelope” fa parte della serie Anima Noir: ogni settimana in edicola con Repubblica potete acquistare un noir contemporaneo. Il romanzo di Carofiglio era la prima uscita.

“Indosso l’estate sotto l’inverno e quando sono sola mi tolgo l’inverno” (Valérie Perrin)

7 Lug

La frase è tratta dal romanzo della scrittrice francese Valérie Perrin, Cambiare l’acqua ai fiori, pubblicato in Italia da edizioni e/o, con la traduzione di Alberto Bracci Testasecca.

In questo romanzo ambientato in Francia ai nostri giorni, si narra di Violette Toussaint che lavora come guardiana di un cimitero. In un racconto che si dipana nell’arco di più di trent’anni si scopre che dietro il volto malinconico e le maniere generose e ospitali di Violette si cela un tragico evento dai contorni rimasti a lungo poco chiari fino a che…

Di questo romanzo ho amato la trama: è un’architettura complessa e avvincente, dai numerosi colpi di scena, soprattutto nella seconda parte, una trama che è tessuta con bravura e fantasia dalla scrittrice. L’interesse del lettore è tenuto vivo anche dal fatto che le vicende sono narrate senza un ordine cronologico e con continui cambi di tecnica narrativa, per cui si passa dal racconto in prima persona, dal punto di vista di Violette, al racconto in terza persona dal punto di vista di personaggi minori, di cui in un caso si riportano stralci del diario intimo. Un altro punto forte sono i personaggi: la Perrin li sa rendere vivi, reali, caratterizzando ognuno in modo originale e facendo affezionare chi legge alle loro vicende. Tra i personaggi ho amato in particolar modo Irène e Gabriel. Il rovescio della medaglia è che l’elevato numero di personaggi rende complicato ricordarsi di ognuno di loro. Infine ho trovato eccessivo il carico di dolore che ricade sulle spalle della povera Violette, in questo la Perrin mi ha fatto pensare ai grandi romanzieri dell’Ottocento come Charles Dickens o Victor Hugo che erano maestri nel creare personaggi perseguitati dalla sorte.

In ogni caso questo libro mi è piaciuto e lo consiglio: è una lettura ideale per l’estate.

Gli insegnamenti di “scrittura creativa” che posso trarre da questo romanzo: poiché il mio “problema” è che scrivo testi brevi, con trame semplici, devo imparare a tessere meglio la trama. Di solito mi limito a un personaggio importante e non sviluppo le vicende di quelli minori, perciò se voglio migliorare sotto questo aspetto, devo fare come la Perrin: oltre a una trama, ci sono varie sottotrame, oltre a un personaggio principale, ci sono vari personaggi minori a cui l’autrice da voce utilizzando tecniche narrative diverse.

Incollo qua sotto la recensione di Antonio D’Orrico che mi ha spinta a leggere questo romanzo: