“Il doppio regno” di Paola Capriolo

27 Dic

In una località balneare fuori stagione una giovane donna esce di mattina presto dall’albergo dove alloggia per la sua consueta passeggiata. Arrivata alla spiaggia viene spaventata dalla vista di una gigantesca onda che si sta avvicinando minacciosamente alla costa. Per sfuggirle si ripara in un albergo nell’entroterra. Lì è l’unica ospite; dapprima è sconcertata dalle numerose stranezze di quel luogo, poi gradualmente vi si abitua fino a non volerne uscire più, anche quando è invitata a farlo da tre nuovi ospiti.

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Questa è la trama del romanzo “Il doppio regno” (1991) di Paola Capriolo, Bompiani, pag. 168.

Lo schema della trama potrebbe essere: albergo 1 >>> onda gigantesca >>> albergo 2.

“Il doppio regno” è un romanzo enigmatico che si apre a tante possibili interpretazioni. Quella per me più immediata è che l’albergo 1 rappresenta la vita della protagonista che viene stravolta da un’esperienza traumatica (onda gigantesca) dopo la quale la donna decide di ritirarsi in se stessa (albergo 2) rompendo ogni legame con il mondo esterno e gli altri esseri umani.

Ci sono sicuramente altre interpretazioni, più profonde ed erudite: se cercate su internet le potete trovare, per esempio qui: https://www.academia.edu/4810926/Paola_Capriolo_nel_doppio_regno_in_bilico_tra_la_vita_e_la_morte.

Paola Capriolo – Il doppio regno

C’è chi fa riferimento all’influenza di Jorge Luis Borges e infatti la dedica a Domenico Porzio, studioso e traduttore dello scrittore argentino, ne è prova. Ma come dice la protagonista del romanzo a pagina 61, quando inizia a capire il segreto dei linguaggi misteriosi e indecifrabili con cui sono scritte le opere archiviate nella biblioteca dell’albergo:

L’impenetrabilità dei linguaggi occultava i contenuti, ma quanto più, costretta dalla mia incapacità, imparavo a disinteressarmi del senso di ciò che scorrevo con lo sguardo, tanto più coglievo il valore estetico delle pagine, specialmente di quelle scritte in alfabeti sconosciuti (…)

Trascorrevo interi pomeriggi contemplando quegli arabeschi, quelle greche, e a poco a poco mi abituai a considerare lettura tale occupazione. A paragone di essa, quella che per afferrare meglio i significati si fa cieca alla bellezza dei segni mi appariva un’attività disprezzabile, degna di spiriti mediocri.

Le parole del direttore, che un tempo mi avevano tanto sconcertata, mi riuscivano adesso perfettamente comprensibili: anch’io sapevo distinguere fra i libri della biblioteca i più belli da quelli di minor pregio, anch’io ero in grado di leggerli e di capirli, purché si intendessero i termini “leggere” e “capire” in un’accezione non volgare. 

Leggo queste righe come un invito a lasciarmi catturare dalla bellezza della prosa della Capriolo, senza preoccuparmi se non ne capisco appieno il significato (ammesso che ve ne sia uno).

 

“Le notti bianche” di Fëdor Dostoevskij

28 Ott

Era una notte meravigliosa, una notte come forse ce ne possono essere soltanto quando siamo giovani, amabile lettore. Il cielo era così pieno di stelle, così luminoso che, gettandovi uno sguardo, senza volerlo si era costretti a domandare a se stessi: è mai possibile che sotto un cielo simile possa vivere ogni sorta di gente collerica e capricciosa?

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Questo è il memorabile incipit di Le notti bianche (1848), il racconto di Fëdor Dostoevskij che ho riletto di recente. L’incontro di due solitudini. Un incontro che cambia l’io-narrante. Infatti anche se il protagonista, dopo l’addio a Nàstenka, ritorna alla sua vita solitaria, sa di aver vissuto un’esperienza concreta, ben diversa dai sogni a cui lui è solito abbandonarsi per proteggersi dalla vita reale. Il protagonista che all’inizio del racconto dichiara di non avere una storia da raccontare, finalmente ne avrà una. “Sii benedetta per il minuto di beatitudine e di felicità che desti a un altro cuore solitario e riconoscente! Dio mio! Un intero minuto di felicità! È forse poco, sia pure in tutta la vita d’un uomo?”. Il protagonista adesso sa che la vita è dappertutto, come Dostoevskij spiega in una lettera al fratello Michail: “La vita è dappertutto, la vita è in noi stessi e non fuori di noi. Accanto a me ci saranno degli essere umani ed essere uomo fra gli uomini e restarlo per sempre, in nessuna sventura avvilirsi o perdersi d’animo, ecco in che cosa consiste la vita, ecco il suo compito. Ne ho preso coscienza… Quella vita che creava, che viveva della vita superiore dell’arte… quella testa è già stata tagliata dalle mie spalle”.

Edizione che ho letto: BUR, traduzione di Giovanni Faccioli, introduzione di Erika Klein

“La ragazza del convenience store” di Murata Sayaka

15 Ott

Furukura Keiko è una donna intorno ai trentacinque anni a cui non interessa ciò che secondo le regole della nostra società  costituisce una vita di successo: sposarsi, fare figli, avere un lavoro ben remunerato. Lei trova ciò di cui ha bisogno nel mondo del konbini*, il supermercato aperto tutti i giorni 24 ore su 24 dove lavora part-time da quando aveva diciannove anni. Quando però le pressioni a “normalizzarsi” che riceve da parenti e amiche si fanno insopportabili, decide di compiere un passo che la farà apparire uguale a tutte le altre donne…. sarà davvero così?

* Come spiega l’utile glossario in fondo al libro, konbini è l’abbreviazione dell’inglese convenience store: si tratta di un minimarket aperto fino a tarda notte o, più spesso, 24  ore su 24.

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Questo romanzo porta avanti la tesi che non esiste un solo modo di essere normali perché ognuno è normale alla sua maniera; talvolta però nel voler dimostrare questa idea cade nel surreale, soprattutto nella seconda parte, quando cioè Keiko cerca di adeguarsi all’immagine di donna di “successo”.

Scritto in prima persona, è una lettura leggera e piacevole che tiene compagnia per qualche ora. È un romanzo che consiglio.

“La ragazza del convenience store” di Murata Sayaka, traduzione di Gianluca Coci, pag. 168, euro 15, 2018, edizioni e/o

“Serotonina” di Michel Houellebecq

2 Ott

Florent Claude Labruste ha 46 anni e soffre di depressione. Per curarsi assume un farmaco di nuova generazione. Non trovando nulla nel presente che dia senso alla sua vita, cerca di recuperare relazioni del passato e capisce che …

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Dal romanzo “Serotonina” emerge il ritratto di una società occidentale in rovina, l’unica ancora di salvezza è la coppia: “Avrei potuto rendere felice una donna. Anzi, due; ho già detto quali. Tutto era chiaro, estremamente chiaro, sin dall’ inizio; ma non ne abbiamo tenuto conto. Abbiamo forse ceduto a illusioni di libertà individuale, di vita aperta, di infinità dei possibili? È probabile, quelle idee erano nello spirito del tempo; non le abbiamo formalizzate, ce ne mancava l’inclinazione; ci siamo limitati a conformarci ad esse, a lasciarcene distruggere, a soffrirne. In realtà Dio si occupa di noi, pensa a noi in ogni istante, e a volte ci dà direttive molto precise (…)”.

Il romanzo è narrato in prima persona ed è caratterizzato da una struttura ad anello: inizia nel presente, poi si apre al passato con una serie di flash-back, e poi ritorna al presente.

Questo libro mi è piaciuto: ci sono alcune riflessioni che condivido e che penso molti lettori possano condividere, e poi la prosa è chiara e invita alla lettura. L’ho letto due volte: la prima tutto d’un fiato, in un giorno, la seconda più lentamente.

“Serotonina” di Michel Houellebecq, La nave di Teseo 2019, pagine 332, traduzione di Vincenzo Vega.

 

“Vita di Chiara Dorigo” di Paola Faccioli

25 Set

Nella località termale dove anni prima Chiara Dorigo è scomparsa senza lasciare traccia, arriva l’io-narrante che vuole fare chiarezza su quel caso ancora irrisolto. Intervista le due persone ormai anziane che all’ epoca erano le più strette relazioni della giovane: la sorella Lorenza e il marito Marco. Riuscirà a risolvere il mistero?

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Il romanzo “Vita di Chiara Dorigo” è stato pubblicato nel 2000, dalla Editrice Santi Quaranta. Le pagine sono 145. Dell’autrice Paola Faccioli riporto la nota biografica che si può trovare sul sito della casa editrice di Treviso: Paola Faccioli è nata nel 1935 a Torino, dove ha compiuto gli studi di indirizzo classico; è morta nel 2005 a Zurigo. Dopo il romanzo di esordio Andrea e il suo carceriere, Rebellato 1978 (premio “Scanno” opera prima e finalista al “Viareggio” 1978), ha pubblicato Passione e morte di Tomaso Loser, Città Armoniosa 1981, L’anno della Torre, Fogola 1983 (tutti e tre entrati nella prima rosa del premio “Campiello”) e Le Isole Felici, 1990. Come autrice di novelle e racconti ha collaborato alla rivista letteraria “La Corte”.

La vita di Chiara Dorigo è di fatto un romanzo mystery: il lettore è messo in allerta sin dal prologo.  La tecnica narrativa scelta dall’autrice, ossia mostrare la vicenda da punti di vista differenti, confonde ancora di più le idee, aumentando il senso di mistero. Il finale con un colpo di scena sovverte tutte le carte in tavola, andando contro le aspettative.

Oltre alla volontà di scoprire ciò che è successo a Chiara Dorigo, il lettore è tenuto incollato alle pagine del romanzo grazie allo stile: la prosa di Paola Faccioli è a tratti fiabesca, e sempre molto curata ed elegante. Mi ha ricordato lo stile di Elsa Morante, Anna Maria Ortese, Paola Capriolo. La prosa della Faccioli scava in profondità la psicologia della protagonista, nella cui personalità trovo affinità con Catherine Earnshaw di Cime Tempestose perché la sua vita, come quella di Catherine, è dominata da un amore.

Ecco un brano tratto dal primo capitolo, La città delle acque:

Giunsi nella città delle acque dopo un lungo viaggio in una mattina di marzo. I viali freschi del verde nuovo erano deserti, poi all’ improvviso, come a un tacito segnale, una folla invase le strade, fluì giù dalla collina in fitti rivoli verso un edificio contornato da un porticato di marmo. I passanti erano per la maggior parte assai avanti negli anni; tra quella gente frettolosa, vestita in fogge giovanili la vecchiaia era ostentata con una specie di allegra protervia.

– Quanto intende fermarsi? – mi domandò il portiere dell’albergo, mentre compilava la scheda con lentezza meticolosa.

– Un mese, forse di più.

– Lei è un’eccezione – osservò il giovane alzando gli occhi. – Da noi gli ospiti si rinnovano così rapidamente che non resta il tempo per una conoscenza cordiale.

Io non lo contraddissi, ma fra me sorrisi, perché in quel luogo di passaggio, di relazioni provvisorie erano cresciute passioni così violente e durevoli da generare un delitto. La stanza in cui fui condotta era grande e tranquilla; quando ebbi sistemato i bagagli, mi sedetti al tavolino e con la trepidazione del giocatore che inizia una partita rischiosa allineai sul ripiano i ritagli di cronaca, che parlavano della scomparsa di Chiara Dorigo.

 

 

 

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